
La morale può cambiare? L’interrogativo è centrale ed occupa la riflessione del libro che hanno dedicato al tema due docenti dell’Accademia Alfonsiana di Roma, i professori don Giovanni Del Missier e don Roberto Massaro (Giovanni Del Missier – Roberto Massaro, La morale può cambiare?, San Paolo, Cinisello Balsamo 2025, pp. 206, euro 24, con postfazione del prof. Antonio Autiero. Cf. recensione pubblicata su SettimanaNews).
Il libro articola la riflessione sul cambiamento a partire dal concetto epistemologicamente fondato del «cambio di paradigma», mutuato dalla riflessione scientifica più aggiornata. Per dire che è necessario prendere atto dell’esistenza di approcci e regole che non servono più.
L’altro pregio viene dall’aver fatto parlare, attraverso un questionario, ben centonovanta operatori e operatrici pastorali attivi in Italia che rispondono a quattro questioni rilevanti nel dibattito etico contemporaneo: relazioni omoaffettive; convivenze; ruolo della donna nella Chiesa; incongruenza di genere e integrazione nella comunità cristiana. La comprensione del «cambio di paradigma» e l’ascolto delle coscienze hanno portato quindi gli autori a elaborare nuove categorie per l’etica sessuale e alcune «proposte di soluzione» per poter realizzare il miglior bene possibile nelle diverse situazioni che hanno a che fare con i vissuti reali e concreti delle persone.
I due autori hanno accettato di rispondere ad alcune domande di SettimanaNews.
- Da quale esigenza o lettura della realtà nasce questo libro?
Il libro nasce da una duplice sollecitazione: la prima viene da papa Francesco che, in occasione dell’udienza del 23 marzo 2023, affermava: «Dalla Pontificia Accademia Alfonsiana la Chiesa si attende che sappia conciliare rigore scientifico e vicinanza al santo Popolo fedele di Dio, che dia risposte concrete a problemi reali, che accompagni e che formuli proposte morali umane, attente alla Verità salvifica e al bene delle persone».
La seconda nasce proprio dalla vicinanza al Popolo fedele di Dio, dall’ascolto di tanti uomini e donne credenti che, pur amando profondamente la Chiesa, fanno fatica a comprenderne il suo Magistero su affettività e sessualità e si sentono esclusi, giudicati, allontanati.
Queste provocazioni ci hanno spinti a offrire un quadro di comprensione fedele e creativo dell’attuale momento epocale che la riflessione etica sta attraversando in ambito di relazioni affettive e sessualità, mettendolo a confronto con questioni di vita reale sottoposte al discernimento di 190 operatori e operatrici pastorali, per evitare il rischio di una «morale fredda, elaborata a tavolino» (cf. AL, n. 312).
- Parlare di morale utilizzando o partendo dai vissuti personali, non fa correre il rischio di venire accusati di relativizzare delle norme universali?
Non bisogna mai dimenticare che la morale è scienza pratica, prima che riflessione teorica; cioè si interessa del vissuto reale delle persone e dei drammi esistenziali che chiamano in causa la responsabilità di scelte che si assumono la complessità dell’esistenza.
È abbastanza facile trovarsi d’accordo sulle norme generali universali, ma poi quanto più ci si avvicina alla scelta concreta tanto più aumentano le incertezze e i dubbi riguardo a quali norme fare riferimento, sorgono i conflitti tra valori che sembrano essere alternativi e in concorrenza tra loro, la libertà deve fare i conti con condizionamenti e limiti contingenti, spesso di carattere sistemico e strutturale… E di questi interrogativi è piena la riflessione teologico-morale da secoli: da Tommaso ad Alfonso, passando per le dispute relative ai sistemi morali.
L’etica teologica è fedele a se stessa se si assume lo sforzo e l’azzardo di occuparsi di questa opera di inveramento/attualizzazione delle norme generali nella vita quotidiana delle persone con i loro limiti e le loro difficoltà a discernere e attuare il bene. In tal modo, il metodo dei vissuti morali personali vuole abbandonare l’astrattezza di un universale adatto a ogni circostanza per aprirsi a una proposta pedagogico-morale di tipo «attivo-induttivo» basato sull’analisi riflessiva delle esperienze concrete delle persone. Non è relativismo, ma «incarnazione» del valore morale nella complessità della storia degli uomini e delle donne di oggi, per non dimenticare mai che il fine della verità morale non sono le norme, che restano realtà penultime, ma la salvezza!
