
Il tema. L’ampio e argomentato testo che presentiamo pone in maniera diretta inquietanti interrogativi: la spiritualità è causa o argine degli abusi? Perché i predatori vi fanno riferimento? Come avviene la sua manipolazione e come riconoscerla? Il dono carismatico si rovescia in minaccia quando la carità viene rimossa dal potere, l’autorità si impone alla libertà e si ignorano le sapienti regole della tradizione (salvaguardia della coscienza, regole comunitarie e prudente equilibrio degli anziani). E ancora quando si ignora la forza e l’astuzia del maligno e l’appello alla sequela non si ancora alla Scrittura e alla forza del battesimo.
L’autore. Patrick Goujon è gesuita e ha testimoniato degli abusi subiti nella sua infanzia riemersi dopo quarant’anni di oblio. Ha raccontato la sua storia nel volume In memoria di me, EDB, Bologna 2023. È direttore di Recherches de science religieuse. Insegna a Parigi (Facultés Loyola) e a Oxford (Campion Hall).
La fonte. Il testo è apparso su Vies consacrées (n. 2, 2026). La rivista, diretta da Noȅlle Hausman e rivolta ai consacrati di lingue francese, in occasione del centenario della pubblicazione ha organizzato in ottobre 2025 un convegno a Parigi su come “riparare” gli abusi (cf. SettimanaNews, qui). P. Goujon ha parlato in quella sede. Entro la fine dell’anno gli atti saranno a disposizione on-line.
È difficile mantenere il sangue freddo davanti ai crimini e alle violenze commessi nella Chiesa da parte dei religiosi e dei consacrati. Costituiscono gravi ferite alle persone con conseguenze che per la maggior parte durano tutta la vita, quando le vittime sopravvivono. Il peggio è la sordità che le istituzioni continuano ad opporre alle legittime domanda di giustizia delle vittime. Si ha un bel dire che la misericordia è più grande della giustizia, affermazione teologicamente discutibile, di fatto tale risposta dell’istituzione è troppo spesso una scusa per non affrontare la realtà. Basta constatare che allorquando si invoca la misericordia per non aprire un dossier si opera un torto alla verità che è successa. È certo difficile stabilirlo con prove, ma la verità prima di essere il risultato di deduzioni investigative è anzitutto un’attitudine, un desiderio di “farla”, scegliendo i mezzi per arrivarci.
Ciò succede spesso e si moltiplica la pena delle vittime, la loro sofferenza. È anche ragione di scandalo che pesa grandemente sulla responsabilità della Chiesa. È terribile dover riconoscere che le istituzioni ecclesiali e che i loro leader mancano talora di una elementare coscienza e alimentano le acque torbide della confusione fra gli interessi mal compresi della Chiesa e la preoccupazione evangelica per il prossimo. È bene ricordare le imprecazioni dei salmi, la denuncia dei falsi apostoli e le terribili parole di Gesù nei Vangeli contro coloro che scandalizzano un solo di questi “piccoli”. La collera è legittima secondo san Tommaso perché di fronte all’ingiustizia scatena la reazione. Quello che è certo è che le violenze commesse nella vita consacrata e la loro dissimulazione rappresentano uno schiaffo ai fondamenti della vita cristiana.
Vorrei adottare proprio un punto di vista di cui si accusa la Chiesa, indicato come un motivo che impedirebbe di vedere la realtà così com’è. Al contrario sostengo che la vita spirituale, senza ignorare altri approcci, può contribuire a fare la verità sulla realtà in ragione dell’espressione simbolica dell’esistenza umana da lei trasmessa. Discernere le violenze partendo dalla prospettiva interiore della vita di fede e in particolare dentro la vita consacrata può permettere ai credenti di collocarsi con più fermezza e con una maggiore speranza di fronte al male di cui facciamo esperienza. Non tratterò di tutti gli aspetti né attraverserò ciascuna delle grandi famiglie spirituali.
Parto dalla tesi che intendo sostenere: l’emersione delle violenze nella Chiesa ci fa toccare una questione spirituale di fondo. E si impone una questione: quali sono le sfide del combattimento spirituale nel contesto degli abusi nella vita consacrata?
