
Nessuno può dubitare che larga parte del Movimento Liturgico sia stata concepita e portata avanti da monaci benedettini. A partire dalla intuizione di Prosper Guéranger, nei primi decenni del XIX secolo, la attenzione per la liturgia si è unita al ripensamento del monachesimo dopo la Rivoluzione francese, dopo Napoleone, dopo le soppressioni, nel pieno della nascita degli stati liberali e della restaurazione.
I monaci benedettini, in una lungua sequenza dopo Guéranger, hanno trovato nella liturgia il linguaggio della unità, della comunione e della tradizione.
Questa intuizione conosce una catena di esperienze monastiche e di riflessioni teologiche che monaci hanno proposto alla attenzione della intera Chiesa cattolica: dopo Guéranger, Lambert Beauduin a Mont César, Maurice Festugère a Maredesous, Odo Casel a Maria Laach, e poi a S. Anselmo Cipriano Vagaggini e Salvatore Marsili, a La Pierre qui Vire Ghislain Lafont e Patrick Pretot, a Padova Pelagio Visentin e Giorgio Bonaccorso, hanno attraversato quasi due secoli con le loro riflessioni monastiche sulla liturgia e liturgiche sul monachesimo, senza dimenticare le riviste specializzate che sul tema si sono moltiplicate in tutta Europa.
Questi uomini e questi studi, tuttavia, hanno contribuito a spostare la attenzione liturgica dal monachesimo alla Chiesa e dalla prassi alla teologia. Il grande merito di tutta questa serie di monaci teologi è stato quello di porre in modo nuovo la relazione tra liturgia, Chiesa e teologia.
Nell’orizzonte della vita monastica hanno intuito il grande valore della azione rituale, non solo per la loro vita di monaci, ma per la vita della Chiesa e per la dottrina teologica della tradizione. Dal monachesimo si è passati alla dottrina della chiesa e al metodo della teologia.
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Negli ultimi mesi la discussione intorno alla liturgia ha visto entrare nel dibattito due Abati di grande autorevolezza, come l’Abate di Solesmes, P. G. Kemlin, e l’Abate primate di S. Anselmo, P. J. Schroeder. Nei loro due interventi hanno guardato alla liturgia dal punto di vista della esperienza monastica e in particolare della amministrazione della vita monastica in rapporto alla liturgia.
Nelle loro parole il bene della unità monastica, della comunione nei monasteri e tra monasteri, sembra risolversi con una relazione in cui la liturgia non ha più una funzione di unità. Sia la prospettiva di “unificare i due messali in un unico libro”, sia la prospettiva del “rispetto” tra liturgie diverse, sembrano capovolgere la prospettiva del Movimento Liturgico.
Sse Guéranger e Festugière hanno scoperto che la liturgia poteva essere fonte di unità e di comunione per la vita monastica e per l’intera vita cristiana, Kemlin e Schroeder dicono che il monachesimo può fiorire anche se le liturgie sono diverse.
Questo punto di vista, che è chiaramente dominato da una giustificata preoccupazione di carattere disciplinare, ritiene che la “regola di Benedetto” sia il contesto comune in cui si possono gestire bene anche le differenze rituali. In questo modo, tuttavia, la esemplarità della esperienza monastica per la Chiesa appare chiaramente ridotta.
Se è la regula Benedicti il principio di comunione di usi rituali diversi, che cosa accade per chi non vive una “regolata devozione”? Che cosa accade alla liturgia fuori della clausura?
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Le analisi offerte da Kemlin e da Schroeder si limitano a pensare la gestione di liturgie diverse in contesto monastico. E a invocare un principio di “rispetto”: se un Abate giunge in un contesto che celebra ordinariamente con il rito vecchio viene accettato nel suo celebrare con il rito del Vaticano II. La questione liturgica, però, è più complessa: se per la etichetta monastica questa tattica può forse evitare scontri, e questo è sempre un bene, in che senso tuttavia la liturgia è ancora capace di costruire comunione ecclesiale e visione teologica? Se viviamo ordinariamente di liturgie diverse, come possiamo essere ancora in comunione?
A questa prima questione, segue una seconda, più delicata. Come ho detto, il Movimento Liturgico ha scoperta la funzione di “culmine e fonte” della azione rituale rispetto a tutta la azione ecclesiale. Questa scoperta ha portato, naturalmente, alla Riforma Liturgica, perché fossero rimossi tutti gli ostacoli che impedivano di vivere la liturgia come “linguaggio comune”, come “azione comune” e come “identità comune”.
La resistenza alla Riforma Liturgica ha creato divisione nella Chiesa e anche nel mondo monastico. Se la comunione monastica è assicurata soltanto dalla “regola di Benedetto”, allora la liturgia può diventare una dimensione “affettiva” in cui ognuno può coltivare le proprie passioni. Resterà soltanto il necessario ricorso ad una etichetta di “rispetto” delle diversità, ma il cuore della identità monastica non sarà pensato in relazione a una azione comune, che non c’è più: diversi testi, diversi tempi, diversi spazi, diversi ritmi, diversi immaginari.
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Per giustificare questa posizione, sul piano ecclesiale e teologico, è inevitabile ricorrere al ragionamento che sta al cuore del MP Summorum Pontificum: “Ciò che è sacro resta sacro sempre, anche per le generazioni successive”. Questo principio, tuttavia, altera gravemente la comunione ecclesiale e la teologia della liturgia, perché introduce, come ha scritto G. Zizola nel 2007, una “anarchia imposta dall’alto” che mina ogni comunità ecclesiale. Ma lo stesso J. Ratzinger, quando fu a Fontgomboult come prefetto, nel 2001, ricordò ai monaci che una “liberalizzazione generale” del Vecchio Rito, che già allora circolava come proposta, doveva essere respinta, perché avrebbe causato una rottura irrimediabile sul piano ecclesiale.
Capisco bene che, se si guarda dal punto di vista della amministrazione della vita dei monasteri, come fanno sia P. Kemlin, sia P. Schroeder, è possibile pensare che per tenere “unito” un monastero o una congregazione si possa “sorvolare” sulla unità liturgica. La “regola” è salva anche se le liturgie sono contraddittorie. Basta solo un poco di rispetto e di carità.
In questa direzione non è difficile capire che si possa affermare, come fa P. Schroeder: “Dopo che Benedetto XVI ha aperto le porte in questo ambito, non è più possibile eliminare completamente il rito antico”. Tuttavia è proprio una considerazione dei limiti ecclesiali e teologici di questa prospettiva ad aver portato dal 2021 ad una prospettiva diversa, secondo cui non è possibile vivere una realtà ecclesiale in cui esistono, parallelamente, due versioni del medesimo rito romano, in cui la seconda è nata per correggere i limiti della prima.
La unità della Chiesa e la teologia della azione rituale non possono reggere a un principio di “indifferenza rituale”: questo è in contraddizione sia con la originaria intuizione di Guéranger, sia con le intenzioni della Riforma Liturgica.
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Il contributo che la tradizione monastica può portare alla discussione sulla liturgia resta grande, ma non credo possa ridursi ad un principio di “amministrazione non conflittuale”.
Ciò che apparentemente porta pace a un monastero, può infiammare una intera chiesa: questa è la esperienza che ha spinto la Chiesa cattolica a collocarsi decisamente “oltre Summorum Pontificum” dal 2021.
Anche in questo caso la tradizione monastica, come è avvenuto del XIX e XX secolo, può scoprire qualcosa di importante dalla tradizione liturgica, anzitutto per sé, oltre che per la Chiesa tutta.
- Pubblicato sul blog dell’autore Come se non (qui).





