
La rilettura di Bonhoeffer consente a Ricoeur di riaprire, in forma esigente, le domande su forma e possibilità del cristianesimo ai nostri giorni.
Ci sono testi in cui la brevità del dettato è inversamente proporzionale alla densità del pensiero – che spesso, ed è questo il nostro caso, si formula e incede con il passo dell’interrogazione. Accade nella conferenza dedicata da Paul Ricoeur (1966) a Dietrich Bonhoeffer e ora pubblicata in volumetto, con il titolo Bonhoeffer. L’interpretazione non-religiosa del cristianesimo (Morcelliana 2025, a cura e con nota di Ilario Bertoletti).
Un cristianesimo problematico
La ripresa di Bonhoeffer consente a Ricoeur non solo di tratteggiarne alcuni capisaldi, ma diventa occasione per riaprire – in forma esigente – le domande su forma e possibilità del cristianesimo ai nostri giorni.
Gli assunti di partenza sono quelli notoriamente enucleati da Bonhoeffer nelle pagine di Resistenza e resa, con il franco riconoscimento della fine del Dio della metafisica e dell’interiorità, pilastri plurimillenari di un sistema religioso spazzato via dalla secolarizzazione e – per echeggiare le parole non di Bonhoeffer ma di Ricoeur – dalla lezione dei tre «maestri del sospetto» (Nietzsche, Marx, Freud) così incisivamente pervasivi nella coscienza contemporanea.
«Come può Cristo diventare il signore anche dei non-religiosi? […] Che cos’è un cristianesimo non religioso? […] Dio ci dà a conoscere che dobbiamo vivere come uomini capaci di far fronte alla vita senza Dio. Il Dio che è con noi è il Dio che ci abbandona (Mc 15,34)!».
Ricoeur coglie nel cuore della testimonianza bonhoefferiana un intreccio tra ateismo del Dio filosofico e teologia del Dio sofferente, e dalla meditazione di questo intreccio fa scaturire alcune prospettive aperte, peraltro a nostro avviso meritevoli di ulteriore indagine.
La scena che tutto avvolge è quella di un silenzio pressoché obbligato dalle cose stesse o, per meglio dire, dall’attesa di una parola nuova, spazio di comunicazione tra Vangelo e uomo non-religioso, una parola consapevole che agli uomini del nostro tempo il cristianesimo può offrirsi come un cristianesimo problematico, non già dogmatico, contemporaneo a un ateismo problematico che rende possibile – e forse realizza già – una zona di indiscernibilità tra fede e ateismo.
A tal fine, la risorsa che la fede cristiana ha da mettere in campo è la predicazione della croce e del Dio di Gesù Cristo che in essa si manifesta: «Tutto ciò che conosciamo di Dio – scrive Ricoeur, seguendo Bonhoeffer – è la sua debolezza nella croce. Noi possiamo pensare la potenza di Dio solo attraverso la parola che trasforma la sconfitta della croce in vita umana, in vita tout court».
Per questo la parola della fede è quella che sa aprire spazi di vita attraverso e oltre lo sfacelo della morte, testimoniando così la fede nel Dio del crocifisso e attestandosi puramente per quello che è: fede, senza appigli metafisici di sorta. Questo è anche ciò che Bonhoeffer indicava quando reclamava di affermare Dio al centro della vita, Dio – chiosa Ricoeur – come «affermazione delle nostre affermazioni […]: il cristiano non aggiunge niente all’uomo; non si aggiunge all’uomo più di quanto Dio si aggiunga al mondo. Il cristiano è l’uomo, l’uomo interamente uomo».
Riflettendo sulla testimonianza di Bonhoeffer e in particolare sulla sua meditazione del Dio debole nell’esperienza della pienezza della vita – «si impara a credere solo nel pieno essere-aldiquà della vita» – Ricoeur sottolinea che questo è il passaggio più difficile, ma insieme più qualificante, del modo di pensare e vivere la fede da parte di Bonhoeffer che, ucciso nel campo di concentramento di Flossenbürg, non ha potuto sviluppare e articolare le sue intuizioni.