- A questo proposito, da dove nasce questa pretesa di «universalità» della morale cattolica soprattutto in tema di sessualità e matrimonio, che poi è una morale occidentale difficile da adattare a contesti diversi?
Come cristiani crediamo che la piena realizzazione della nostra umanità coincida con l’incontro e la sequela di Cristo Gesù, l’essere umano perfetto che realizza la sua libertà nell’obbedienza filiale al Padre e nell’amore a tutti i fratelli e le sorelle in umanità. Il Signore è la nostra comune pretesa di universalità e sappiamo che, nella storia, attraverso processi spesso tortuosi e complicati, questo ha portato alla valorizzazione di molti aspetti della dignità di ogni essere umano e all’instaurazione di relazioni rispettose e non prevaricanti tra individui, popoli e nazioni.
Molto c’è ancora da fare per avvicinarsi alla pienezza promessa del Regno… Come attuarlo nei diversi contesti? Come annunciare la piena fioritura dell’umanità in Cristo nei diversi contesti culturali? Come identificare e realizzare il bene possibile a partire dalle distinte esperienze storiche e geografiche senza imporre un modello eurocentrico?
Questa è la sfida che ci sembra lucidamente delineata in Amoris laetitia, n. 3: «Naturalmente, nella Chiesa è necessaria una unità di dottrina e di prassi, ma ciò non impedisce che esistano diversi modi di interpretare alcuni aspetti della dottrina o alcune conseguenze che da essa derivano. […] Inoltre, in ogni paese o regione si possono cercare soluzioni più inculturate, attente alle tradizioni e alle sfide locali». È in questa linea che noi abbiamo cercato di procedere con il nostro libro La morale può cambiare?
- Ma anche qui: la contestualizzazione, da un lato, la considerazione dei vissuti e delle problematiche psicologiche dall’altro, hanno portato al rifiuto di approcci come quello seguito da Eugen Drewermann (un nome per tutti). Cosa è cambiato nel frattempo negli ultimi decenni?
Negli ultimi decenni è cambiato soprattutto il quadro epistemologico della teologia morale. L’attenzione ai vissuti e alla dimensione psicologica non è più letta in chiave prevalentemente terapeutica o riduttiva, come spesso avveniva in passato, ma inserita in una prospettiva storica, culturale ed ecclesiale più ampia. Il soggetto non è più considerato isolatamente, ma come situato in contesti complessi. La psicologia non funge più da criterio ultimo di interpretazione della fede, ma dialoga con altre discipline. I vissuti diventano luoghi di senso e di rivelazione, non solo sintomi da spiegare.
La teologia assume così uno stile più ermeneutico, interdisciplinare e orientato alla trasformazione della vita, superando sia lo psicologismo sia il moralismo astratto. Ciò può diventare comprensibile e credibile quando si riconosce che la rivelazione di Dio non è un sistema chiuso di verità astratte, ricavate per deduzione, ma un processo di comprensione che continua a svilupparsi nella storia, attraverso contesti, linguaggi ed esperienze differenti. In questa prospettiva, la verità si manifesta progressivamente e non in modo istantaneo e immobile.
Di conseguenza, anche le scienze naturali, le scienze umane, le espressioni artistiche e letterarie possono offrire contributi preziosi per approfondire il significato della Rivelazione. La teologia, quindi, non procede isolatamente, ma cresce nel dialogo con gli altri saperi. Tra di essa e le altre discipline dovrebbe instaurarsi un rapporto dinamico di collaborazione e di sostegno reciproco, analogo a quello che il Concilio indica per la relazione tra Chiesa e mondo (cf. GS, n. 44).
