Liturgia: la fine del Vetus Ordo

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Foto LaPresse.

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Con lo scisma del primo luglio scorso è emersa in modo evidente e quasi inappellabile la fragilità di una lettura irenica del rito tridentino. Nonostante il fatto che, da circa 40 anni, una serie di autorità della Curia romana abbiano ripetuto fino alla noia la compatibilità tra celebrare con il VO e vivere la pienezza della comunione cattolica, il secondo scisma lefebvriano dimostra proprio il contrario: che la scelta di non accettare la riforma liturgica nasconde l’opposizione a tutto il Concilio Vaticano II.

Anche monaci, teologi, vescovi, cardinali sono caduti in questa trappola: e hanno scritto, negli ultimi tempi, parole spesso molto gravi. Come se la liturgia potesse essere una sorta di accidente, mutevole secondo i gusti, rispetto a una sostanza cattolica che sarebbe garantita in altra sede. Con questo modo di pensare abbiamo letto di recente testi impressionanti, insieme a parole poco meditate di cardinali come Bagnasco, Koch, o di vescovi come Cordileone.

Tutti gli altri cardinali, tutti gli altri vescovi, tutti gli altri teologi, sul tema per lo più, tacciono. E questo non è un bene. È utile invece parlare apertamente e con parresia.

L’argomento scismatico

Se leggiamo la storia degli ultimi 75 anni, scopriamo una verità scomoda, ma illuminante. La pretesa di “mantenere l’uso del rito vecchio” al posto del nuovo è emersa prima in reazione a Pio XII, da parte di Giuseppe Siri, arcivescovo di Genova, poi in reazione a Paolo VI, da parte di Marcel Lefebvre, dopo il Concilio Vaticano II.

Il primo usò l’argomento contro la riforma della Veglia Pasquale, nel 1951, ma, da uomo responsabile, si rese conto del potenziale sovversivo e anarchico del sofisma e lo accantonò dopo il Vaticano II.

Viceversa Lefebvre, che lo usò proprio dopo la riforma conciliare, non solo non lo accantonò, ma lo fece diventare uno dei suoi cavalli di battaglia: per non cedere al Vaticano II occorreva resistere anzitutto sul piano liturgico. Continuare con il Vetus Ordo significava continuare con la Chiesa ottocentesca, con l’antimodernismo, con la nostalgia del potere temporale…

Il parallelismo rituale come effetto dell’argomento scismatico

Quando si realizzò nel 1988 il primo scisma lefebvriano, la reazione di Roma fu sorprendente. Una parte della Curia, guidata dall’allora prefetto J. Ratzinger, iniziò a parlare di Lefebvre come di un eroe, con ammirazione e quasi elogiandolo: pur condannandone la disobbedienza al papa, se ne giustificava il gesto liturgico contro gli “eccessi conciliari”.

Parlare di Lefebvre diventò, ben presto, il sinonimo di una riduzione del Vaticano II ai suoi eccessi nella recezione. Per questo, dal 1988 iniziò il “dispositivo di blocco” del Concilio, che trovò, bello e pronto, l’argomento scismatico: ossia sostenere che celebrare con il rito tridentino sia compatibile con la comunione cattolica.

Dal 1988 al 2007, con un crescendo sorprendente, la Curia romana alimentò una narrazione che ha lo stesso argomento scismatico di Lefebvre: si può essere cattolici romani senza celebrare secondo la Riforma liturgica. Summorum Pontificum nel 2007 rese solenne proprio questo argomento scismatico e lo fece passare dal campo nemico al campo amico.

L’ assenza di una teologia che giustifichi il parallelismo tra riti contraddittori

Un secondo aspetto di rilievo fu il fatto che questa trasposizione ufficiale dell’argomento scismatico si fondava soltanto su affetti e su emozioni, non su ragionamenti teologici.

La cosa era già chiara prima del 1988: nella sua autobiografia del 1977 J. Ratzinger aveva definito “tragica” la decisione di Paolo VI, di superare il messale tridentino: “Ora, invece, la promulgazione del divieto del messale che si era sviluppato nel corso dei secoli, fin dal tempo dei sacramentali dell’antica Chiesa, ha comportato una rottura nella storia della liturgia, le cui conseguenze potevano solo essere tragiche”. L’affettività della catastrofe non è una buona consigliera.

Se già l’autobografia ratzingeriana ci lascia pensare che la Riforma dovesse assumere carattere accessorio, considerando intoccabile il rito tridentino nella versione del 1962 – e possiamo constatare quanto di autobiografico abbia in sé anche Summorum Pontificum – viceversa la lettura di von Balthasar, negli stessi anni, sentiva il bisogno di sottolineare con chiarezza la necessità insuperabile della Riforma, anche se poteva ammettere un regime limitato e provvisorio di tutela della forma precedente del rito romano, che però riconosce “destinata a estinguersi”.

Altrettanto interessante è il fatto che l’unico argomento che Benedetto XVI utilizza, nella lettera che accompagna SP, è così formulato: “Nella storia della liturgia c’è crescita e progresso, ma nessuna rottura. Ciò che le generazioni precedenti ritenevano sacro, rimane sacro e grande anche per noi, e non può essere improvvisamente completamente proibito o addirittura considerato dannoso. È dovere di tutti noi preservare le ricchezze che si sono sviluppate nella fede e nella preghiera della Chiesa, e dare loro il giusto posto”.