La sequela di Cristo comporta la necessaria conoscenza delle forme di travestimento del male
La sequela di Cristo introduce alla lotta spirituale ed esige la conoscenza delle forme complesse assunte dal male. Forse avete letto il breve romando di C.S. Lewis, tradotto in francese col titolo Tattica del diavolo (in italiano Le lettere di Berlicche). Il capo dei demoni è alla sommità di un numeroso personale in cui ciascuno elabora differenti strategie e trucchi che suppongono una organizzazione comparabile a quelle di uno stato o di una grande impresa! L’intera tradizione spirituale è unanime, dai padri del deserto ai padri della Chiesa: la vita spirituale consiste in larga parte nel riconoscere le molteplici pieghe in cambiamento permanente con cui siamo ingannati nella nostra ricerca di Dio. L’intento del demonio non è strettamente parlando quello di farci peccare, ma di danneggiarci. Ecco una definizione elementare: il male è ciò che danneggia ciascuno di noi e tutti insieme fino a inglobare l’intera creazione. L’intento del male è di distruggere. In questo senso il male rivaleggia con Dio come appello alla vita. Il demonio non chiama, ma seduce e attira: la sua voce non ci dona di esistere, di diventare ciò che noi siamo chiamati ad essere, ma ci induce nella confusione per farci credere che non resta niente, che noi siamo niente.
Raramente il male si presenta a noi come tale, ma piuttosto sotto l’apparenza del bene perché la prospettiva della rovina e della distruzione non è attrattiva. Basta ricordare i sette peccati capitali per avvertire che ciascuno si presenta piuttosto come un guadagno, come volontà di accrescimento: superbia, avarizia, lussuria, invidia, gola, ira e accidia. Forse le due ultime sono già sul versante della decomposizione. Purtroppo il diavolo è più maligno di quanto l’elenco dica. Il peccato non si presenta sempre come tale anche se fare ciò che è proibito seduce sollecitando il nostro orgoglio: sono al di sopra delle regole che sono fatte per i deboli. So che il bene non mi sfuggirà anche se lo rubo al mio prossimo. L’elenco tuttavia aiuta a riconoscere ciò che si presenta molto spesso in una grande confusione.
Che il male si mascheri sotto l’apparenza della più grande fedeltà alla regola, di ciò che è perfetto e esemplare, si sa da lungo tempo. «Era un marito eccellente e un buon padre di famiglia» ha detto Giséle Pélicot in tribunale (il suo caso di sfruttamento sessuale da parte del marito ha travolto la Francia nel 2024 ndr). Quando ha aperto gli occhi era purtroppo troppo tardi. Aveva creduto a un matrimonio in apparenza ordinario. Il marito, Dominique Pélicot, era insospettabile, un compagno la cui fedeltà serviva a coprire il male più perverso. Ciò che la crisi degli abusi rivela è la nostra illusoria credulità che i credenti non possano servirsi di tali maschere, e ancora meno i consacrati. È vero che pensare a uomini e donne di fede capaci di servirsi della loro fede per nuocere agli altri sembra insensato. Ma è quello che succede e sui cui le Scritture e una gran parte della tradizione spirituale si sono applicate. Il male non viene necessariamente dall’esterno come poteva sembrare nel paganesimo.
I falsi apostoli
Entriamo nelle Scritture. Quanti cercano Dio sono tentati ed esposti al male, col rischio di cadere nel peggio. San Paolo evoca i falsi apostoli nella seconda lettera ai Corinzi: i fratelli «falsi travestiti da apostoli di Cristo». Paolo ne parla come una evidenza. «Ciò non fa meraviglia perché anche Satana si maschera da angelo di luce» con la conclusione pratica: «Perciò non è gran cosa se anche i suoi ministri si mascherano da ministri di giustizia, da angeli di luce; ma la loro fine sarà secondo le loro opere» (2 Cor 11-14).
Vale la pena sostare su questi pochi versetti. San Paolo ammette l’esistenza di falsi apostoli non immediatamente riconoscibili. Si travestono da servitori della giustizia e da apostoli di Cristo. Nel Nuovo Testamento Paolo è l’unico a ricordare l’episodio della caduta dell’angelo della luce raccontato in Isaia 14 che poi prenderà la figura di Lucifero “colui che apporta la luce”.
