Oltre il confine: storie della migrazione venezuelana in Colombia

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Persone partecipano alla riapertura commerciale del confine tra Venezuela e Colombia, presso il ponte internazionale Simón Bolívar a Cúcuta, in Colombia, nel settembre 2022. Fonte: Al Jazeera

Con quasi 7,89 milioni di rifugiati e migranti che dal 2014 hanno lasciato il paese e che attualmente vivono all’estero, la migrazione venezuelana rappresenta il più grande esodo della storia recente latino-americana e una delle più grandi crisi di sfollamento a livello mondiale. [1]

I dati dell’UNHCR stimano che di questi quasi 8 milioni di venezuelani, 6.9 milioni sono localizzati in America Latina e nei Caraibi. Paesi sudamericani come la Colombia, il Perù, l’Ecuador, il Cile e il Brasile, a causa della vicinanza geografica, culturale e linguistica, sono i primi paesi scelti dai migranti in fuga.1

La Colombia, in particolare, ospita attualmente circa 2.8 milioni di venezuelani, rappresentando secondo i dati UNHCR del 2024-2025 il paese con la più grande popolazione venezuelana al mondo dopo il Venezuela.[2]

La migrazione dal Venezuela alla Colombia rappresenta la seconda più ampia migrazione di massa al mondo. La frontiera tra i due paesi è diventata negli ultimi anni uno dei principali corridoi migratori del continente americano, attraversato quotidianamente da persone in cerca di sicurezza, lavoro e accesso ai servizi essenziali.

La scelta della Colombia come principale destinazione migratoria è legata a diversi fattori. Oltre alla lunga frontiera terrestre condivisa tra i due paesi, che rende l’attraversamento relativamente più accessibile rispetto ad altre rotte regionali, Colombia e Venezuela condividono forti legami storici, linguistici, culturali e familiari. Molti migranti venezuelani possiedono reti parentali o comunitarie già presenti sul territorio colombiano, elemento che facilita l’accesso iniziale ad alloggio, lavoro informale e supporto sociale.

Frontiere condivise: una storia di migrazione circolare

Oriana, 26 anni, oggi residente a Bogotà, racconta come la scelta di lasciare il Venezuela per trasferirsi in Colombia non è stata il risultato di un progetto preciso, ma piuttosto la conseguenza naturale della sua storia familiare e della geografia del confine. “Nel mio caso, vivendo vicino al confine, andare in Colombia sembrava la scelta più semplice. Il paese si trova geograficamente vicino, è familiare, e inoltre posseggo già la cittadinanza colombiana”, racconta.

Ci spiega quindi che per lei, come per molti venezuelani provenienti dalle aree di frontiera, la migrazione verso la Colombia è legata principalmente ai legami storici e familiari che uniscono i due paesi: “sono venezuelana, ma sono anche colombiana perché entrambi i miei genitori sono colombiani. Sono migrati in Venezuela da giovani, attratti dalle possibilità che questo paese ai tempi offriva. Poi, quando la situazione è peggiorata in Venezuela, hanno fatto ritorno in Colombia. Io ho deciso poi di seguire lo stesso percorso”.

Nel suo racconto emerge il carattere quasi circolare della migrazione tra Colombia e Venezuela: per decenni il Venezuela ha rappresentato una meta di arrivo per le migliaia di colombiani in cerca di stabilità economica e lavoro; oggi, quella stessa frontiera viene attraversata nella direzione opposta. “La doppia cittadinanza è molto comune lungo il confine Venezuela-Colombia. Crescendo, ho sempre sentito entrambi i paesi come parte della mia vita. Per questo scegliere la Colombia non è stata davvero una scelta dettata dal desiderio. Era il posto dove sapevo di poter arrivare, dove avevo famiglia, documenti, un punto di partenza. È stato quasi qualcosa di inevitabile.”

Nonostante ciò, a differenza di altri paesi sudamericani, la Colombia non era storicamente abituata a ricevere grandi ondate migratorie; per decenni furono i colombiani stessi a emigrare per sfuggire alla guerra civile e alle difficili condizioni economiche.

In quegli anni, il Venezuela rappresentava una terra d’accoglienza per migliaia di colombiani, attratti dalla stabilità economica e dalle opportunità lavorative offerte dal boom petrolifero venezuelano. Oriana descrive il rapporto tra i due paesi come qualcosa che va oltre i confini politici ed entra nelle case delle persone comuni stanziate oltre la frontiera: “Venezuela e Colombia sono sempre state legate. Un tempo facevamo parte dello stesso paese, la Gran Colombia, quindi condividiamo storia, cultura e anche legami familiari”. Racconta: “nel corso degli anni, le persone hanno continuato a spostarsi avanti e indietro. I colombiani sono emigrati in Venezuela quando la situazione in Colombia era difficile, e ora succede il contrario, con i venezuelani come me che si spostano in Colombia”.

Nel suo racconto emerge l’idea di una frontiera porosa, attraversata da relazioni economiche, affettive e familiari che esistono da anni e che rendono difficile distinguere queste due identità nazionali. L’idea di una Gran Colombia sulla scia di quella che era la Repubblica di Simón Bolivar nel XIX secolo, quando questi due paesi esistevano insieme, continua ancora oggi a rappresentare un simbolo di vicinanza tra Venezuela e Colombia. “Politicamente i governi non sempre si accordano ma a livello sociale ed economico, i due paesi sono molto legati, soprattutto lungo il confine”.

Precarietà e vita quotidiana

Con il progressivo peggioramento della situazione politico-economica venezuelana, i flussi migratori tra i due paesi si sono completamenti invertiti, portando la Colombia a dover gestire un afflusso sempre più massiccio di migranti.

