
Annibale Sermattei della Genga, divenuto papa Leone XII nel conclave del 1823 e “regnante” fino al 1829, è il primo grande Pontefice della Restaurazione post-napoleonica: ponte fragile e combattuto tra l’Ancien Régime e le nuove istanze liberali, tra l’Europa dei Congressi e l’Europa dei moti rivoluzionari.
«Jerzera er Papa morto c’è ppassato/ Propi’ avanti, ar cantone de Pasquino./ Tritticanno la testa sur cuscino,/ Pareva un angeletto appennicato». Tra i sonetti di Gioacchino Belli, il n. 482 è intitolato Er mortorio de Leone duodesimosiconno.[1]
Anche se, dal punto di vista della verità dei fatti, non ci poté essere, in occasione della morte di questo papa Leone, un mortorio “dissacratore” come descritto nelle quartine del poeta, Belli è uno che sta comunque in un angolo, proprio vicino piazza Navona, sistemato lì per godersi lo spettacolo solenne e fastoso del trasporto della salma di questo o quel papa, (probabilmente nel Mortorio non è la salma di Leone XII, bensì di Pio VIII.[2]
Tuttavia, anche in Belli dovettero, comunque, aver fatto scalpore, e dunque suscitato la sua reazione satirica, i vari provvedimenti dell’allora cardinale vicario per la disciplina dei costumi, Annibale della Genga Sermattei, poi papa Leone XII.
Nel corso del suo mandato, avendo egli disposto la punizione con il carcere per i diffusi delitti contro la morale (vagabondaggio, concubinato, violazione degli obblighi relativi a precetti e feste…), agli occhi di Belli, non poteva che apparire come il papa – ogni papa! – sia sempre uguale a sé stesso, cioè eterno e immutabile, chiuso come un angeletto nel suo sovrano disinteresse per l’umanità dolente, teso solo a realizzare il proprio sogno di potenza.
In realtà, dietro questa caricatura corrosiva del poeta, s’intravvede il dramma di un popolo che percepisce il governo pontificio come lontano e severo, mentre, da parte sua, Leone XII, pur con tratti oggettivamente repressivi, viveva interiormente la propria missione come un peso tremendo e insieme come un servizio da esercitare “in timore e tremore” davanti a Dio.
In ogni caso, al di là degli strali satirici – tipici di una stagione di movimenti politici rivoluzionari e di non pochi sommovimenti nello scacchiere europeo con le sue grandi potenze coloniali – il Della Genga uscì papa dal conclave del settembre 1823, non soltanto come possibile soluzione ponte e transitoria (stanti i veti incrociati di Austria e Francia), ma anche come mediazione tra cardinali zelanti (che appoggiavano Della Genga) e cardinali progressisti, come si diceva allora.
Da parte sua, egli scelse di prendere il nome di Leone non perché avrebbe voluto divorare quelli che sarebbero incorsi nelle disposizioni “anti-liberali” del motu proprio del 6 luglio 1816, oppure ristabilire con la forza delle vecchie procedure giudiziarie, oltre che emanare odiose norme contro gli ebrei e contro i progressi della medicina (ad esempio, il divieto della vaccinazione contro il vaiolo!); bensì, perché pensava a san Leone Magno, come leggiamo nell’enciclica Ubi primum, data a Roma il 5 maggio 1824 (indirizzata a vescovi e patriarchi).
La scelta del nome, dunque, non rimandava solo a una tradizione “forte” del papato, ma accostava, in modo quasi paradossale, la fragilità fisica di Della Genga alla robustezza dottrinale e pastorale del grande dottore della Chiesa: come se il nuovo pontefice riconoscesse che, per reggere il peso del ministero petrino nel cuore dell’Europa sconvolta, occorreva attingere al coraggio dotato di memoria e di dottrina di Leone Magno.
Ubi primum viene edita alcuni mesi dopo l’esordio del papato di Della Genga, perché egli aveva dovuto prima dedicarsi a fare come l’ingresso in un cantiere piuttosto che in una città regia, oltre ad aver dovuto combattere, stavolta proprio come un leone, contro la propria malattia.