- Secondo un approccio di san Tommaso, che nel libro è riproposto, la persona è chiamata a realizzare la propria sessualità secondo la specificità umana che le è propria. Che vuol dire in concreto?
Il libro fa riferimento a Tommaso d’Aquino per una questione specifica che riguarda il carattere morale delle relazioni tra persone omosessuali e che permette di inquadrare questi comportamenti non solo come viziosa accondiscendenza allo sfrenato desiderio di piacere venereo, quanto piuttosto a una condizione permanente che struttura la persona senza possibilità di essere modificata.
Quest’ultima concezione della realtà omosessuale è recente e sconosciuta a Tommaso, ecco perché il riferimento a lui deve essere inquadrato in un nuovo paradigma complesso che: (1) identifica nell’erotismo (propriamente inteso) la forma adeguata dell’esercizio della sessualità, in modo umano, coniugale e fecondo; (2) impiega in maniera critica la categoria di gender per cogliere il significato e la poliedricità delle forme in cui si struttura oggi l’identità sessuata dei singoli; (3) reinterpreta lo scoglio della legge naturale in forme non riduttive (biologismo) e comprensibili nell’attuale contesto culturale (come aveva chiesto di fare Benedetto XVI) per poi inquadrare la condizione delle persone LGBTQ+ e cercare di connotare eticamente l’esercizio della loro sessualità perché sia umanamente appagante e moralmente buona.
- Come rispondono i vostri studenti in teologia all’approccio secondo cui la morale “tradizionale” può cambiare?
Abituati a concepire la dottrina come statica e sempre uguale a sé stessa, almeno all’inizio, gli studenti manifestano una certa resistenza inerziale. Quando però sono introdotti a una lettura storica dello sviluppo di alcune posizioni morali e viene loro offerto come strumento ermeneutico la categoria del «cambio di paradigma» si rendono conto che è possibile coniugare la coerenza dello sviluppo nella continuità nel lungo periodo, con dei momenti di passaggio dove il cambio effettivamente si è prodotto in modo evidente.
Solitamente li aiuta la metafora della foto digitale che, a uno sguardo prospettico, risulta omogenea, ma se ingrandita mette in luce la discontinuità dei pixel da cui è composta. Così la tradizione può esser concepita come un organismo vivo che cresce e si sviluppa anche attraverso momenti critici e di svolta come è accaduto con i grandi concili che solitamente introducono novità ecclesiali, teologiche, liturgiche e morali necessarie proprio per rimanere fedeli al kerygma originario e non travisarne il contenuto in un dato momento storico.
Ispirarsi a Kuhn non significa accogliere in toto la sua impostazione, ma riconoscere la dinamicità della teologia. L’introduzione del termine extrabiblico homoousios da parte di Nicea (325) è molto significativo al riguardo…
- Come intendere oggi, a vostro avviso, il tema della «legge naturale»? Quali aspetti sono validi e quali da superare?
Una domanda complessa, a cui è difficile rispondere in poche righe… Oggi il principio della legge naturale va inteso non come un insieme rigido e immutabile di norme dedotte astrattamente dalla «natura», ma come un riferimento dinamico alla verità dell’essere umano nella sua concretezza storica, relazionale e culturale. Una concezione puramente biologica o fisicistica della natura, che riduce l’etica sessuale a funzioni o meccanismi, senza tener conto della libertà, della coscienza e dell’esperienza personale, non è capace di cogliere la poliedricità dell’umano.
Certo, rimane valido il richiamo a una struttura fondamentale dell’umano, che orienta verso il bene, la responsabilità e il rispetto della dignità della persona, mentre va indubbiamente superata l’idea di una legge naturale intesa come codice prefissato e universalmente applicabile senza mediazione. La legge naturale va ripensata come criterio interpretativo, aperto al dialogo con le scienze e con le culture, capace di confrontarsi con le situazioni concrete. In questo senso, essa non elimina il discernimento, ma lo richiede, integrando natura, storia e libertà personale.