Se colui che è il capo dei demoni si fa passare lui stesso per luce – una immagine comune per indicare Dio o la sua venuta come ad esempio la “luce che si rivela alle nazioni” in Lc 2,29-32 – si capisce come sia facile cadere nella trappola. Ciò che rischiara – soprattutto se brilla – non è sempre funzionale ad offrire la luce della verità che si riconosce solo dai sui effetti nella vita. Non si è prestata abbastanza attenzione a questa messa in guardia. Un gran numero di figure luminose si sono rivelate essere malfattori, talora criminali di grande peso, organizzati in rete. Come discernere? La riposta di Paolo è molto diretta (grazie a lui!). Egli fa una constatazione: «Ci sono fra noi dei falsi apostoli e dei falsi servitori della giustizia», niente di strano. Il seguito dell’argomentazione richiese una piccola digressione di storia delle idee.
Il segno di Satana
Per Paolo e la cultura giudeo-ellenistica le nostre azioni sono determinate in base a “tipo, prototipo, antitipo”. Si può tradurre in “modello, contro-esempio e modelli di prova” nel caso del prototipo. Per Paolo un’azione si comprende in funzione dell’impronta che abbiamo ricevuto. Ora si constata che alcuni passano per gente buona mentre fanno danni. Come comprendere questo? Il ragionamento per “tipi” permette di rispondere. È l’impronta – tipo o segno – di Satana che conduce a comportarsi come lui.
Noi oggi diremmo piuttosto: il desiderio di rivaleggiare con Dio segna il comportamento di alcune persone. Ma facendo ciò esse falsificano il volto di Dio riducendolo al solo potere e un potere esercitato contro altri. È la storia raccontata da Isaia 14 da dove prende origine il personaggio di Lucifero che esprime nella sua figura la successione dei re babilonesi oppressori, quando il popolo si è infine liberato. In Isaia il popolo si rivolge a queste figure che si concepivano come re più grandi del Dio d’Israele il cui tempio era stato distrutto: «Tu che dicevi “salirò nel cielo, innalzerò il mio trono al di sopra delle stelle di Dio, presiederò sulla montagna dell’assemblea divina all’estremo Nord, salirò sopra le nubi, sarò come l’Altissimo” eccoti scaraventato dall’alto! Il popolo infine liberato può irriderlo e ricordare la sua misura naturale: «Eccoti, ormai senza forza come noi, diventato simile a noi». Paolo interpreta l’episodio come figura di ciò che avviene nella comunità cristiana dove emergono falsi profeti e ne esplicita il motivo di fondo. Siamo tentati di rivaleggiare con Dio. Detto diversamente; immaginiamo di essere oltre le condizioni della natura umana che ci identifica.
Il rischio dell’idolatria
La violenza nasce qui da una specifica idolatria: sacrifichiamo tutto, noi e gli altri, per un essere che ci figuriamo senza limiti né leggi (o al di sopra di essi) che si confonde con Dio il cui viso autentico è rimosso. Tale figura è spesso incarnata da quella di una leader carismatico che va oltre ciò che è comune alla nostra umanità. Una delle furbizie per apparire luminosi consiste ad esempio nella denuncia radicale di tutto ciò che nel nostro mondo è oscuro o confuso. Si opera una separazione a livello di discorso senza però proporre un cammino diverso oltre la semplice denuncia.
Davanti a giovani disorientati per la difficoltà reale i discorsi che incupiscono il panorama passano agevolmente come una illuminazione, come mostrano le generali approvazioni delle folle. Se il discorso si limita a denunciare serve solo per nuocere, mentre il discorso evangelico deve portare a vivere la fede, alimentando la speranza e la carità. Alcuni fra noi assimilano tali idoli in ragione del proprio statuto di religioso, religiosa, prete, talora interiorizzato come una più grande vicinanza con Dio, quasi una rappresentazione di lui. Tutto ciò che sacralizza una persona la espone al rischio luciferino.
Le forme della vita consacrata come un rischio per la vita evangelica
Ciò di cui stiamo parlando è assai delicato, richiede finezza, umiltà, ma anche molta forza. Sosteniamoci in questo sforzo. Anche il desiderio di vedere l’avvento del Regno di Dio ci introduce alla lotta spirituale. Il male irride le nostre intenzioni: può prendere chiunque, quale che sia la sua buona fede.
