
Leggendo il testo di “Radicati e costruiti in Cristo” (Linee di orientamento per l’attuazione del Documento di sintesi del Cammino sinodale), sono rimasto deluso dal documento pubblicato l’11 giugno e approvato dai vescovi italiani nella loro 82ª Assemblea generale di maggio.
La prima delusione è lo stile di quel documento: è scritto da vescovi non per il popolo cristiano ma per l’alto clero; dubito che anche i semplici presbiteri lo leggano.
Un piccolo manuale “teologico” senza narrazione, senza empatia, senza profezia. Si parla di realtà religiose con stile amministrativo, con l’aggravante di essere generico.
Sono ripetuti alcuni lemmi sull’ascolto diventati ridicoli per i partecipanti del Sinodo, rivelandolo come una “novità”. È possibile che vescovi, presbiteri, laici, religiosi e religiose non si ascoltino nella loro azione pastorale? Sembra di sì, se è stata ripetuta più volte la meraviglia.
La seconda osservazione riguarda i soggetti che scrivono. Sempre con il dovuto rispetto, sembra che chi interloquisce sia il soggetto dell’azione di Dio. La fede è grazia di Dio: chiunque può essere testimone ma non autore di fede. Appropriarsi di una mansione che non compete, comporta confusione e rifiuto.
Ritornare a Cristo
Nella catechesi pastorale è quasi scomparsa l’attenzione all’azione di Dio creatore, salvatore, consolatore. Il sacerdozio non è più strumento di religiosità, ma diffusore della fede. Siamo al limite di un’eresia.
La crisi della religiosità che sperimentiamo è più profonda di quanto spesso si descrive.
La Chiesa è strumento, non causa della fede: esprime comunione, rispetto, aiuto, senza dimenticare l’autore che la rende possibile.
Il messaggio evangelico è stato talmente mediato da essere dimenticato. Ritornare a Cristo, alla sua vita, ai suoi messaggi è diventato urgente, senza il timore di rifiuti.
La Chiesa è chiamata ad annunciare il Signore nella dimensione divina, con risvolti di stili e comportamenti adeguati. L’annuncio è dire che Gesù è morto e risorto: questo è il nucleo della nuova religione. Presuppone che la visione sia al disopra delle vicende umane, pur vivendole: una sintesi raccontata con competenza e fede dal teologo francese, da poco scomparso, Joseph Moingt.
Senza coerenza, il cristianesimo occidentale rischia di essere una delle religioni accomodanti. Non è più possibile appellare a culture religiose superate, con la paura di essere marginali. Lo siamo già abbondantemente: un esempio chiaro è l’abbandono dei sacramenti della cresima e della penitenza. Non solo non si riconosce la mediazione del sacerdozio umano, ma non si appella all’essere “maturi” e “peccatori”.
Le linee di futuro sono due: la prima racconta il messaggio autentico evangelico; la seconda una tolleranza (pazienza) che accompagna le persone a maturare per scegliere Cristo. Il resto è dettaglio (le parrocchie, i carismi, le diocesi, i riti…).
La lentezza e la genericità dei cambiamenti appesantiscono la missione della Chiesa: non sono sopportabili dettagli dovuti a pensieri umani, né sempre donativi.
Il messaggio centrale è la speranza e la felicità. Il messaggio di Cristo è già intimamente umano e divino. Le generazioni di oggi, come quelle di ieri, hanno bisogno di prospettive spirituali, capaci di dare slancio alla visione della propria vita.
Nelle singole linee di sviluppo si mescolano dettami di organizzazione ecclesiale con prospettive di autentico valore cristiano.
Prima della fede, le persone hanno bisogno di “conoscere” il riferimento centrale della fede che è Gesù: occorre conoscerlo, dialogando con lui, tenendolo presente nella vita. Egli comprende la vita umana, perché l’ha vissuta: la sua religiosità indica la dimensione di Dio. Noi possiamo accompagnare questo percorso, ma solo il cuore delle persone può scegliere di essere discepoli.
