
Silvio Ziliotto, traduttore, interprete e insegnante di lingua serba, croata e bosniaca, è autore del volume Daytonska stanica (la stazione di Dayton). Viaggio nella pace che non c’è, Infinito edizioni 2025. Ha risposto ad alcune domande sulla sua esperienza di attivista della pace.
– Caro Silvio, perché un libro di poesia sulle vicende storiche vissute nei Balcani?
Ho scelto la poesia perché è più veloce e istantanea e soprattutto perché permette di inviare un messaggio non rivolto al passato delle vicende storiche vissute, ma proiettato al nostro presente, e al futuro: un messaggio universale, che valga per tutti.
– Vuoi dire brevemente quando e perché sei stato nei Balcani?
Ho iniziato ad andare nei Balcani nel 1992 per aiutare i profughi del conflitto appena scatenatosi. Ho vissuto nei campi profughi della Slovenia tra il 1992 e il 1995 e poi stabilmente per due anni nel 1996 e 1997 in Croazia, in Bosnia Herzegovina, in Krajina e Slavonia occidentale nelle zone di ricostruzione della guerra, sempre in aiuto ai profughi post-bellici.
Ho continuato a frequentare queste terre in tutti questi anni approfondendone l’insegnamento della lingua e gli studi su tutta quest’area, mantenendo le numerose relazioni locali nate con la guerra e non solo.
– Nelle tue poesie – e in te – come stanno insieme i ricordi del passato, l’attualità e il futuro che tu vedi?
I ricordi fluttuano nelle mie poesie ma non sono memorie del passato, sono proiettati al futuro e lo riguardano, le mie poesie sono attuali: quando parli di un profugo la sua figura purtroppo è uguale a tutte le latitudini, così come quando si racconta di una guerra o della pace che non c’è (sottotitolo del mio libro). Si ricreano le medesime situazioni aberranti, ma nel mio libro racconto anche di speranza, di amore e c’è l’ironia mia e di quei popoli.
– Prendiamo una delle tue poesie:
Traduttore
Quel giorno ho salvato delle vite / ma non lo sanno / eppure attorno al tavolo / si respirava freddo / sorrisi di circostanza / pistole ostentate / e io lì, traduttore / non traditore. / Quel giorno non c’era pace nei cuori, / ma c’ero io – loro non devono sapere: / la pace l’ho chiusa io / quelle vite sono vive, / ma per me / solo gelido silenzio.
È una poesia sicuramente autobiografica. In cui racconto delle situazioni che possono accadere nelle zone di guerra, nel dopoguerra, in particolare dove si possono avere dei ruoli indispensabili. Dove quello che si svolge attorno al professionista o alla persona che fa volontariato è molto più grande di lui e assume proporzioni che lo sovrastano e lo scavalcano, per certi versi: ci si trova immersi in situazioni che richiedono lo sforzo di una lettura del contesto, che non sempre, di primo acchito, risulta comprensibile. Solo con il proprio impegno e la propria dedizione se ne riesce a venire a capo.
Il caso del traduttore è esemplare: si risolvono problemi delicati e fondamentali, che molto spesso altri sono convinti di avere risolto. Per cui tante volte queste imprese non si concludono con la gratitudine, bensì con la mancanza di riconoscenza, l’indifferenza, con l’oblio di chi le ha veramente compiute.
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– È stato possibile, per te, nel conflitto, essere “neutrale”?
Sì, nel conflitto per me è stato possibile esserne neutrale; non è stato semplice, ma ho trovato l’equilibrio necessario: perché ho sempre cercato di aiutare tutte le etnie e in tutti gli ambiti in cui operavo.
Va detto, però, che in alcuni momenti, in determinate zone, la mia neutralità è stata punita perché veniva premiato il fazioso, l’opportunista che sceglieva di stare dalla parte del più forte o del più potente di turno. Ho avuto la riprova, allora, che quanto era divisivo creava solo rancore. e che quella non era la mia strada e non la volevo percorrere.
– Alcune tue poesie citano il “perdono”: è mai possibile il perdono, non solo tra persone, ma anche tra popoli?
Il perdono è un cammino, lo dico chiaramente nelle mie poesie: quindi va affrontato, va scelto. Non va subito e non deve essere fatto per moda o per convenienza. Questo a livello individuale. A livello di popoli è un cammino ancora più ampio, grande. In questo va agevolato e sorretto. Per cui ha bisogno di condizioni molto particolari e regole precise.
– Per capire la guerra, bisogna sapere – avere esperienza – della guerra? Gli altri non possono capire?
Per capire la guerra, non è necessario avere un’esperienza di guerra. Basta essere moderatamente sensibili e intelligenti, anche perché la guerra per la gente comune non ha mai nessuna convenienza, non vi è un miglioramento economico, anzi è qualcosa in cui si perde tutti. Dico che se vivi la guerra ancora una volta in più, capisci quanto sia allucinante, assurda e insana: fuori dalle corde dell’essere umano. Ma al contempo, terribilmente insita in quella parte oscura che abita il cuore dell’essere umano.
– Cosa vuol dire, per te, essere un attivista della pace?
Attivista di pace può essere una definizione a volte anche limitante, perché dovremmo essere tutti degli amanti e dei fautori della pace e quindi non dovrebbe neanche essere categorizzato. Però, se vogliamo entrare in questo tipo di categoria, vuol dire cercare di avere la pace innanzitutto in sé stessi e di trasmettere questa armonia agli altri, cosa che non è semplice nella nostra quotidianità così tirata, così esasperata soprattutto quella di alcune città performanti che ti chiedono sempre di essere in corsa.
La pace è un’attenzione al proprio vicino dello stesso palazzo, è un fermarsi a dire due parole con chi ha bisogno lungo la strada. La pace è fare un lavoro spontaneo e interiore per sé stessi, da coltivare con le buone relazioni, che possono dare un valore aggiunto alla verità di tutti e non solo alla propria!
Poi la pace va anche sostenuta negli spazi più ampi e in situazioni più generali, quindi anche nella nostra società. purtroppo, nel contesto storico in cui viviamo, la gente ha difficoltà ad ascoltarla a cercarla nei propri cuori: la pace sembra non essere più di moda! È ora di riportarla al centro delle nostre attività, anche le più semplici e trasformarla in qualcosa di quotidiano, concreto, fondamentale per tutti noi! Per questo bisogna coltivarla e parlarne con passione e concretezza in ogni occasione.






profondo. grazie.