Il combattimento evangelico
Permettetemi di tornare ancora ai vangeli perché sembra che non si voglia avvertire ciò che essi ci dicono sulla lotta della fede. Il combattimento spirituale non è un gioco per deboli, miscredenti, incattiviti, atei, immorali o similari. La lotta è nel cuore della vita di Gesù Cristo e dei suoi discepoli. Per riassumere una questione che abbiamo tutto l’interesse a considerare materia sotto esame: che ne facciamo dell’identità che ci è stata rivelata di essere figli e figlie di Dio, di essere “chiamati”, di aver scelto la consacrazione? È precisamente il battezzato a essere esposto a fare il male in nome di tale consacrazione. Il racconto più intrigante riguarda Gesù quando dopo il battesimo ricevuto e l’ascolto della voce del Padre – «Tu sei il Figlio mio l’amato» – «Lo Spirito lo sospinse nel deserto per essere tentato da Satana per quaranta giorni» (Mc 1,12-13). Il sostegno che Gesù riceve nel deserto da parte degli animali selvatici lo iscrive nell’ordine della creazione riconciliata facendo di lui una sorte di nuovo Adamo capace di resistere alla tentazione e di accogliere in pienezza la grazia accordata da Dio.
È necessario meditare accuratamente il cammino in cui Gesù è riconosciuto messia in forma progressiva. Ricordiamo come la famosa confessione di Pietro – «Tu sei il Cristo (Mc 8,29)» – è immediatamente seguita dall’annuncio della passione e dai rimproveri che Gesù indirizza a Pietro fino al noto «Va indietro Satana!». I vangeli di Luca e Matteo esplicitano la furbizia di Satana «se tu sei il Figlio di Dio ecc.». Quali conseguenze traiamo per noi consacrati? Satana e Pietro condividono lo stesso ragionamento: l’eletto di Dio doveva non solo evitare la morte ma anche trascendere i limiti della natura umana. In ogni caso doveva darne prova, servirsi dei doni singolari della sua relazione privilegiata con Dio per far sapere chi era. Ma Gesù non cede, non usa questa maniera per far conoscere né se stesso né il Padre.
La maniera di Gesù
Il silenzio che secondo il racconto evangelico Gesù impone agli spiriti impuri che utilizzano il sapere («Io so chi tu sei, il santo di Dio! (Mc 1,25)», poi a Pietro e ai suoi discepoli, dice molto sul modo di fare che Gesù adotta per farsi riconoscere. Ne precisa i tratti quando invia gli apostoli, ma ancora di più nel suo stesso comportamento: libera le persone da forze interiori che le escludono dalla umanità condivisa, annuncia la prossimità del Regno di Dio con la sua vicinanza a quelli e quelle che incontra, utilizzando i costumi locali dell’ospitalità e mettendo l’unica regola di non stabilirsi là dove non siano accolti, manifestando talora solo il dispiacere per quelli che non l’hanno ricevuto nel passaggio di una tale occasione (« Qui c’è più che il regno di Saba!»).
Gesù si esprime spesso in forma un po’ rude e non si preoccupa di piacere. Domanda ai suoi inviati di fare lo stesso senza attardarsi nel cammino in lunghi saluti. Si tratta di far partecipare a quanti lo accolgono al bene messianico per eccellenza che è la pace, ma di ritirarsi se non sono ricevuti: «la pace tornerà a voi». È il dono per eccellenza, la pace fra l’umanità, la creazione e Dio: essa manifesta il mutuo riconoscimento di assenza di rivalità, di paura di dominio dell’uno sull’altro. Dio non è in concorrenza con nessuno.1 Le tentazioni nel deserto giocano in senso opposto, come se il Figlio dovesse definirsi come rivale del Padre. Le tentazioni sono proposte che assomigliano a quanto Gesù ha compiuto (cambiare le pietre in pane), ma che in realtà manifestano tutt’altra intensione di quella che anima il Cristo: buttarsi dall’alto del tempio per mettere alla prova Dio (gesto di sfida), prostrarsi davanti al diavolo, cioè riconoscersi a suo servizio, il suo posto privilegiato per ottenere ciò che egli illusoriamente offre: il potere.
I rischi di una radicalità senza carità
Nelle espressioni radicali talora presenti nella vita consacrata quale è l’intenzione che anima quanti vi si impegnano? Si vuole forse mostrare di essere capaci di ottenere risultati eccezionali, di rivaleggiare con Dio, di essere più esemplari di Gesù Cristo? Come aiutare a passare progressivamente da uno zelo religioso poco illuminato alla scoperta di un punto di equilibrio sempre proprio a ciascuno fra l’amore di Dio, l’amore del prossimo e l’amore per altri? Come questo amore si impedisce di trasgredire il decalogo? Le Scritture non smettono di raccontare come si possa essere tentati di sacrificare ogni cosa al potere. Questo succede alle personalità immediatamente riconosciute come perseguenti il male (i nemici, i re di Babilonia, i pagani), ma anche ai migliori come il re Davide (Bersabea e l’uccisione di Uria, 2 Sam 11). Chi oggi osa come il profeta Nathan denunciare la colpa di Davide? La volontà di dominio può impossessarsi di noi quando ci sentiamo investiti di una missione divina. Essa può mascherare in noi grandi fragilità, il vuoto che rappresenta per noi la nostra vita oppure una dolorosa mancanza di fiducia e di fede in Di, non riconoscendo in lui che un rivale invidioso.
