
Se una conferenza episcopale (quella tedesca, nel caso) predispone un formulario per le benedizioni dell’amore, ciò entra in una certa tensione, credo inevitabile, con il dettato di Fiducia supplicans (2023). Dico “inevitabile” per via della natura insuperabilmente contraddittoria del documento. Ma ripercorriamo brevemente la storia degli ultimi anni:
- Un “responsum” del 2021 negava ogni possibilità di benedizione delle coppie irregolari (sia etero- sia omo-sessuali). Unica possibilità era quella di benedire le persone, non le relazioni.
- Fiducia supplicans, invece, sottolineando la differenza dalla logica del Responsum, rendeva possibile la benedizione di tali coppie, purché si trattasse di “benedizione pastorale”. Il testo di FS definisce con cura la caratteristica di tale benedizione: “la cui forma non deve trovare alcuna fissazione rituale da parte delle autorità ecclesiali, allo scopo di non produrre una confusione con la benedizione propria del sacramento del matrimonio“
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Di fronte a questa specificazione, fin dal 2023, la discussione dottrinale ha notato un problema strutturale, diremmo “istituzionale”. Possiamo formularlo così. Se il “responsum” escludeva ogni benedizione delle coppie irregolari, FS la permette. Questo resta come elemento di discontinuità. Ciò che era vietato dal 2023 viene permesso. La condizione di questo permesso, tuttavia, è la “non formalizzazione”. La domanda, che subito è stata sollevata, sul piano sistematico, è la seguente: come si può non formalizzare una benedizione? La si deve permettere purché resti clandestina?
Alcuni elementi di FS tendono ad avvalorare questa ipotesi. La “non formalizzazione” riguarda, infatti, la mancanza di un “testo rituale di riferimento”, la mancanza di connotazioni festive, la scelta di spazi e di tempi “poco significativi”.
Ma una “benedizione” che non ha testi di riferimento, che avviene “senza festa”, che sceglie spazi “appartati” e che si svolge in “tempi ridotti” è ancora una benedizione?
La lettera del Card. Fernandez, del 2024, che è stata pubblica come risposta “datata” alla attuale richiesta dei vescovi (allora in bozza) mette in luce un aspetto interessante e qualificante, che viene così richiamato con una citazione da FS: “la Chiesa non ha il potere di conferire la sua benedizione liturgica quando questa, in qualche modo, possa offrire una forma di legittimazione morale a un’unione che presuma di essere un matrimonio oppure a una prassi sessuale extra-matrimoniale.“
Si deve notare che questa espressione, citata da FS, a sua volta in quel testo appare come citazione tratta dal commento al Responsum, che pure in FS si intende superare. Con un gioco di specchi, il testo di apertura alla benedizione cita un testo che chiude alla benedizione!
Ma come è possibile, quindi, che, accanto a questo impedimento a benedire, possa esistere invece il “potere” di benedire pastoralmente la coppia?
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Tutta la differenza sta nello scarto tra “benedizione liturgica” e “benedizione pastorale”.
Le categorie con cui viene pensato questo “scarto” restano all’interno della Chiesa cattolica, per come pensata dal Concilio di Trento, in quanto garante dell’ordine pubblico. È evidente che, nella prospettiva del decreto Tametsi, è la “forma canonica” a garantire la legittimità di ogni unione. Ma questo è un principio allo stesso tempo di potere spirituale e di potere temporale, che restano sovrapposti e identificati.
Questo ha creato la percezione che se un prete, un parroco o un vescovo “benedice” una coppia, quella coppia diventa legittima, regolare, appunto “benedetta”. Di qui deriva anche una sorta di ossessione sulla “confusione” tra benedizione e sacramento. Ogni gesto formale si teme che sia compreso come “sacramento”, a sua volta ridotto a “timbro di validità”. La benedizione come “legittimazione morale”, come “conformità alla legge” è l’orizzonte di comprensione, da cui occorre restare immuni, ad ogni costo.
La profezia voluta da papa Francesco ha trovato una applicazione limitata e angusta da parte del Dicastero, che avrebbe potuto lasciarsi ispirare dal famoso n. 304 di Amoris Laetitia, quando ricorda che “è meschino soffermarsi a considerare solo se l’agire di una persona risponda o meno a una legge o a una norma generale, perché questo non basta a discernere e ad assicurare una piena fedeltà a Dio nell’esistenza concreta di un essere umano“.
Si è preferito intervenire mediante la creazione di una categoria nuova, quella di “benedizione pastorale”, che permetterebbe alla Chiesa una “vicinanza ad ogni storia di amore”, purché non lo si sappia in pubblico! Così si è aperto uno spazio reale di creatività legittimata dal documento, ma che non può diventare né tradizione, né comunanza pastorale, né esperienza condivisa, né libro da pubblicare. Pubblicare un libro ufficiale sarebbe, in questa prospettiva, preparare il riconoscimento della irregolarità. Dunque la cosa si può fare, anche capillarmente, purché non sia attestata.
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Il dibattito che ne scaturisce è paradossale e si rispecchia nei titoli dei giornali. Si dice “Roma è contraria al rituale” proposto dai vescovi tedeschi. Giusto. Ma Roma non è contraria al fatto che i parroci benedicano ogni forma dell’amore di coppia. Il divieto non è sulla benedizione, ma sulla sua formalizzazione. È come se Roma, non potendo impedire, anzi favorendo la vicinanza ecclesiale alle coppie irregolari, non volesse correre il rischio di entrare in conflitto con le categorie del diritto canonico e della coscienza ecclesiale elaborate 500 anni fa. Un residuo di potere temporale annebbia la vista e altera le parole.
Vi è qui una sproporzione eccessiva tra le cose e le parole: riconoscere il bene è l’atto liturgico elementare. Negare alla benedizione la sua dimensione rituale e liturgica significa entrare in contraddizione con sé stessi: non nel 1563, ma nel 2026.
In questo modo tutti saranno scontenti: sia chi vuole vietare le benedizioni, perché invece sono ufficialmente permesse. Sia chi vuole benedire le coppie in condizione irregolare, perché deve farlo “come un ladro”. Forse proprio in questa circostanza, nell’essere costretti a vivere la benedizione “come ladri”, il fatto di maturare una sana vigilanza potrebbe significare, evangelicamente – tanto a Roma quanto a Berlino – una cosa piuttosto diversa dal timore che un male ci sorprenda.
- Pubblicato sul blog dell’autore Come se non (qui).






Beh un caso di cerchiobottismo da manuale. Un po’ come la questione che si condanna il peccato e non il peccatore. Cosa detta e stradetta ma mai fatta. Si condanna il peccatore senza se e senza ma. Credo questi tentativi capracavolisti hanno sempre fatto parte della chiesa che deve tenere insieme la verità scientifica con la verità evangelica con la verità sedimentata nella testa della gente da secoli di dottrine non sempre vere e buone ma che inevitabilmente hanno plasmato la testa della gente. Quindi piuttosto che non dire nulla si inserisce un paradosso. Chissà che prima o poi non si sciolga.