«Polifonia della vita», cioè vivere gioia e sofferenza insieme sono l’autentico «camminare con Dio» in questo mondo, secondo Bonhoeffer, e Ricoeur evidenzia come un simile modo di intendere la fede produca conseguenze maggiori per la Chiesa: «La misura della predicazione è l’uomo non-religioso. La presenza all’uomo non religioso misura la fede della Chiesa». Nel tempo in cui l’uomo si rapporta a Dio come alla sua assenza e al suo silenzio, solo una nuova libertà e un nuovo linguaggio – osserva Ricoeur – permetteranno alla Chiesa, dopo lungo silenzio, di ritrovare e riprendere la parola.
Uno scrigno di domande radicali
Come segnalavamo all’inizio, questo breve testo di Ricoeur su Bonhoeffer è un formidabile scrigno di domande radicali, ineludibili e decisive per un cristianesimo che non voglia illudersi confondendo – nel più ottimistico e onesto degli scenari – la ripetizione del dogma con il suo responsabile annuncio agli uomini del nostro tempo.
E, mentre Ilario Bertoletti segnala, nella sua nota finale, che «per Ricoeur in Bonhoeffer abbiamo il riconoscimento che la fede cristiana porta con sé un momento immanente di ateismo verso gli idoli propri dello stesso cristianesimo come religione», a noi pare che questo consenta – e forse imponga – di fare un passo (diversi passi) avanti nella rivisitazione di come oggi possano essere intesi e annunciati i capisaldi del cristianesimo, Pasqua in primis.
A Bonhoeffer la vita, anzi la morte, non ha consentito di farlo. Ricoeur invece, che pur non ha mai fatto mistero della propria «sospensione agnostica» della fede biblica in filosofia, suggerisce invece una personale rivisitazione della passione, morte e risurrezione di Gesù.
Emblematica, in questo senso, è una sua testimonianza, che merita di essere riportata per intero proprio per la sua densità teologica ed esegetica: «Mi è sempre sembrato che l’enorme carica narrativa dei racconti, che riportano la scoperta della tomba vuota e le apparizioni del Cristo risuscitato facessero da filtro alla significazione teologica della risurrezione in quanto vittoria sulla morte. […] Non è, forse, nella qualità di questa morte che sta la messa in moto del senso della risurrezione? Trovo, qui, un appoggio in Giovanni, per il quale la “elevazione” del Cristo comincia sulla Croce. Mi sembra che questa idea di elevazione – al di sopra della morte – si sia ritrovata poi narrativamente sparsa tra i racconti di crocifissione, di risurrezione, di ascensione, di Pentecoste, che hanno dato luogo rispettivamente a quattro distinte feste cristiane. Proprio qui, forse ancora una volta sotto la spinta del filosofo che è in me, sono tentato, sulle tracce di Hegel, di comprendere la risurrezione come risurrezione nella comunità cristiana, la quale diventa il corpo del Cristo vivente.
La risurrezione consisterebbe nell’avere un altro corpo da quello fisico, vale a dire nell’acquisire un corpo storico. Sono, forse, interamente eterodosso? Mi sembra di dare qui un prolungamento a certe parole di Gesù vivente: “Chi vuol salvare la propria vita, la perda”, parola mirabile che non annuncia alcuna prospettiva sacrificale; e altrove: “Sono venuto per servire e non per essere servito”. L’accostamento fra questi due testi mi suggerisce che la vittoria sulla morte nell’atto del morire non sia differente dal servizio agli altri, che si prolunga, sotto la guida dello spirito del Cristo, nella diaconia della comunità. […] La tomba vuota non significa, forse, il passaggio a vuoto fra la morte di Gesù come elevazione e la sua effettiva risurrezione come Cristo nella comunità? E il senso teologico delle apparizioni non consiste in quello che è lo spirito stesso di Gesù, che offriva la propria vita per i suoi amici, e che ora mette in moto quella manciata di discepoli, i quali, da fuggitivi, vengono trasformati in una ecclesia?» (da La critica e la convinzione, a c. di Daniella Iannotta, Milano 1997).