Nel documento si insiste molto sulla formazione. Essere cristiani non è un mestiere da apprendere o una metodologia da seguire. È scegliere la visione spirituale suggerita dai Vangeli.
Questa insistenza, suggerita anche da buona fede, tradisce la natura dell’appartenenza religiosa. La scelta di Dio è complessa: esige attenzione, emotività, razionalità, volontà. La fede in Dio chiede fiducia in qualcosa e in qualcuno.
La Chiesa sul territorio
Possono essere utili i ripensamenti della “Chiesa sul territorio” pensando alle parrocchie. Sono decenni che se ne parla: si decida invece di invocare, ancora una volta, la scelta. Pur essendo cambiate le università, le scuole, le botteghe, i trasporti, le comunicazioni, noi siamo ancora con i confini del catasto, cari al sistema dei benefici del Concilio di Trento.
Nonostante le invocazioni, i testi, i canoni, il rispetto dei battezzati e degli organismi di partecipazione non sono cambiati. Le dichiarazioni sono anche giuridiche, la prassi è clericale nel senso deteriore del termine.
L’organizzazione delle strutture ecclesiali sono ferme senza speranza. Già Paolo VI aveva parlato di revisione delle diocesi, lasciando alle Conferenze episcopali le dovute riforme. Ritardano per un immobilismo che non ha nessun motivo.
Vale anche per l’organizzazione delle Conferenze episcopali: non riescono a rappresentare nessuno, nonostante la nomenclatura delle competenze essendo private di autorevolezza per la centralità della Santa Sede e non sono espressione identitaria territoriale, data la mobilità moderna della nostra popolazione.
Chiediamo al Signore Gesù fiducia e coraggio, sicuri che egli, nello Spirito, ci ascolterà.






in dieci anni di frequentazioni online non ho mai capito in cosa dovrebbe consistere questa “immaginazione”
X Fabio Cittadini, Va bene, ho visto che scrive anche su Korazym. In linea generale quando ho iniziato a frequentare queste pagine 15 anni fa mi aspettavo che ci fossero approfondimenti per chi aveva interesse a conoscere meglio la teologia, invece ognuno si apre la propria pagina, si fonda una sua teologia, e alla fine diventa come la proliferazione di allenatori della nazionale quando ci sono i mondiali di calcio.
Il tutto senza riuscire ad intercettare in modo particolare i cosiddetti lontani, ma finendo sempre per alimentare lo scontro interno. Senza contare che se non è sufficiente l’autorevolezza della Cei o del Papa che guidano il sinodo perchè dovrebbe averne il fedele X o Y che si lamentano? Almeno la democrazia è onesta, se perdi le elezioni accetti il risultato, il sinodo è una specie di ibrido: pochi laici cooptati (e non ci sarebbe nulla di male ma sia chiaro che l’autorevolezza è data loro dalla struttura che li ha scelti, non da un vero processo democratico dal basso) che vogliono il sinodo per imporre la propria visione di Chiesa, ma si lamentano quando la stessa struttura sinodale che hanno desiderato va in un’altra direzione.
Si evidenzia sempre più un cristianesimo strutturato ad hoc che è fine a se stesso. Ci vorrebbe il coraggio di ricominciare d’accapo mettendo al centro il vero messaggio di Cristo, il “fate questo in memoria di me” è fare Zikkàròn
Grande assente: la “questione femminile”.
Non è possibile continuare a proporre alle ragazze velo, clausura, mistiche nozze.
Comprendere meglio la natura della Chiesa-Sponsa Christi e Corpo di Cristo.
Perfino gli Ortodossi ordinano donne al diaconato.
Ritengo anch’io che l’articolo, al di là del giudizio critico espresso sul documento, risulti piuttosto confuso o, quantomeno, non di immediata comprensione.