In accordo con la direzione del sito, chiudo questo scambio di commenti prima di tutto ringraziando tutte le persone intervenute con i loro punti di vista. Lo scopo della recensione del prof. Antonio Autiero e lo scopo di questa intervista era di invitare ad acquistare e leggere il libro. Nel testo si trovano le risposte alle domande poste da alcuni commenti, si trova un metodo di lavoro, ci sono soprattutto i risultati di un questionario somministrato a un numero rilevante di operatori pastorali delle diocesi. Dunque abbiamo uno spaccato dal vivo di cosa pensa una parte importante della “base” della Chiesa, a contatto con situazioni e stili di vita. Leggendo il libro si potranno capire meglio alcune problematiche sollevate dall’intervista e dai commenti, notando soprattutto che non c’è “autocelebrazione” della comunità queer e neppure “fissazione” sulla sessualità, come qualche commentatore ha scritto. Grazie per l’impegno nel leggere e commentare, il che non toglie che per comprendere bene e in pieno la problematiche sollevate, il libro va acquistato, considerato, letto, meditato.
Non lo so, mi è sembrato una autocelebrazione della comunità queer più che un vero approccio liberatore per i più fragili, un porre se stessi e la propria realtà come metro di giudizio per tutti, in questo si è un cambio di paradigma,
Un libro da non comprare
Chiarisco, era riferito a quel testo, qualche settimana fa ad esempio ho consigliato un altro libro di Teresa Forcades sullo stesso argomento che mi era piaciuto, perchè molto più meditato.
Un conto è riflettere sul “non c’è più uomo nè donna” in senso escatologico, un conto vedere minoranze sessuali in ogni singolo testo della Bibbia. Anche perchè non è che a quei tempi l’omosessualità non fosse conosciuta e accettata, non puoi appellarti solo al cambio di paradigma moderno.
Il primo mito androgino lo trovi nel simposio platonico 2500 anni fa.
Io trovo inaccettabile che la chiesa cattolica pretenda di entrare nella vita privata delle persone, anche considerando che i suoi appartenenti non possono sposarsi né avere relazioni, quindi parlano di un argomento che dovrebbe essere loro sconosciuto. Per quanto mi riguarda, la vita privata di una persona, il suo orientamento sessuale e le sue relazioni sono affari suoi, nessuno ha il diritto di entrarci. Io non lo permetto di sicuro. E ritengo che la morale non soltanto possa cambiare, ma debba cambiare, soprattutto quando si tratta di evitare ingiuste sofferenze e facili giudizi, come capitava in passato alle ragazze madri e ai loro figli, o alle coppie conviventi o sposate civilmente e ai loro figli, tutte persone malviste all’interno di comunità dalla mentalità ristretta, ma perfettamente conforme alla morale e ai dettami di una religione.
Ma essere cristiani significa fare parte di una comunità con dei valori. Questi valori vanno condivisi. Il problema non è dare un orientamento morale alla vita dei cristiani ma è farlo stando al passo con i cambiamenti sociali. Le cose cambiano. Alcuni valori no mentre altri sí. La morale del 1600 non è quella della chiesa del 2026. La frattura nasce quando la chiesa crede di poter definire alcuni valori validi per sempre quando essendo costruzioni sociali devono essere cambiati se non più allineati alla sensibilità dei fedeli. È un compito difficile ma se questo filtro tra ciò che è eterno e ciò che è mutevole non lo fa la chiesa chi può farlo?
Il “cambio di paradigma”, in genere è utilizzato per definire importanti cambiamenti al livello scientifico; quando nuove scoperte impongono una diversa visione. Usare tale termine per la Teologia e la Morale risulta fuorviante, come se si volesse imporre la propria visione: dell’Albero del bene e del male, non ci è lecito prenderne i frutti.
Molte chiacchiere, pochissima fede
Avrebbe potuto aggiungere qualcosa di più brillante visto la paternale che fa. E invece ha aggiunto altre chiacchiere.
Sta diventando una fissazione.
Ormai ci si occupa soltanto di sesso.
Non ci sono altri argomenti?
È una fissazione per molti cattolici. E lei lo sa benissimo.