Come ci viene spiegato dallo stesso papa, egli era stato, infatti, alle prese con «altri importanti lavori della nostra missione apostolica, in parte specialmente i dolori di una lunga malattia».[3]
Nonostante tutto, proprio insieme con Leone Magno – confessa fiducioso Leone XII –: «Cominciammo subito ad esclamare […]: “Signore, udii la tua voce ed ebbi paura; considerai l’opera tua, e fui colto da spavento. Che cosa, infatti, vi può essere di più straordinario e di più temibile del lavoro per chi è debole, dell’innalzamento per chi si trova in basso, della dignità per chi non la merita? Ciò nonostante, non ci disperiamo, né ci scoraggiamo, perché non presumiamo di noi stessi, ma di Colui che opera in noi”».
Così, come per modestia si esprimeva con i termini di Leone Magno, senza però abdicare al dovere della verità, anche il dodicesimo papa che sceglie il nome di Leone, può affermare: «Noi, in omaggio alla verità, diciamo ciò e lo confermiamo».[4]
Il “cantiere” della città di Roma era, del resto, anche quello dell’intera Chiesa, sia nello Stato pontificio che nel resto d’Europa (e particolarmente nei paesi protestanti): numerosi cantieri (teorici e pratici) attendevano, appunto in quegli anni, un coraggio simile a quello di un leone.
Non è forse un caso che anche papa Leone XIV – celebrando la messa d’insediamento sulla cathedra romana – il 25 maggio 2025 (nella Basilica di San Giovanni in Laterano, VI domenica di Pasqua) – abbia voluto citare anch’egli san Leone Magno, parlando pure lui testualmente di ingresso in un cantiere assai vasto, nel quale intende operare con il consiglio di tutti: «Da parte mia, esprimo il desiderio e l’impegno di entrare in questo cantiere così vasto mettendomi, per quanto mi sarà possibile, in ascolto di tutti, per apprendere, comprendere e decidere insieme: “cristiano con voi e vescovo per voi”, come diceva sant’Agostino (cf. Discorso 340, 1). Vi chiedo di aiutarmi a farlo in uno sforzo comune di preghiera e di carità, ricordando le parole di san Leone Magno: “Tutto il bene da noi compiuto nello svolgimento del nostro ministero è opera di Cristo; e non di noi, che non possiamo nulla senza di lui, ma di lui ci gloriamo, lui da cui deriva tutta l’efficacia del nostro operare (Serm. 5, de natali ipsius, 4)”».[5]
No al “tollerantismo” e allo “indifferentismo”
Appena insediato, l’attuale pontefice Leone XIV ha voluto inventariare, tra le tante sfide che lo e ci attendono: «La scienza e la tecnica influenzano il nostro modo di essere e di stare nel mondo, fino a coinvolgere persino la comprensione di noi stessi, il nostro rapporto con gli altri e il nostro rapporto con Dio. Ma niente che viene dall’uomo e dal suo ingegno deve essere piegato sino a mortificare la dignità dell’altro. La nostra, la vostra missione, è nutrire una cultura di umanesimo cristiano, e di farlo insieme. Questa è per tutti noi la bellezza della “rete”».[6]
Ai tempi del dodicesimo Leone, quello che fu il manifesto programmatico del suo papato – e che da alcuni fu considerato anche il segnale di un “pontificato conservatore” –, era assai vivo, più che la sfida, il ricordo cocente di battaglie crudeli che si erano accese e quasi ogni giorno si manifestavano ancora contro la Religione Cattolica.
Leone XII ribadiva, in merito, più che una metafora belligerante, la delicatezza richiesta al ministero episcopale, che avrebbe dovuto implicare – come scrisse appunto papa Della Genga – l’accurata selezione dei candidati (al sacerdozio e all’episcopato), per i vescovi l’obbligo della residenza, della visita pastorale alle proprie diocesi e, sul piano dell’azione globale, un’azione di consolidamento del cristianesimo in tutte le terre, anche in quelle percorse dalla rivoluzione protestante nel nord Europa, ad esempio in Gran Bretagna e Scozia.