Per i Vescovi italiani e non solo loro, il Popolo di Dio è puro nominalismo. Le decisioni scendono sempre dall’alto di un regime teocratico che non ascolta propriamente nessuno, Profetesse e Profeti, sempre inascoltati. (Non scrivo tutte le parolacce che si meritano perché non sarebbero giustamente pubblicate.) Inviterei i Vescovi a riflettere seriamente su quello che un giovane Gesù di Nazareth diceva alle autorità religiose del suo tempo, riportato in quell’affresco meraviglioso di Giovanni, uno dei tanti, che troviamo nel cap. 5 del suo Vangelo. – Io non ricevo gloria dagli uomini. Ma vi conosco: non avete in voi l’amore di Dio. IO sono venuto nel nome del Padre mio e voi non mi accogliete; se un altro venisse nel proprio nome, lo accogliereste. E COME POTETE CREDERE VOI CHE RICEVETE GLORIA GLI UNI DAGLI ALTRI, E NON CERCATE LA GLORIA CHE VIENE DALL’UNICO DIO? STRAORDINARIO! TUO E’ IL REGNO, TUA LA POTENZA E LA GLORIA NEI SECOLI! Quando si crede davvero a un Maestro come Gesù non si china la testa davanti a nessuno. Un Cristiano è sommamente libero, a servizio di tutti ma servo di nessuno. (vale per Vescovi, politici, accademici vari per non dimenticare i predicatori seriali delle televisioni che predicano ogni giorno più del Papa.) Invito Cristiane e Cristiani di fede provata a ribellarvi ai soprusi clericali di chi vi prende solo in giro. Un esempio vergognoso lo offre la Diocesi di Savona, la mia, con l’ennesimo trasferimeto di parroci dopo pochi o pochissimi anni di servizio, senza consultare nessuno, tantomeno i Consigli Pastorali parrocchiali, tanto invocati e legittimati a belle parole nei documenti sinodali. L’unico criterio non è un progetto pastorale condiviso, ma il mal di pancia e i disagi dei singoli preti. Ovviamente il Vescovo è convinto che spostando preti da una parrocchia all’altra si possa prendere il largo confidando. E’ lo slogan del Sinodo savonese. Siamo al ridicolo tragico. Con questo vi saluto e Dio benedica la sua Chiesa.
Seguo pedissequamente da cinque anni questo evento sinodale interminabile. Ma per la moltitudine già finito e chiuso da due. Ha partorito caterve di parole, di proposizioni, documenti a cascata, ricevendo commenti in contesti i più disparati. D’accordo tutto è grazia. Più prosaicamente, dissentendo da don Vinicio, tutto fa brodo. Ma di questo brodo (quasi) nessuno ne sta facendo il suo pasto. C’è anzi chi neppure vuole assaggiarlo, perché lo teme indigesto.
Se Sinodo significa che ogni comunità (nel senso più ampio del termine) prenda a camminare insieme alla ricerca in se stessa di un sano (santo) equilibrio fra autodeterminazione, sinergia con le altre comunità, con la Chiesa tutta e con il Papa nella fedeltà al Vangelo, perché continui ad essere annunciato, lasciamo pure i documenti dei Vescovi ai Vescovi. Purtroppo (quasi) nulla di nuovo in Periferia. INSPIEGABILMENTE. E la Parrocchia continua a diventare sempre più marginale nella vita dei quartieri e dei paesi.
Desidero condividere quanto detto da Papa Francesco nell’intervista del 2013 a Civiltà Cattolica perché quanto mai attuale:
«Il popolo è soggetto. E la Chiesa è il popolo di Dio in cammino nella storia, con gioie e dolori. Sentire cum Ecclesia dunque per me è essere in questo popolo. E l’insieme dei fedeli è infallibile nel credere e manifesta questa sua infallibilitas in credendo mediante il senso soprannaturale della fede di tutto il popolo che cammina. Ecco, questo io intendo oggi come il “sentire con la Chiesa” di cui parla sant’Ignazio. Quando il dialogo tra la gente e i vescovi e il Papa va su questa strada ed è leale, allora è assistito dallo Spirito Santo. Non è dunque un sentire riferito ai teologi». «È come con Maria: se si vuol sapere chi è, si chiede ai teologi; se si vuol sapere come la si ama, bisogna chiederlo al popolo. A sua volta, Maria amò Gesù con cuore di popolo, come leggiamo nel Magnificat. Non bisogna dunque neanche pensare che la comprensione del “sentire con la Chiesa” sia legata solamente al sentire con la sua parte gerarchica».