Se si prende sul serio questa prospettiva e non si eludono le questioni che essa pone, pare legittimo – senza tradirne l’impostazione – spingere oltre l’interrogazione. Infatti, se ciò che chiamiamo risurrezione viene a identificarsi – o tende a identificarsi – con il modo in cui la comunità interpreta, prolunga e rende operante la vicenda di Gesù, allora il linguaggio della fede non rimanda più a un evento distinto da essa, ma coincide con la propria funzione: in tal caso, non si tratta più di interpretare un evento, ma di nominare un processo interno alla comunità stessa.
D’altra parte, se si intende evitare questa conclusione, occorre chiarire – se ciò è possibile – in che senso l’evento a cui la fede si riferisce ecceda l’interpretazione che lo esprime, poiché se tale evento non si dà se non all’interno di questa stessa interpretazione, è difficile aggirare la successiva domanda: come distinguere ciò che è ricevuto da ciò che è prodotto?
Ricoeur non è teologo ma, figlio della tradizione protestante, con la teologia protestante post-barthiana (Bultmann, Ebeling, Bonhoeffer) si è confrontato assiduamente. Secondo la teologia cattolica, e certamente secondo la tradizione dogmatica consolidata e formulata in ambito cattolico (e non solo), prospettive come quella sopra evocata risulterebbero sostanzialmente dissolutive del cristianesimo stesso.
Il valore della testimonianza
Ma chi è in grado di distinguere – o peggio decidere – dove inizi la dissoluzione e dove accada un possibile inveramento? Dove finisca il riconoscimento e dove inizi la decisione? Se evento e interpretazione tendono a coincidere, il discernimento diventa a dir poco problematico e resta aperta la questione se e in che senso sia ancora possibile riferirsi a una realtà che non sia già interamente implicata nel linguaggio che la dice.
Senza l’onesto coraggio di tali interrogativi, difficilmente potrà sorgere quella parola nuova e udibile che Bonhoeffer auspicava. E sono proprio tali interrogativi a rendere legittima la tensione che emerge e si impone, almeno provvisoriamente e non senza motivo, tra una fede dogmatica canonicamente intesa e una fede esistenziale evangelicamente orientata, la cui possibile continuità può essere indagata solo a partire dall’orizzonte storico-ermeneutico in cui entrambe hanno preso forma.
In ogni caso, quando si fanno i conti con la verità dell’esistenza, ogni linguaggio è chiamato a misurarsi con la sincerità della testimonianza, senza che la verità si esaurisca in essa. Lo ricorda, in forma quasi disarmante, la testimonianza di Sigismund Payne Best, compagno di prigionia di Bonhoeffer: «Bonhoeffer era tutto umiltà e dolcezza. Sembrava sempre emanare da lui un’atmosfera di bontà, di gioia nei più piccoli avvenimenti della vita, di profonda gratitudine per il semplice fatto che lui c’era ancora. […] È uno degli uomini rari che ho incontrato, il cui Dio era reale e anche prossimo a lui».






Grazie per il suggerimento. …Non conoscevo questo testo di Paul Ricoeur. Basta solo leggere l’indice del volumetto per capirne l’attualità e la pregnanza. Lo ho acquistato immediatamente! Grazie!
X Lucio: è evidente che mi riferivo a Zamma Mellini teologo direi abbastanza marginale e sconosciuto che non si sa perchè ha ritenuto opportuno paragonare a Bonhoeffer. Per quanto non particolarmente elevato (in effetti non ho trovato quasi nulla su di lui) è evidente che il testo da lei riportato si chiede quanto il corpo risorto possa superare le eventuali carenze del corpo reale morto. Avrebbe potuto prendere ad esempio la disabilità o la vecchiaia: il corpo risorto si porterà dietro le lacune della sua fine terrena o sarà trasfigurato nella gloria?
Vale anche per il cosmo stesso: tutta la creazione geme e soffre nelle doglie del parto, e potremmo dire lo fa anche nella sua condizione di fragilità insita nel fatto stesso di essere creata. L’ultimo nemico ad essere sconfitto sarà la morte, non a caso, con tutto quello che può significare in termini di morte.
Ora è vero che l’uomo comune del 2026 non crede in questo, ma non penso che creda particolarmente nemmeno nella teologia della croce di Bonhoeffer, tanto più che non è particolarmente moderna essendo una ripresa quasi letterale di Lutero (basta leggere l’inizio di Sequela, con la radicalità sulla grazia a buon mercato).