Il principale dovere di un vescovo – ribadiva Leone XII ai confratelli – resta quello di nutrire il popolo, non quello dell’opulenza (che ancora regnava in grande tra le file episcopali del primo Ottocento): «In tal modo voi raggiungerete lo scopo del vostro ministero, poiché, divenuti nell’animo forma del vostro gregge, e dando agli uni il latte, agli altri più solido cibo, non solo informerete lo stesso gregge di dottrina, ma anche lo condurrete con l’opera e con l’esempio ad una tranquilla vita in Gesù Cristo e al conseguimento dell’eterna beatitudine insieme a voi, così come si esprime lo stesso capo degli Apostoli: “E quando apparirà il principe dei pastori, voi otterrete una imperitura corona di gloria”».
Se anche l’attuale papa Leone XIV ha voluto fin da subito ricordare quanti Lazzaro muoiono davanti all’ingordigia che scorda la giustizia, al profitto che calpesta la carità, alla ricchezza cieca davanti al dolore dei miseri,[7] il suo predecessore ottocentesco di nome Leone, oltre a incoraggiare opere di misericordia corporale e spirituale in Roma, nei territori della Legazione pontificia, in Europa e nel mondo, iniziava soprattutto una serrata campagna di consapevolezza della necessità del nutrimento spirituale. Egli lo raccomandava particolarmente ai Pastori, come antitesi ad antiche e nuove teorie filosofiche e politiche che, all’epoca, equiparavano tutte le filosofie e visioni del mondo, perfino quelle evidentemente opposte tra loro.
Non è un caso che papa Leone XII mettesse in guardia da quella che definì testualmente una setta filosofica: essa – aggiungeva il dodicesimo Leone – proclama il tollerantismo e l’indifferentismo, sostenendo che «sono nella retta via anche quelle società che, respingendo la divina rivelazione, professano il semplice deismo ed anche il semplice naturalismo».
Il Leone ottocentesco stava, insomma, alludendo alla Società biblica, i cui aderenti, scriveva, «giungono al punto di volgere a danno della Religione quelle sacre scritture che dall’alto ci sono state concesse per l’edificazione della Religione stessa», ponendosi esplicitamente contro il «notissimo decreto del Concilio Tridentino [Sess. 4, De editione et usu sacrorum librorum]» e, di conseguenza, pubblicano nuove versioni, non autorizzate, della Bibbia.
Era, questo stigmatizzato da Leone XII sul piano dell’ermeneutica biblica, uno degli effetti del cosiddetto evangelismo; ma lo era anche del liberalismo (che si svilupperà all’incirca nella prima metà dell’800), nonché degli ideali di democrazia (che si svilupperanno, a loro volta, soprattutto nella seconda metà del secolo), nonché del nazionalismo (che caratterizzerà tutto l’Ottocento insieme con il socialismo).
Ecco, il papa Leone passava come al vaglio tutte le nuove idee e le nuove correnti politiche, le cui avvisaglie egli ravvisava soprattutto nei filoni culturali del deismo e del naturalismo.
Come precisava anche Giovanni Bosco, sulla scia del Saggio sull’indifferentismo in materia di religione (1817) di Félicité de Lamennais, papa Leone XII non stava facendo altro che denunciare la matrice originaria di “setta” di molti indirizzi di pensiero dell’epoca: essi, ostentando il fascinoso volto della pietà e della liberalità, professavano, invece, il cosiddetto tollerantismo o indifferentismo, esaltandolo non solo in campo civile, ma anche nelle cose di religione.
A tutto questo, si aggiungevano le traduzioni della Bibbia, diffuse dovunque dalla Società Biblica mondiale,[8] nonché tanti altri libri che, prima dell’autorizzazione pontificia, cercavano d’infiammare gli animi giovanili, sollecitandoli alla rivolta, se non proprio alla rivoluzione.