La vita religiosa è un luogo ad alto rischio in base alle rappresentazioni su cui si fonda, di cui alcuni vogliono impadronirsi per sete di potere o necessità narcisistica per soddisfare il vuoto della loro personalità. Per tali ragioni certuni saranno spinti da una volontà di distruzione di tutto ciò che a loro sembra incarnare un ideale tanto illusorio quanto inaccessibile, sia i ragazzi (quando il loro ideale religioso è sorretto dal fascino per la purezza o una repulsione per l’impuro) sia i giovani consacrati (per lo zelo in cui vivono da neofiti ma che risulta impossibile al cinismo degli aggressori essendo la loro vita segnata dal disincanto)? Si vuole distruggere gli idoli prima costruiti perché essi precipitano in contraddizioni impossibili da sciogliere: l’espressione di un ideale di vita oltre i limiti dell’umano e l’esperienza concreta dell’impossibile realizzazione di tale ideale. In questo senso i voti se non sono presentati come un orizzonte verso cui progredire con la grazia di Dio (come si esprimeva la tripartizione classica fra principianti, progredienti e perfetti, cioè di coloro che sono consumati dall’amore di Dio e del prossimo e non per altri risultati).
Va anche notato che la volontà di distruggere può rivestirsi delle forme religiose del sacrificio distogliendo dall’unico orizzonte che salvaguardia la continuità con il giudaismo: non sacrifici cruenti ma sacrifici di azione di grazie. Le Scritture non cessano di metterci sull’avviso, dai profeti fino a san Paolo, ma noi l’abbiamo edulcorato o peggio svuotato facendo credere che si riferiva a gente esterna alla Chiesa. Ma, come dice Nathan a Davide, è di noi che si parla, di quanti si considerano come profeti e si fanno passare per tali, di quanti si impancano a campioni di carità e si fanno passare per tali … L’abbé Pierre, Jean Vanier, qualche super apostolo (ho in mente l’uno o l’altro dei miei confratelli, alcuni già condannati altri per via).
I criteri di una vera radicalità
La situazione culturale e religiosa del nostro tempo rende il rischio ancora più alto. Molti sono disorientati dal mondo attuale, dai suoi profondi cambiamenti. Personalità in rottura con il mondo possono apparire molto rapidamente come profeti di una necessaria conversione a nuovi modi di vita o alla ripresa di formule già vissute ma ormai fuori tempo. Si parlerà allora facilmente di radicalità evangelica, rischiando di confondere lo zelo di conversione al Vangelo con manifestazioni esteriori. Soprattutto se esse richiamano a quelle già in uso nel passato. In merito si possono ricordare due criteri, il primo evangelico, l’altro in base alla tradizione della vita religiosa.
Nel vangelo il criterio di radicalità è duplice: da una parte l’accoglienza del Signore che si traduce nel suo ascolto («hai scelto la parte migliore», parallelo allo schema Israel), un ascolto che non può aver luogo che nella sospensione della dispersione a cui conduce l’attività non ordinata di un ascoltare senza sabato, senza lode, da una parte, e, dall’altra parte, la carità. Si potrebbe passare in rivista le nostre congregazioni e i nostri vissuti alla luce di questi criteri e prendere le decisioni conseguenti. Succede nei nostri vissuti da religiosi un frastuono degno della celebrazione al vitello d’oro, soprattutto quando si comincia a venir meno al decalogo nel preteso di celebrare Dio …
Il secondo criterio viene dalla tradizione della vita consacrata: gli anziani, senza dover decidere della vita di tutti, giocano una funzione regolatrice (nella comunità come nelle regole della vita religiosa). Essi rappresentano quello che i libri sapienziali sono in relazione a quelli profetici. L’equilibrio canonico delle Scritture e la molteplicità dei generi letterari che li attraversano dovrebbero servire a non erigere la leadeship carismatica in autocrazia. Bisogna riconoscere che la Chiesa ha sbagliato nell’esercizio del suo ministero pastorale lasciando pullulare forme di vita che sbeffeggiano le regole più elementari della vita religiosa e del diritto canonico. Non bisogna certo gelare lo zelo ma esso deve scoprire di essere subordinato alla carità come declama Paolo nell’inno di 1Cor 13,1-8, forma solenne e memorabile fra tutte.