Vada in giro a farsi spiegare in cosa consiste la Kenosi e se ne accorgerà..
Lei non ci riesce proprio ad avere, almeno ogni tanto, un atteggiamento meno spocchioso, vero?
A me pare che abbia iniziato lei con B. e R. si che sono giusti e adatti al bosone di Higs e non un povero teologo sconosciuto!!
Faccia il giro tra le sue conoscenze allora e vediamo quanti conoscono davvero Ricoeur, almeno l’articolo di Avvenire sul libro lo avevo letto tutto e ho più di un testo di B.
Se la buttiamo sul noi che siamo conciliari valiamo più degli altri le rispondo, se si argomentasse rimanendo nel perimetro di un normale dibattito teologico/filosofico magari. Non è una tifoseria e non dovrebbe esserci una particolare preferenza su una linea piuttosto che un’altra se non nei limiti delle preferenze. Le teologie (come le filosofie a cui sono legate) vanno e vengono, non mi pare così intelligente scoprire a maggio 2026 che ops quella della liberazione ha ceduto il passo alla teologia della prosperità, è accaduto al marxismo contro il capitalismo nel 1989…
Le faccio inoltre notare che i grandi teologi che hanno fatto il concilio (Chenu, De Lubac, Congar..) si sono formati prima del concilio, il libro di cui stiamo parlando è del 1966, e anche teologi post conciliari come Gutierrez e De Certeau sono rispettivamente del 1928 e 1925: mi sa dire il nome di un teologo del 2026 che possa competere con queste figure? Se me lo trova la ringrazio sentitamente…
Resta che finora non mi ha risposto sul perchè questo testo del 1966 (conferenze che sono state ristampate da Morcelliana, dopo molto tempo che non erano disponibili) dovrebbe essere più comprensibile agli uomini e le donne del bosone di Higgs.
Mi dispiace che il nostro sia un dialogo tra sordi, per cui chiudiamola qui ed evitiamo ulteriori scambi di idee, ora e in futuro, perché sarebbe del tutto inutile.
Se la Chiesa vuole avere ancora la capacità di parlare a uomini e donne al tempo del bosone di Higgs deve accettare che si passi da una “Fede dogmatica canonicamente intesa a una Fede esistenziale evangelicamente orientata”: è difficile oggi – più di ieri – conciliare Chiesa Istituzione e Vangelo
Al riguardo porto l’esempio di come si parla della “risurrezione della carne” in un Catechismo dell’800. Il Catechismo di Zamma Mellini, professore di sacra teologia nella Pontificia Università di Bologna, si concentra esclusivamente sull’identità tra corpo terreno e corpo risorto, con un interesse maniacale, addirittura feticista; così, ad esempio, di fronte al problema che , essendo il corpo dei cannibali fatto in parte di carne altrui (sic!), la risurrezione della carne è difficile da sostenere sia per chi è stato mangiato sia per chi ha mangiato, egli risponde: “quantunque una qualche parte di corpo abbia potuto convertirsi nella sostanza di un altro uomo, pure una porzione conveniente è stata riservata sempre propria di ciascheduno, e con questa si formerà il corpo di ciascuno nella risurrezione generale”. Porto questo esempio, che ho appena letto e che mi ha choccato, a sostegno della necessità di un radicale aggiornamento delle modalità di trasmissione delle verità di Fede da parte della Chiesa perchè sono ancora tanti gli esempi del genere Zamma Mellini che ovviamente risultano incomprensibili all’uomo e alla donna di oggi
Si ma uno dovrebbe anche scendere nei dettagli su come Paul Ricoeur si concili fin il Bosone di Higgs, sempre che abbia compreso come funzioni la fisica quantistica e non la usi solo come fenomeno abbastanza strano da giustificare una forma di agnosticismo! L’ultimo B. Vive sostanzialmente la notte oscura dei mistici, del resto sa di poter essere ucciso, la notte della fede non è più scientifica di altre forme di spiritualità.