Il Breve pontificio Fructus quos (2 ottobre 1827, quinto anno di pontificato di Leone XII) si congratulava, perciò, con “i frutti copiosi” prodotti in Francia dalla “Società cattolica dei buoni libri”, la quale opponeva libri di contenuto sacro e umano, proponendo pure dei premi, purché, anche trattando le scienze naturali, si insegni e favorisca la Religione: la scienza va presentata e studiata, insisteva Leone, ma in armonia con la Religione.[9]
Questo ennesimo tentativo di recupero di una pervasiva spiritualità nei costumi e nei libri, che faceva problema al Belli – peraltro sempre pungente nei confronti dei vizi e difetti di preti e cardinali –, sembra essere, in positivo, uno degli spunti più promettenti del programma leoniano, oltre che un tassello in vista di una conciliazione e di una convergenza di interessi con le potenze europee dell’epoca, con lo scopo ultimo di una più generale conciliazione tra Chiesa e mondo: da Leone XII perseguita esplicitamente, quest’istanza pone come una qualche remota premessa a quella che sarà la successiva stagione dei Concordati che, ad esempio in Italia, condurrà ai Patti Lateranensi dell’11 febbraio 1929.
Con l’indizione e la felice conclusione del Giubileo del 1825, svolto nonostante alcuni pareri in contrario (per i timori che in Roma, o nei paesi da attraversare, scoppiasse qualche turbolenza o disordine), papa Della Genga permette alla cristianità di cogliere non soltanto un’opportunità spirituale, particolarmente in ambito penitenziale e caritativo; ma costituisce anche l’occasione per ribadire, sul piano dei rapporti politici, che la causa della Chiesa e quella dei Principi era una sola e la stessa.
Come si legge nella Bolla d’indizione, non si renderà mai a Cesare ciò che è di Cesare, se prima non si renderà fedelmente a Dio ciò che è di Dio. Leone stesso ne descrive, tra l’altro, i frutti principali, come non soltanto spirituali: «Che diremo poi delle molteplici opere di misericordia cristiana fatte a beneficio dei poveri di ogni genere e di ogni nazione? Che cosa dell’ospitalità per gli stranieri e i pellegrini? Con quante e quali prove di benevolenza furono ricevuti al loro arrivo a Roma, con quale costante cura ristorati, con quanta umanità sostenuti nella fatica del viaggio!».[10] Tutto ciò non senza raccomandare ai preti e pastori una predicazione capillare, finalizzata a inculcare nei fedeli la necessità della penitenza interiore, disporre gli animi ad essa, illustrando altresì la Penitenza come Sacramento.[11]
Fu, quella del Giubileo del 1825, davvero l’occasione per fare di Roma anche un grande spazio sacro e penitenziale, rigidamente regolato con celebrazioni e divieti, oltre che arricchito da una notevole serie d’interventi architettonico–urbanistici. Tutto ciò evidenzia sia la tendenziale modalità “conservatrice” di papa Della Genga, sia la sua capacità, esercitata davvero con la forza di un leone, di attivare potenti forze, anche economico–finanziarie (ad esempio, quelle dei numerosi ebrei, che operavano allora nelle Marche), nell’intento di riqualificare l’assetto urbanistico della città santa e favorire i movimenti dei pellegrini.
Tenendo fede al nome che si era scelto, simbolo di coraggio, Leone XII mise da parte i dubbi della Curia: il papa avrebbe voluto un Giubileo prettamente religioso ed ecclesiale, alieno da ogni mondanità e, soprattutto, lontano da qualsiasi speculazione, anche commerciale.
Il volto più compìto e serio al pellegrino, che veniva a pregare sulle tombe degli apostoli, doveva essere mostrato da Roma, cioè «la Santa Gerusalemme, questa regale città sacerdotale che, divenuta capitale del mondo in quanto sacra sede del Beato Pietro, ha un potere più vasto come centro della Religione divina che come dominazione terrena».
Era egli, forse, mosso – oltre che dal desiderio di risveglio spirituale e teocratico – anche da un intento di restaurazione antirivoluzionaria e antimoderna?