La grazia battesimale: seguire Cristo e rigettare Satana
Bilancio oscuro? Il bilancio non sarà mai tanto nero quanto quello che certi confratelli e sorelle infliggono agli altri. Ci fa riscoprire la grazia di indicare il male per rifiutarlo. È la grazia del battesimo: «per seguire Cristo rinunciate a Satana che è l’autore del peccato?» Se il peccato si riduce agli insignificanti errori che tutti commettiamo non c’è nulla da temere. Ma forse dovremmo percepire di abissi di male a cui alcuni di noi sono immersi!
I nostri predecessori medioevali non lesinavano nel rappresentarli, non meno degli autori dell’Apocalisse o dei libri dell’antico Testamento. Non meno in alcuni momenti lo stesso Gesù: «molto meglio per lui che gli venga messa al collo una macina da mulino». Non sono minacce – e la Chiesa ha torto di servirsene per manifestare il suo potere – perché le rappresentazioni del male nelle Scritture vi sono per aiutarci a non sottostimarle e a riconoscerle. La potenza del male è reale ed è parte di ciò che costituisce il cuore della nostra fede. Non per spaventarci ma per metterci in guardia.
Si tratta del cuore della fede perché è ciò che il Cristo ha attraversato per liberarci. Non bisognerebbe che le nostre minimizzazioni del male finissero per rendere anedottica la nostra fede. Gesù non è morto perché io sono goloso, se la golosità significa farsi servire due volte la torta alle mele! Bisogna cancellare dalla teste queste immagini infantili del peccato e del male. In compenso è vero che dobbiamo porre attenzione a certe forme di golosità perché non facciano intravedere una volontà di prendere tutto a detrimento degli altri. Quando in forma iperbolica Gesù dice che chi guarda una donna per possederla ha già commesso adulterio, indica una grande minaccia. C’è sempre in noi una faglia in cui rischiamo di essere inghiottiti.
È quindi una grazia sperare la salvezza seguendo Cristo e conoscere quello che la mette a rischio. È la grazia del battesimo. Ignazio di Loyola la ricorda invitando l’eserciziante a chiedere nel momento in cui il desiderio di seguire Cristo è più intenso «la grazia della conoscenza della vera via che il sovrano e capitano ci insegna, la grazia di imitarlo», preceduta dalla grazia di «conoscere gli inganni del maligno e di un aiuto per evitarli» (ES 139).
In conclusione
La consacrazione non è un superamento della vita battesimale ma il frutto di un desiderio lucido, espresso davanti a una comunità di battezzati, di vivere la grazia del battesimo in una forma di vita singolare. Se essa vuole rendere testimonianza al Vangelo non può che accettare in tutta umiltà che niente contraddica alla “legge della carità”, dell’amore di Dio, del prossimo e di sé stessi. Amore che non può dispensarsi del suo “altro”, la legge, da comprendere con saggezza.
Il carattere abissale delle violenze messe in luce in questi ultimi anni esige da parte nostre, nella vita consacrata, di esaminarci davanti a Dio assieme ad altri battezzati per uscire dal nostro accecamento e da colui che suggestiona quanti sono attratti dalla vita religiosa. Gesù non si rallegra di passare per un re! Come Gesù Cristo dobbiamo resistere a questo accettando di limitare di esporci al rischio di avere un potere religioso o sacrale.
È bene fare memoria, allo stesso titolo degli altri battezzati dei doni della salvezza che attraversano l’anamnesi in tre tempi di tutte le nostre celebrazioni: «Annunciamo la morte (non bisogna quindi tacerla ma esprimerla), proclamiamo la risurrezione (e niente altro), attendendo la tua venuta». Come essere insieme testimoni della morte e della risurrezione in attesa del suo ritorno senza pretendere che egli sia già tornato dentro la vita consacrata? La risposta è solo nel battesimo: per seguire il Cristo è necessario rigettare il male che comporta il riconoscerlo anche dentro le forme religiose. La sequela di Cristo è possibile perché Dio ce la concede in gratuità.