Cioè io – o chi fa ragionamenti analoghi – per fare l’ovvio discorso che ho fatto (al tempo del bosone di Higgs la Chiesa non può più usare categorie culturali obsolete e incomprensibili alle donne e agli uomini del nostro tempo, pena l’abbandono in massa della Fede, come purtroppo sta accadendo) dovrei prima aver compreso come funziona la meccanica quantistica?! O ho capito male io?
In resistenza e Resa Bonhoeffer non parla di fisica parla di vivere fino in fondo il venerdi santo. L’ateismo cui allude Ricoeur è quello di un uomo che aspetta solo la morte, lo stesso di Gesù sulla croce ” Dio mio Dio mio perchè mi hai abbondonato”.
https://www.avvenire.it/agora/cultura/bonhoeffer-e-ricoeur-dio-e-morto-no-e-stato-liberato_102097
Non è nemmeno particolarmente facile come linguaggio, per lei il teologo che discute sull’integrità dell’essere umano anche dopo la morte è buffo e arretrato ma Bonhoeffer stava per essere impiccato in un campo di concentramento. Credere (a livello di fede ovvio, o anche solo come postura filosofica di fondo) nella resurrezione della carne significa credere che non solo i libri di B. ma la sua intera persona, unica e irripetibile aveva e avrà significato. E’ una forma di rispetto.
Bonheffer rifiuta questa consolazione come per farsi carico dell’orrore che il mondo sta vivendo. E’ una radicalità che non credo sia facile da capire per gli uomini e le donne di oggi, se non forse in situazioni ugualmente radicali, basti leggere la lettera di Pizzaballa.
“Per lei il teologo che discute sull’integrità dell’essere umano anche dopo la morte è buffo e arretrato ma Bonhoeffer stava per essere impiccato in un campo di concentramento”: secondo lei, io ho definito Bonhoeffer “buffo e arretrato”? Ma sta scherzando, come potrei mai dire stupidaggini del genere
Si concili con. Comunque già Ratzinger in Introduzione al cristianesimo (1968) nota che il principio di indeterminazione di Heisenberg restituisce quel margine di libertà che la fisica di Laplace aveva tolto, poi bisogna vedere quando la probabilità quantistica sia libera. Estremizzando si potrebbe dire che sostituisci l’orologio con il caso: il caso è libero? nel senso della volontà?
Sul corpo pneumatico della resurrezione basta Ravasi. https://ilmanifesto.it/ravasi-nella-fucina-linguistica-di-paolo (e non è nemmeno nuovo dato che il dibattito ha interessato già i padri della chiesa vedi Tertulliano e Origene)
Detto ciò quanto è compatibile non tanto la resurrezione della carne ma la presenza dell’anima per l’uomo e la donna di oggi? Anima è un termine filosofico e religioso, che può essere assolutamente fatto a pezzi sia dalla psicanalisi (il sè non esiste, è solo un’interfaccia tra il nostro inconscio e la società) e le neuroscienze (quello che chiamiamo coscienza è solo il prodotto del cervello, nemmeno particolarmente veritiero.)
Capisco che sia facile buttare la palla in tribuna tirando fuori qualche testo ottocentesco, ma non è che sia una passeggiata anche confrontarsi seriamente con la scienza attuale. Può sembrare più facile perchè la scienza attuale è più misteriosa. Dato che è misteriosa semplifichiamo in un vago misticismo che sembra più compatibile con ciò che non è ancora chiaro..
Non è mia intenzione buttare la palla in tribuna tirando fuori qualche testo ottocentesco perché così e’ facile la critica: lo scopo del mio esempio era solo quello di chiarire che tipo di formazione aveva avuto la maggioranza dei cattolici prima del Concilio, una formazione , a mio avviso,del tutto inadeguata a fronteggiare le sfide della modernità. Ne’ capisco cosa Lei voglia dire quando sostiene che non è una passeggiata anche confrontarsi seriamente
Con la scienza attuale
Bonhoeffer è un teologo che noi cattolici dovremmo leggere con molta attenzione perché ci offre spunti sul presente (https://youtu.be/aDBm6qUx0NE?si=pCB-oivwwhFqS9ba). La sua teologia ha una profondità che a distanza di anni parla ancora. Grazie per questo bel articolo!