Più verosimilmente, Leone sembra sospinto da un sincero desiderio di riforma nel modo di stare nel mondo da parte della Chiesa e della sua gerarchia, stante anche il perdurare di antichi (nei borghi pontifici dimoravano 54 greci “scismatici”), e nuovi, più pericolosi, scismi. Leone XII cita esplicitamente lo scisma della Piccola Chiesa, di cui si lamenta in modo veemente e accorato nella sua esortazione Pastoris aeterni del 2.7.1826.[12]
Lo sollecitava, altresì, al rigore la nuova reviviscenza della setta dei Liberi Muratori, ossia dei Francs Maçons (chiamata anche in altro modo), su cui avevano già messo in guardia papa Clemente XII (Costituzione In eminenti del 28 aprile 1738), Benedetto XIV e l’immediato predecessore Pio VII, i cui testi Leone riprende puntualmente e letteralmente nella sua lunga e accorata Bolla Quo graviora del 13.3.1825.[13]
I diversi cenni a una riforma amministrativa e pastorale; i richiami a preti e vescovi scismatici a rientrare, pentiti, nei ranghi ecclesiastici; la fiera rivendicazione di indipendenza e autonomia (se non di supremazia) della Chiesa di Roma rispetto agli Stati, che caratterizzano la stagione di Leone XII, sono altrettanti aspetti, piuttosto che di un papa conservatore, di uno che sta ormai assecondando il processo di una sorta di convivenza duale tra Stato della Chiesa e altri Stati e forze, anche finanziarie ed economiche (anche per le difficoltà sul piano economico-finanziario in cui oggettivamente versava in quegli anni l’amministrazione pontificia).
In ogni caso, mostrando grande fiducia nella Providenza, la Bolla d’indizione del Giubileo, Exultabat spiritus (25.12.1825), fin dall’esordio teneva a precisare ottimisticamente che, dopo le procelle così lunghe e così terribili, tempi più felici e più tranquilli erano finalmente venuti.[14] E ciò nonostante non si fosse riusciti ad aprire la quarta porta d’oro – quella di San Paolo sulla via Ostiense –, poiché, spiega papa Leone, «questo significativo ornamento di Roma, monumento insigne della munificenza e della pietà dell’antichità, consacrato dalla Religione di tanti secoli, oltre due anni fa è stato ridotto in cenere».[15]
Certo, come deve riconoscere lo stesso Pontefice, «il diminuito numero di fedeli accorsi alle sacre soglie non deve essere attribuito ad una diminuzione della loro fede o ad un languente affetto verso la devozione sincera, ma piuttosto alle calamità dei tempi».[16]
I grandi numeri dell’odierno Giubileo dei giovani del 2025, nonché degli altri eventi che stanno segnando i primi mesi di pontificato di Leone XIV, non ci fanno, in ogni caso, dimenticare – come ricorda l’attuale papa Leone – i tanti attentati alla pace, che sembrano, anzi, diventati più recrudescenti perfino agli occhi di un pontefice che, pure, aveva esordito con l’augurio di pace: «La pace sia con tutti voi! Fratelli e sorelle carissimi, questo è il primo saluto del Cristo risorto, il Buon Pastore, che ha dato la vita per il gregge di Dio. Anch’io vorrei che questo saluto di pace entrasse nel vostro cuore, raggiungesse le vostre famiglie, tutte le persone, ovunque siano, tutti i popoli, tutta la terra. La pace sia con voi!».[17]
Un medesimo anelito cristiano alla pace era, in maniera particolare, descritto dal dodicesimo papa Leone, quasi con afflato mistico nell’omelia Qui pacem, per la domenica di Pasqua del 26.3.1826: «Voi desiderate soltanto la pace, voi cercate insistentemente la pace, ma non trovate pace: perché dunque? Perché la cercate dove non è e non può essere. Sulle loro vie vi sono l’afflizione e l’infelicità, e non conobbero la via della pace; è questa, e Dio stesso lo afferma, la condizione di coloro che sperano di trovare la quiete e la tranquillità nel peccato. Sperano la quiete, e finiscono nella tempesta; si ripromettono la gioia, e non trovano infine se non tedio, e affanno, e terrori: anzi sentono principalmente crescere dentro di sé una tetra amarezza, proprio là dove, ingannati da una falsa immagine di bene, si erano ripromessi la massima felicità».[18]