Al netto della fissazione con le identità sessuali, c’è anche confusione tra peccato e reato nel catechismo ci sono 3 capitoletti sull’omosessualità probabilmente ce ne sono di più sugli oroscopi (rientrano se non sbaglio nel secondo comandamento).
Quest’anno a Natale proliferava lo slogan no-contact con cui si rivendicava la libertà non solo di non festeggiare il Natale ma anche quella di non mandare ai genitori neppure un messaggio su WA. Togliamo altri due comandamenti?
Forse “onora il padre e la madre” può aiutare a non rescindere completamente un legame anche quando è faticoso, soprattutto perché è più facile eliminare qualcuno invece di rielaborare insieme le ferite.
Se dovessimo seguire i paradigmi social dovremmo cambiare il catechismo ogni settimana, anzi ad ogni cambio di governo. Perché seguire la Laudato si che ci chiede di rispettare il creato adesso che il mondo intero si sposta a destra e anche l’Unione europea mette in pausa gli obiettivi green?
Per non parlare di Fratelli tutti, ieri è scaduto un trattato sul nucleare e gli Usa hanno già detto che non lo rinnoveranno. Del resto siamo passati dal paradigma “Pax americana/fine della storia” perché Leone si è disturbato a chiederne il rinnovo? Dovrebbe adeguarsi al “segni dei tempi” e non considerarlo più attuale.
La Chiesa condanna il peccato e non il peccato e non il peccatore, la società attuale abolisce il peccato e condanna tutti alla legge del più forte
Giusto per capire: quale è o quale dovrebbe essere il giudizio morale sulle relazioni erotiche tra omosessuali o Lgbt, secondo gli Autori?
La vita umana è poliedrica e complessa come lo è Dio che nessuno ha mai visto ma che solo Gesù ci ha mostrato per quanto possibile in termini umani. Le pare che Gesù abbia mai allontanato qualcuno da lui se non i troppo convinti di sapere cosa fosse il bene cioè i farisei?
Non giudicate per non essere giudicati. L’amore accoglie e senza giudicare consente alle persone di fiorire per quello che sono e non per quello che si vorrebbe che fossero. La pazienza di Dio ci è di esempio.
E’ necessario prendere atto dell’esistenza di approcci e regole che non servono più”
E chi lo stabilisce che questi approcci e regole non servano piu’? Perche’ le persone oggi sono insofferenti alle regole? E’ questo il criterio di valutazione? O forse non sarebbe preferibile spiegare che le regole che ci sono state date in passato da Dio e dalla Sua Chiesa, sono la via maestra per la nostra piena realizzazione umana e per raggiungere la Vita Eterna atteaverso l’uso della “grazia santificante”, ricevuta con il Battesimo?
Mi pare che la gente venisse arsa viva in nome di queste presunte leggi divine che lei ama tanto. Per questo la gente non ne vuole più sapere. Troppi abusi, troppa violenza e troppo male è emerso da questa certezza di possedere le regole del bene. E se la finisse lei di rimpiangere regole in certi casi omicide e si mettesse a pensare seriamente ad una conversione rivolta a un Dio poliedrico come la vita che ha generato?
Cosa la rende sicuro che gli atti omosessuali siano una “fioritura” e non invece un peccato, come la Bibbia e la chiesa hanno sempre insegnato? Anche la sua rischia di essere una convinzione religiosa malfondata
Io leggo il vangelo. Pensi alla prostituta che profuma i piedi di Gesù, li lava con le sue lacrime. Vede una richiesta da parte di Gesù di cambiare vita? No. Ma lui la salva perché sa che non può fare altro nella vita. Deve leggere il vangelo con la testa di un ebreo di allora per capire che farsi toccare da una donna impura significava diventare impuri. Scandalo dei religiosi ma salvezza di coloro che erano ritenuti ultimi. Gli omosessuali ritenuti ultimi davanti agli occhi di Dio da molti religiosi per la stessa ragione sono amati da Dio e Dio li saprà far fiorire come meglio sarà per loro. Dovrebbe avere più fiducia in Dio.