Ringrazio tutti per aver letto magari anche non condividendo. Nella comune Fede.
I commenti ai fuochi d’artificio suscitati da Vinicio Albanesi sul documento Cei “Radicati e costruiti in Cristo” meritano approfondimenti e amplificazioni. Innanzittuto per sottolineare che la sequela di Cristo è soprattutto vita e non narrazione. C’è nella chiesa italiana, a imitazione di quanto accade nelle varie articolazioni della società, un eccesso di convegni, parole e documenti, mentre il focus, se si volesse essere fedeli al vangelo, dovrebbe stare maggiormente sul vissuto cristiano autentico il quale, purtroppo, anziché essere al centro sta al margine dell’attenzione ecclesiastica. Poi, per gettare una luce sulle modalità di presenza e organizzazione territoriale della chiesa italiana – prima di aderire allo “Schema Repole” applicato inizialmente alla chiesa torinese e ora esteso a quella italiana – occorrerebbe chiarirsi le idee. Innanzitutto sul regime di cristianità. Si dice che esso è finito, anche se non ci sono prove della sua fine, dato che Chiesa e Stato mantengono inalterati i loro rapporti; i Patti del Laterano mantengono la loro solidità; la Chiesa italiana, grazie anche alla prossimità papale, è ampiamente presente sui media; si ripropongono, addirittura a giovani sprovveduti, forme della trascorsa religiosità popolare (vedi culto dei santi giovani, pellegrinaggi-processioni, ecc) l’influenza ecclesiastica sull’etica italiana è ancora notevole, e via dicendo. Il regime di cristianità più che finito sembra essere riproposto, mentre paradossalmente è negato. Poi c’è la questione ministeriale, conseguente al calo delle cosiddette vocazioni clericali, del quale non si è voluto individuare le cause e tanto meno le soluzioni. Ora si pensa che con i nuovi ministeri istituiti, a fianco del sacerdozio ordinato, si risolva la questione, ignorando che tutti i ministeri soggiaciono al clericalismo il quale, prima di essere stile comportamentale, è ideologia e forma organizzativa del potere ecclesiastico, cosicchè senza il prete non ci possono essere neppure gli altri, con l’ulteriore conseguenza che gli altri senza il prete, o con il prete peripatetico, non riescono a fare chiesa, per lo meno nella forma voluta dal cattolicesimo, mentre alle domande religiose, risorgenti a causa delle mutate condizioni sociali e culturali, non si dà alcuna risposta non riuscendo o non volendo intercettarle (si pensi ad es. al possibile rapporto, negato o non visto, con le varie spiritualità emergenti). Infine c’è la questione della presenza territoriale, assolutamente non ponderata ma ritenuta inferiore ad una presenza extraterritoriale o virtuale, non meglio definite, ma ritenute preferibili dato il calo di fedeli praticanti su base territoriale. Nessuno ovviamente si è chiesto il perché di questo calo e come eventualmente rimotivare la partecipazione di fedeli vecchi e nuovi. E nessuno si è chiesto che cosa potrebbe comportare per la chiesa e la società italiana la chiusura di parrocchie e chiese nell’articolato tessuto nazionale, non solo urbano, ma di migliaia di piccoli comuni e frazioni, che costituiscono la maggior parte del territorio nazionale. Si è scelto di applicare sic et simpliciter il modello di diverse chiese protestanti o affini al protestantesimo, con secoli di ritardo, e proprio ora che anche quelle chiese sono entrate in crisi. In sintesi, dunque, poche idee ma ben confuse e drammatiche: questo è l’orizzonte della chiesa italiana per i prossimi anni, un orizzonte che evoca quell’implosione del cattolicesimo che la sociologa della religione Danièle Hervieu-Léger aveva ben descritto per la Francia, mentre la società e le persone sono percorse da ricerche e attese spirituali che rimangono senza risposta.