Nel tentativo di rispondere alla crisi, il governo colombiano ha adottato politiche migratorie relativamente aperte rispetto ad altri paesi della regione. Nel 2017 sono stati istituiti i Permessi Speciali di Permanenza (PEP), che garantiscono ai migranti venezuelani diritti fondamentali come accesso al lavoro, alla sanità e all’istruzione.

Successivamente, il sistema è stato ampliato e modificato più volte fino all’introduzione, nel 2021, del Permiso por Protección Temporal (PPT), parte dello Statuto di Protezione Temporanea per Migranti Venezuelani (ETPV), che ha sostituito progressivamente il PEP e garantisce una protezione più lunga, fino a dieci anni.[3] Questi permessi si sono rivelati fondamentali, soprattutto a causa dell’impossibilità per molti venezuelani di rinnovare i propri documenti per via della chiusura delle ambasciate e del congelamento dei rapporti diplomatici tra i due paesi.

La nostra intervistata ci racconta a proposito delle difficoltà burocratiche: “il problema principale è ottenere i documenti giusti. Molti venezuelani arrivano senza passaporto perché è troppo costoso o difficile da ottenere in Venezuela, e senza di esso è difficile fare domanda per visti o trovare lavoro. La Colombia ha creato permessi come il PPT affinché gli immigrati possano lavorare legalmente, ma il processo è lento e pieno di burocrazia. Alcune persone aspettano mesi solo per ottenere un appuntamento”.

Nel suo racconto emerge un senso costante di precarietà amministrativa, in cui l’accesso ai diritti dipende spesso dalla capacità di navigare procedure lunghe, confuse e instabili. “Un altro problema è ottenere la cittadinanza: anche se si vive in Colombia da anni, non è facile diventare cittadini. L’unica eccezione è per i bambini venezuelani nati in Colombia, che possono ottenere la nazionalità colombiana per evitare di essere apolidi. Anche con i permessi legali, molti fanno fatica a trovare lavoro perché alcuni datori di lavoro non si fidano dei documenti o preferiscono assumere colombiani. E poi c’è tutta la burocrazia per aprire un conto in banca, accedere alla sanità o iscriversi all’università. Se i tuoi documenti non sono perfetti, tutto diventa complicato… E naturalmente, c’è la corruzione: alcune persone approfittano dei migranti chiedendo soldi extra per “aiutare” con i documenti”.

A ciò si aggiunge la vulnerabilità economica affligge il paese, aggravata ulteriormente negli ultimi anni dalla pandemia di COVID-19. Secondo le autorità colombiane e diverse organizzazioni umanitarie, una parte molto consistente dei migranti venezuelani in Colombia si trova in condizioni di forte precarietà economica e sociale, occupando prevalentemente le periferie delle grandi città, lavorando prevalentemente nel settore informale e occupando le fasce più vulnerabili della società. In molti casi si tratta di impieghi caratterizzati da assenza di tutele, salari bassi e forte instabilità lavorativa. “Politicamente la situazione è migliore rispetto al Venezuela, ma economicamente entrambi i paesi sono in difficolta. La pandemia COVID-19 ha ulteriormente aggravato la situazione: tantissime persone hanno perso il lavoro, soprattutto chi viveva di economia informale. Alcuni venezuelani hanno persino pensato di tornare indietro, nonostante la crisi in Venezuela continuasse”.

I migranti venezuelani in Colombia affrontano quindi una realtà estremamente difficile. Molti di loro non trovano sicurezza una volta attraversato il confine, specialmente nelle aree periferiche e rurali, dove sono esposti al rischio di reclutamento da parte di gruppi armati, sfruttamento lavorativo, violenza sessuale e tratta di esseri umani.

Le condizioni di vita precarie, la mancanza di accesso all’acqua potabile e l’assenza di servizi sanitari adeguati aggravano ulteriormente la loro situazione. Nonostante ciò, la nostra intervistata, continua a considerare la Colombia uno dei paesi più accessibili per i venezuelani nella regione: “Onestamente, credo che la Colombia sia comunque uno dei paesi migliori per i venezuelani in America Latina”, afferma. “Se hai la cittadinanza colombiana, come nel mio caso, vivere e lavorare qui è molto semplice. Ma anche per gli altri venezuelani esistono permessi che permettono di lavorare, ricevere assistenza sanitaria e restare legalmente per anni, e questa non è una cosa che molti altri paesi offrono. Inoltre, Il sistema sanitario pubblico funziona per tutti i residenti, anche se migranti, e l’istruzione è più accessibile. Il mercato del lavoro non è perfetto, ma rispetto al Venezuela offre ancora possibilità. Per questo, nonostante tutto, molti continuano a scegliere la Colombia”.

 La Colombia si presenta così come uno spazio ambivalente: un luogo di accoglienza al di là del confine, ma anche di incertezza quotidiana; un punto di approdo che non sempre coincide con un reale senso di appartenenza. Eppure, in mezzo a queste difficoltà, emerge una forma di resistenza silenziosa fatta di adattamenti, di movimenti di ritorno, di reti familiari che si riattivano, identità condivise che attraversano le frontiere e strategie quotidiane per ricostruire una vita altrove.

Tra questi due confini, in questo spazio di mezzo che per decenni è stato attraversato da una parte e poi dall’altra, le esperienze dei venezuelani mostrano come il confine non rappresenti soltanto una linea di separazione, ma anche un territorio di connessioni, adattamenti e appartenenze condivise.


[1] UNHCR. (2025). Venezuela Situation Overview – Global Appeal 2026.

[2] Al Jazeera. (2026). Which countries host the largest Venezuelan populations?

[3] UNHCR Refworld, Colombia: Resolución Nº 1272 de 2017, 28 July 2017.

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