Tra edifici da ricostruire, questioni gestionali e problemi di rapporti con finanzieri di fede ebraica
Un periodo di grandi rivolgimenti sociali e di bisogno di giustizia, qual è il nostro, esige – si dice – una riscoperta della dottrina sociale della Chiesa. Ce lo ha ricordato papa Leone XIV, che ha recentemente osservato: «Carissimi, come afferma il Concilio Vaticano II, “è dovere permanente della Chiesa di scrutare i segni dei tempi e di interpretarli alla luce del Vangelo, così che, in modo adatto a ciascuna generazione, possa rispondere ai perenni interrogativi degli uomini sul senso della vita presente e futura e sulle loro relazioni reciproche” (Cost. past. Gaudium et spes, 4). Vi invito pertanto a partecipare attivamente e creativamente a questo esercizio di discernimento, contribuendo a sviluppare la Dottrina Sociale della Chiesa insieme al popolo di Dio, in questo periodo storico di grandi rivolgimenti sociali, ascoltando e dialogando con tutti. C’è oggi un bisogno diffuso di giustizia, una domanda di paternità e di maternità, un profondo desiderio di spiritualità, soprattutto da parte dei giovani e degli emarginati, che non sempre trovano canali efficaci per esprimersi. C’è una domanda crescente di Dottrina Sociale della Chiesa a cui dobbiamo dare risposta».[19]
Se le grandi sintesi della Dottrina sociale nasceranno soprattutto con Leone XIII alla fine dell’Ottocento, non si può negare che, già nel breve pontificato di Leone XII, affiorino intuizioni, per così dire, “pre-sociali”: attenzione ai lavoratori della Stamperia, alle famiglie che vivono degli stabilimenti camerali, ai poveri dei Conservatori, ai pellegrini del Giubileo… È una forma ancora embrionale, ma reale, di consapevolezza che la fede cattolica implica strutture, tutele, diritti e doveri nel tessuto concreto della società.
Da parte sua, papa Della Genga è nativamente coinvolto in questioni e prassi con implicazioni sociali e politiche, essendo «nato il 22 agosto 1760 a Monticelli di Genga, nel distretto e diocesi di Fabriano, come sesto di dieci figli dal conte Ilario e dalla contessa Maria Luigia Periberti (dunque da famiglia di antica nobiltà feudale iscritta al patriziato di Spoleto)». Perciò, «Annibale della Genga Sermattei segue la carriera tipica di una certa nobiltà ecclesiastica, carriera per altro non nuova nella tradizione familiare (da parte sia paterna sia materna)».[20]
Nel febbraio 1794, sotto Pio VI, egli aveva fatto l’ingresso in diplomazia, con la nomina a nunzio a Colonia, nella Germania renana, gestendo il non facile rapporto con l’episcopato tedesco, allora molto geloso delle proprie prerogative rispetto a Roma. Aveva, in particolare, sperimentato la difficoltà di salvaguardare l’autonomia del papato, mantenendo un difficile equilibrio fra Austria e Francia.
Dopo la caduta di Napoleone, il cardinale Della Genga torna sulla scena diplomatica come nunzio in Francia. E in questo ruolo dimostra quel profilo che gli studiosi hanno considerato uno dei suoi tratti più evidenti, cioè l’inclinazione verso tesi ultramontane e conservatrici.
Egli avrebbe voluto, probabilmente, imprimere alla Chiesa una linea aliena da ogni compromesso con i processi di “secolarizzazione” a quel tempo in corso. Dovette rassegnarsi, invece, a veder sorgere sullo Stato pontificio un’epoca nel corso della quale gli aspetti burocratico-amministrativi di stampo riformistico sarebbero stati decisamente privilegiati rispetto allo sperato, e per lui fondamentale, ritorno ad una religiosità pervasiva e ad un disegno di riaffermazione (forse, di riconquista) del primato del potere religioso.
Era, questo, l’orizzonte politico-sociale del cardinale Della Genga e il contesto in cui, quasi a mo’ di compensazione, gli giunge, da parte di Pio VII, la nomina a cardinale e l’assegnazione alla diocesi di Senigallia (marzo 1816).
