
A cinque anni da quel 18 febbraio 2021, quando Prvoslav Peric è diventato patriarca della Chiesa ortodossa serba col nome monastico di Porfirio, l’immagine positiva e di apertura si è molto sbiadita (cf. qui su SettimanaNews).
Si era presentato così: «Sono serbo, ma soprattutto sono cristiano, e questo è un valore universale, e quindi predicherò Cristo e renderò testimonianza. Amo il mio popolo, ma anche tutte le altre nazioni, ogni persona, ogni icona di Dio».
Il 25 marzo 2026, in occasione dei 27° anniversario dei bombardamenti NATO, fa propria l’immagine “vittimaria” della memoria etnica parlando di «Golgota del nostro popolo crocifisso». L’intervento delle potenze occidentali – seppur molto discusso – ispirato a contenere le violenze etniche e a scoraggiare l’espansionismo della “grande Serbia” per il patriarca diventa «una decisione unilaterale delle potenze di questo mondo», che ha trasformato il paese «in un terribile luogo di sterminio con rovine, macerie e incendi terrificanti». Senza una parola di autocritica in merito alle documentate violenze delle truppe serbe nelle regioni vicine.
Gli studenti traditi
Il significativo rafforzamento istituzionale della Chiesa (10 milioni di fedeli, di cui 2 in diaspora, 40 diocesi, 3.600 parrocchie, 2.000 preti) si è accompagnato a una progressiva vicinanza con il potere politico di Aleksandar Vučić, fino a fare della Chiesa l’interprete dell’ideologia del “mondo serbo” sulla falsariga del Russkj Mir (“mondo russo”) della Chiesa russa.
Il punto più visibile della vicenda mi sembra essere la visita del patriarca a Mosca del 21-26 aprile 2025, quando ha ricevuto le massime onorificenze ecclesiali per la consonanza con quella Chiesa e ha goduto dell’onore di un lungo dialogo con il presidente Putin.
Fu l’occasione dell’esplicita denuncia delle larghe proteste popolari serbe al governo come una “rivoluzione colorata” in piena sintonia con l’orientamento del potere russo. Con l’effetto di “scaricare” la protesta giovanile e popolare assumendo il giudizio del Governo di Belgrado e la sua volontà di stroncarla (cf. qui su SettimanaNews). Gli studenti sarebbero manipolati da agenti stranieri e perseguirebbero il rovesciamento istituzionale.
Il percorso, che mostra una progressiva internità al potere, può essere specificato in diversi momenti: la già ricordata vicenda delle proteste giovanili, la pretesa di costituire il pilastro centrale del “mondo serbo”, l’accettazione di interpretare una memoria nazionale priva di dialettica con le conseguenti posizioni relative alla guerra in Ucraina, il rapporto con il patriarca di Costantinopoli, la denuncia degli orientamenti dell’Unione Europea e l’identificazione con gli interessi del governo.
Censure ai critici
Dal crollo della pensilina nella stazione ferroviaria di Novi Sad (1° novembre 2024) con le sue quindici vittime, percepito come l’evidente intreccio fra autoritarismo governativo, corruzione pervasiva, impunità dei responsabili, si è sviluppato un imponente movimento di contestazione attorno al ceto studentesco e giovanile ma con consensi in molte direzioni (dai contadini agli avvocati, dalle famiglie ai professionisti).
A un anno e mezzo dai fatti è ancora attivo in centinaia di paesi e città, in moltissime scuole e in decine di marce giovanili che hanno attraversato il paese e sono arrivate fino al parlamento europeo. Cito come esempio le 200.000 persone che hanno manifestato il 28 giugno 2025 a Belgrado.
In assenza di significative informazioni sui media più diffusi rimando agli articoli su Courrier des Balkans e Osservatorio Balcani e Caucaso Transeuropa.
Rispetto al movimento di protesta, la posizione del patriarca è diventata sempre più diffidente (https://www.settimananews.it/informazione-internazionale/serbia-crisi-politica-e-sociale/). Il ripetuto invito alla pacificazione è fatto sul calco di quello del governo. La facoltà teologica che si era pienamente coinvolta è stata subito messa in riga. I professori più esposti sono stati censurati. Il teologo Blagoje Pantelić e il sacerdote Vukašin Milićević sono stati allontanati e il prete ridotto allo stato laicale. In precedenza le censure avevano colpito i sacerdoti Nikola Simić e Milan Krstić. Censurata anche la comunità monastica di Visoki Dečani.
Il caso più clamoroso riguarda il metropolita Giustino di Ziča che è stato sospeso dal servizio in diocesi dopo reiterate visite amministrative la cui pertinenza pastorale non ha convinto né i fedeli né gli osservatori.
Nel comunicato stampa del sinodo (18 febbraio 2026) ci si preoccupa di escludere espressamente un intento politico, declinando le società commerciali e le vendite improprie del vescovo e dei suoi collaboratori. L’altro vescovo espressamente a favore del movimento di contestazione al governo è il metropolita Gregorio di Düsseldorf reso marginale dalla sua collocazione nella diaspora.