Io non ho capito l’articolo
La CEI è da sempre conservatrice e non vuole muovere una virgola se non nelle parole. La CEI non vuole fare seriamente i conti con la drastica diminuzione del clero che è già ora e lo sarà ancora di più nei prossimi venti anni. La Chiesa italiana dovrà necessariamente ripensarsi altrimenti perderà il suo forte radicamento nel territorio venendo meno dell’annuncio evangelico.
Due settimane prima del documento “Radicati e ricostruiti in Cristo” al Salone del libro di Torino il giornalista e scrittore Aldo Cazzullo ha intervistato il Card Matteo Zuppi e in quell’occasione Cazzullo ha chiesto al Card Zuppi sui preti sposati e la risposta è stata probabilmente ci saranno.
La Chiesa italiana dovrà fare i conti su ciò che ora non vuole.
Il grande bluff del sinodo sulla sinodalità si palesa sempre meglio
Capisco la delusione. Francamente non mi aspettavo qualcosa di veramente innovativo. Il documento scritto da vescovi per i vescovi – tutto il resto (presbiteri, diaconi, consacrati, laici) sono tagliati fuori – è l’ennesimo segno di quella pervicace resistenza al cambiamento che si annida nella nostra Chiesa che è in Italia. Purtroppo sfugge la vivida e scottante percezione che siamo di fronte ad un cambiamento d’epoca. Occorre prendere atto che nel prossimo quinquennio la Chiesa subirà il processo di cambiamento in corso erodendo la sua azione pastorale. Gli oratori si svuoteranno, le chiese/parrocchie anche, l’iniziazione cristiana si prosciugherà, la pastorale giovanile e anche vocazionale arrancherà, ci saranno meno battesimi 8di bambini) e meno matrimoni. Rimarrà una macchina burocratico-amministrativa che farà fatica a gestire questo processo che peraltro è in corso con il rischio di grossi danni. Mancando immaginazione, manca anche la capacità di disegnare un progetto!
Si ma ancora in dieci anni di frequentazioni online non ho mai capito in cosa dovrebbe consistere questa “immaginazione”. Di fatto nemmeno le pagine più “immaginative” riescono ad attrarre più dei soliti 4 o 5 utenti, in base a quale motivo ci si dovrebbe ritenere titolati a dare consigli agli altri?
Almeno la vituperata macchina burocratica ha un minimo di aggancio con le realtà locali.. Vale anche per i partiti, quelli più storici come il PD saranno pure desueti ma permettono un minimo di dialettica interna, quelli più liquidi diventano solo partiti personali. Se vuoi un vero dialogo devi rimanere ancorato ad un minimo di struttura, se vuoi solo la libertà è facile finire in tante bolle solitarie. Non si può volere il sinodo e lamentarsi perchè il sinodo interessa solo a pochi, è democrazia pure disinteressarsi del sinodo, ad un certo punto.
Con sincerità non mischierei politica e Chiesa: sono due cose ben distinte per fortuna!!! Sull’immaginare una “nuova” struttura ecclesiale ho scritto sul mio blog e a quello rimando. Se ha la pazienza di spulciarlo e leggerlo, vedrà che sono stato molto concreto.
Se si riferisce alla teologia del gioco mi pare il progetto decennale della ACR, catechesi esperienziale.
https://www.famigliacristiana.it/attualita/don-tonino-lasconi-il-sacerdote-che-ha-insegnato-a-predicare-il-vangelo-con-i-mass-media-tiipjs72
Mi viene in mente Homo Ludens di Huizinga.
No. Ho scritto molto altro (veda i paradossi del cattolicesimo borghese e poi gli articoli sul Sinodo).