Questo non è un principio teologico, ma una elaborazione di sapore sapienziale, che si fonda soltanto sulla nostalgia e sulla paura. Da questo principio si ricava soltanto l’immutabilità della storia e l’impossibilità della riforma. In un certo senso, è il trionfo di un Lefebvre obbediente o, piuttosto, la trasformazione del magistero nell’elogio di Lefebvre.

Purtroppo, questa apparenza di teologia ha fatto scuola e Bagnasco, Koch, Cordileone ed altri ripetono formule vuote, che perpetuano uno scisma sommerso. Un poco di teologia dovrebbe risvegliare le coscienze.

Promuovere l’argomento scismatico

Ma non basta: non solo Roma in 20 anni è arrivata a fare proprio l’argomento principale di Lefebvre, ma ha iniziato, dal 1988, a riconoscere ufficialmente “associazioni, fratellanze, congregazioni” che fanno del Vetus Ordo il loro carisma. L’argomento lefebvriano diventa, così, un carisma religioso cattolico. Nascono una serie di Istituti di cui qui faccio un piccolo elenco, tanto provvisorio quanto scandaloso:

Fraternità sacerdotale San Pietro
Fraternità San Vincenzo Ferrer
Istituto di Cristo Re Sommo Sacerdote
Istituto del Buon Pastore
Istituto San Filippo Neri
Missionari della Santa Croce
Canonici regolari della Madre di Dio
Canonichesse della Madre di Dio di Azille
Adoratrici del Cuore regale di Gesù Sommo Sacerdote
Abbazia sainte-Marie de la Garde
Abbazia nostra Signora dell’’Annunciazione (Le Barroux)

Si tratta di Istituti o istituzioni che fanno della celebrazione secondo il VO il loro carisma. Come è possibile che Roma abbia consentito, approvato, alimentato, dal centro, una resistenza al Concilio Vaticano II così articolata e così frontale? A che gioco abbiamo giocato? Con quale fuoco ci siamo scottati?

Traditionis Custodes e le sue eccezioni scismatiche

Certamente, dal 2021, con il MP Traditionis Custodes, voluto da papa Francesco, la pretesa di SP di rendere universale il parallelismo tra VO e NO è finita.

Ma le mille eccezioni che sono state introdotte al regime dell’unica lex orandi sono ancora la presenza di un potente “argomento scismatico” all’interno della comunione cattolica.

La trama di “resistenza al Vaticano II”, che ha la forma liturgica come evidenza maggiore, ma che si nutre di spirito reazionario in ogni sua espressione, gode ancora di una protezione curiale che credo si debba considerare scandalosa e che deve essere superata con urgenza.

Una pace liturgica non si genera seminando di sabotatori il territorio della comunione cattolica. Magari con la benedizione di teologi disposti a chiamare questo scempio una “lezione di stile cattolico”.

La fine del Vetus Ordo e il lavoro comune sul Novus Ordo

Una riflessione ecclesiale sulla liturgia non può più essere rimandata: le più alte istituzioni debbono cessare di scrivere cose inesatte, generiche e talvolta scandalose. La fine del Vetus Ordo non significa che non abbiamo nulla da imparare da tutta la tradizione, compresa la tradizione tridentina. Possiamo valorizzare aspetti del rito moderno voluto dal Concilio di Trento assumendone aspetti o tratti all’interno del percorso di precisazione della riforma, che non è affatto compiuto.

Ma dobbiamo farlo nella forma dell’unica lex orandi, comune a tutti i cattolici romani. Mantenere, o addirittura promuovere, nella comunione con Roma, comunità che non accettano la riforma liturgica, significa alimentare, nel cuore della Chiesa cattolica, uno scisma sommerso, una resistenza viscerale, un anticoncilio diffuso e pericoloso. Guai a pensare che questo possa essere soltanto una questione di gusto o di attaccamenti.

Il secondo scisma lefebvriano dimostra che il tentativo di usare Lefebvre per bloccare il Vaticano II nella comunione cattolica era fin dall’inizio un pessimo servizio alla tradizione. Si trattava di una forma di tradizionalismo curiale, benedetto dall’alto. Questo approccio distorto continua in alcuni cardinali, in alcuni vescovi e in alcuni teologi (oltre che in giornalisti senza scrupoli), che si dimostrano privi di spessore teologico, di tatto pastorale e sembrano non saper imparare nulla dall’esperienza ecclesiale, restando legati ad argomenti vuoti, a sofismi pericolosi e a impostazioni pastorali e amministrative che la storia ha dimostrato legate ad un tempo che non torna più, nemmeno se ci infiocchettiamo come bomboniere.

Questa è solo la brutta copia dello stile cattolico: è stile scismatico, anche se l’obbedienza al papa non si nega, mai e poi mai.

  • Pubblicato sul blog dell’autore (qui).
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4 Commenti

  1. Giambattista Savoldi 21 luglio 2026
  2. Marco 21 luglio 2026
  3. Anima errante 21 luglio 2026
  4. Luca Aldoisi 21 luglio 2026

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