Narrazione acritica
La Chiesa serba estende la sua responsabilità pastorale alle minoranze attive in Bosnia-Erzegovina, Croazia, Kosovo, Montenegro e Slovenia, oltre che nella diaspora (Europa e America del Nord). Si colloca al centro sia della tradizione storica sia della diffusione geografica.
Da qui nasce la nebulosa ideologia del “mondo serbo” come progetto civilizzazionale in corrispondenza alla pretesa del “mondo russo” (Russkj Mir), a giustificazione indiretta del progetto politico della “grande Serbia” come il secondo copre e giustifica le pretese imperiali della Russia.
Le sue radici rimonterebbero al passato medioevale e alla più recente “ideologia di san Sava”, che assegna al popolo serbo un particolare destino, quello di essere un popolo eletto nell’economia della salvezza. La sua più recente manifestazione plastica è stato il Sabor, l’assemblea (di origine medioevale) del «mondo serbo» convocata l’8 giugno 2024, per attestare l’identità serba al di là dei confini oggi recepiti con la pretesa di una (nicodemica) annessione della parte serba della Bosnia-Erzegovina alla «madre patria».
La dura opposizione del patriarca al verdetto di condanna della corte federale della Bosnia-Erzegovina contro il leader della “repubblica serba in Bosnia”, Milorad Dodik ne è una conseguenza (1° agosto 2025).
Dopo il crollo della narrazione comunista e titoista, il recupero della storia del cristianesimo slavo si è facilmente imposta. Le radici medioevali si sono saldate dopo la devastazione dell’occupazione nazista con l’ideologia di san Sava. Il “giuramento del Kosovo” (28 giugno 1389) in cui il principe Lazar sceglie la sconfitta per la sua vittoria nel cielo diventa criterio per una Chiesa che il suo fondatore (san Sava) chiama alla piena maturità spirituale e nazionale.
L’intera storia del Novecento è sotto l’insegna del popolo vittima e il suo riscatto è legato al nuovo ruolo egemone riconosciuto alla Chiesa. Commemorando il giuramento o alleanza del Kosovo, il patriarca Porfirio così si è espresso il 28 giugno 2025: siamo eredi dell’alleanza del Kosovo «che per noi non può essere e non è in alcun modo un mito […] San Lazar, prima di andare in battaglia, si comunicò con tutti coloro che si battevano con lui sapendo con certezza che non sarebbe andato in battaglia per vincere ma […] per salvare la sua anima, cioè per salvare sé stesso, per essere salvato dall’amore di Cristo. Questa è la via fratelli e sorelle, ed è la nostra alleanza […] E questo non è altro che comunità. Questa è unità […] Il testamento del Kosovo, come il Nuovo Testamento, conferma che siamo chiamati, ma anche donati, ad essere uno».
Più unisono che sinfonia
L’alleanza “sinfonica” con il potere di Aleksandar Vučić che è al potere dal 2014 si è alimentata dal ruolo di egemonia valoriale riconosciuto alla Chiesa, dalla generosità delle sovvenzioni (76 milioni per la costruzione della basilica di san Sava, 60.000 ettari di terre e foreste riconsegnate, consultazioni regolari con la dirigenza ecclesiastica), dalla consonanza con gli interessi e gli orientamenti della Russia (l’uomo forte del sinodo è il russofilo Ireneo di Bačka) e dalla vicinanza-distanza rispetto all’Unione Europea.
Sul versante ecclesiale, la Chiesa serba non ha condiviso la decisione costantinopolitana di concedere l’autocefalia all’Ucraina e si erge a difesa della Chiesa locale che si riferisce al metropolita Onufrio. Progressivamente critico verso gli indirizzi culturali dell’Occidente, Porfirio non ha ancora compiuto la tradizionale visita al patriarca ecumenico dei nuovi patriarchi.
Questo non cancella alcuni elementi positivi per il patriarca serbo. La stabilizzazione concordataria con il Montenegro ha rassicurato le comunità ortodosso-serbe del paese. Così il riconoscimento di autocefalia, in concorrenza con il Fanar, alla Chiesa della Macedonia del Nord ha appianato uno scisma che durava da decenni.
Va anche riconosciuto lo sforzo del patriarca di mantenere buoni rapporti con la popolazione croata e slovena e di non chiudersi ai dialoghi ecumenici con le altre confessioni cristiane.
Pur interpretando le istanze etniche e nazionalistiche, non ha mai giustificato il ricorso alla violenza.
Oltre alla dimensione pastorale, la sua preoccupazione maggiore è il mantenimento della presenza ecclesiale ortodossa nella Metochia, nelle aree del Kosovo che custodiscono le radici storiche dell’ortodossia serba, le più antiche presenze monastiche e le più preziose eredità artistiche.
La sua posizione, condivisa dalla sua Chiesa, è la rivendicazione territoriale più che un’ampia e garantita autonomia. Respinge qualsiasi riconoscimento all’indipendenza del Kosovo e interviene puntualmente contro ogni decisione amministrativa che possa danneggiare le minoranze serbe ancora presenti sul territorio conteso.