Credo che dovrebbe rileggere la storia della Chiesa fuori dalle ideologie. La violenza è stata commessa dagli uomini non dalla Chiesa Istituzione. La Chiesa ha semplicemente difeso l’integrità della fede. Il potere temporale ha commesso i crimini di cui lei parla, a volte con la complicita’ di uomini di Chiesa ma non dall’Istituzione. La Chiesa e’ di Cristo, che non ha voluto si togliesse neppure uno Jota dalla legge di Dio, non degli uomini
https://www.queriniana.it/libro/la-trasformazione-della-missione-1854
Un buon utilizzo del concetto di paradigma secondo me è stato fatto qua. Il testo prende in esame la trasformazione della missione della Chiesa inquadrandola in alcuni paradigmi che si sono succeduti, più o meno apostolico, medioevale, moderno/riforma, illuminismo, postomodernismo.
Non dice che il paradigma moderno è meglio di quello apostolico, dice solo che la modernità ha posto nuove e incredibili sfide al compito missionario della Chiesa, pensiamo solo alla scoperta dell’America. Un nuovo continente, nuovi rapporti di forza, nuove culture sentite inizialmente come radicalmente altre. Per assurdo fa rientrare nel paradigma illuministico anche molte manifestazioni più tradizionali di missione, vedi esercito della salvezza e zelo evangelico americano. Sono illuministe perchè, pur contrapponendosi alla mitologia razionale dell’illuminismo, ne sposano la fiducia nel progresso. Proprio perchè anche i cristiani più conservatori credono nel progresso partono con l’intento di portarlo in luoghi lontani e svantaggiati. Il paradigma successivo, quello postmoderno, invece vede crollare questa ingenua fiducia e rischia di ricadere in un pessimismo sterile. Insomma ogni paradigma ha i suoi pro e i suoi contro e la missione cerca di trarre il meglio dalla situazione in cui deve operare.
Si ma sinceramente mi sembra il gioco delle tre carte: con quale criterio giudichi se il “paradigma” è corretto o meno? Dire paradigma è come dire che cambi la carta da parati..
Venerdi scorso dopo la discussione sul cambio di paradigma sono andata a riprendere la mia Bibbia Queer della edb.
Apro al capitolo su Rut e apprendo c(a causa probabilmente di un cambio di paradigma) che il libro parla di una famiglia queer, perchè comprende due donne lesbiche e un bisessuale. Ora, che Rut e Noemi siano due lesbiche ok, ci può anche stare (anche se non si capisce perchè un legame erotico tra loro debba valere di più agli occhi dei contemporanei di uno meramente affettivo e amichevole) ma in quale punto del libro si lascerebbe intendere che Booz è bisessuale?
Nelle letture più tradizionali Rut rappresenta l’irrompere dello straniero nel “nazionalismo” di Israele, in che modo sapere che Rut in realtà è lesbica dovrebbe aumentare il valore simbolico del libro? Essere straniero non è già in termini biblici essere “queer”?
Con tutto che l’operazione in sé non è sbagliata, è solo un po’ cringe leggere tutta la Bibbia con l’unica griglia delle identità sessuali. Ricorda un po’ la moda rinascimentale di ritrarre i personaggi biblici in vesti romane.
Poi boh, non lo so, mi è sembrato pure un autocelebrazione della comunità queer più che un vero approccio liberatore per i più fragili, un porre se stessi e la propria realtà come metro di giudizio per tutti, in questo si è un cambio di paradigma, ma in termini molto più tradizionali, come se si volesse passare da un perbenismo sociale ad un altro perbenismo sociale. Da un fariseismo ad un altro fariseismo.
Kunh infatti non legge i paradigmi come assoluti, ma transitori, con dinamiche che si ripetono sempre uguali: minoranza che precede il cambio di paradigma, maggioranza che lo ostacola, paradigma che si impone come stasi sociali, e via di nuovo minoranza che lo sgretola.
Non a caso Feyerbend stesso ha sempre accusato la scienza di conformismo, mettendo in evidenza come i cambi avvengano attraverso intuizioni irrazionali, in barba al metodo scientifico stesso.
L’immagine del paradigma va bene come metafora o come categoria concettuale, però non dice nulla sul giudizio etico sottostante.