Egli non prende mai possesso della diocesi e assume altri incarichi curiali: prefetto della Sacra congregazione dell’Immunità ecclesiastica e cardinale vicario (maggio 1820) e responsabile nella disciplina dei costumi e nella punizione con il carcere per i delitti contro la morale (vagabondaggio, concubinato, violazione degli obblighi relativi a precetti e feste): “ingaggiato” nell’agone socio-politico e gestionale, egli dimostra una inflessibilità che ebbe a meritargli i già evocati strali ironici del Belli.
In ogni caso, Annibale Sermattei della Genga (Genga, 22 agosto 1760 – Roma, 10 febbraio 1829), papa dal 1823 al 1829, ha avuto il tempo di redigere ben 22 documenti ufficiali, di diversa lunghezza e tenore, non estranei ai temi sociali, oggi ritenuti così rilevanti nella dottrina sociale della Chiesa: dall’enciclica Ubi primum, 5 maggio 1824 al Chirografo edito a Roma, datato 6 gennaio 1829, diretto al cardinale Tommaso Bernetti, Segretario di Stato, col quale si poneva sotto una speciale amministrazione la Stamperia camerale – futura Poliglotta Vaticana –, la quale operava fin dai tempi di Sisto V nel 1587.
Oltre ai mille ostacoli comportati dagli importanti lavori (anche materiali) della sua nuova missione apostolica, lo frenarono specialmente i dolori di una lunga malattia: probabilmente una cronica bronchite, o forse una tubercolosi, come sappiamo dal suo archiatra Michelangelo Poggioli, professore di botanica alla Sapienza e già medico del conclave, affiancato dal chirurgo Filippo Todini, il quale assistette papa Della Genga anche nella malattia mortale (una grave forma di stranguria, forse un cancro delle vie urinarie?), che nel volgere di cinque giorni lo avrebbe portato alla tomba.[21]
Tuttavia, Leone XII riesce a porre «sotto una speciale amministrazione una così grandiosa officina, perché venissero assicurati i mezzi da vivere a più di centinaia di famiglie, perché il servizio del pubblico venisse soddisfatto con puntualità e con il minore possibile dispendio dei litiganti, e perché tutto venisse messo in quell’ordine plausibile che esige ogni dovere di religione e di società».[22] In tal modo, avrebbero operato, sotto un’unica amministrazione, gli Stabilimenti della Calcografia e della Cartiera Camerale di San Sisto, nonché la raccolta e la distribuzione degli stracci di tutto lo Stato per fornirne tutte le cartiere, così naturalmente legati al già citato Stabilimento della Stamperia.[23]
Nei cinque anni, quattro mesi e 13 giorni di un pontificato non del tutto sereno, anche a motivo dei moti rivoluzionari carbonari che affliggevano lo Stato pontificio (famosi quelli del 1820-21, che interessarono anche la provincia di Macerata), secondo la “vulgata” storiografica (particolarmente quella di stampo anti-clericale) il dodicesimo Leone viene presentato come un restauratore, peraltro in uno dei periodi che sarebbero tra i più oscuri di storia della Chiesa.[24]
Questa lettura, pur cogliendo un elemento reale di ripiegamento difensivo rispetto alla cosiddetta modernità, rischia però di appiattire tutto il pontificato in una categoria ideologica (“oscurantismo”), che non rende giustizia né ai tentativi di riforma amministrativa e pastorale, né alla fitta rete di iniziative culturali, educative e caritative promosse proprio sotto Leone XII.
In un momento storico delicatissimo, quello della restaurazione postnapoleonica, papa Leone appare, in ogni caso, non soltanto come l’uomo a cui si rivolge James Gibbons, arcivescovo di Baltimora nel Maryland e figlio d’immigrati irlandesi, allo scopo di perorare la causa dei sindacati e promuovere un qualche compromesso; ma anche l’uomo che prelude a un inasprimento del Sant’Uffizio nei confronti di tutte le associazioni che seguivano il criterio della segretezza e dell’accettazione di membri non solo protestanti, ma persino irreligiosi o massoni (era il caso della Société de bienfaisance française).
La condanna fu, dunque, ripetuta nei confronti delle società segrete, ma fu lasciato uno spiraglio per quelle che avessero riformulato le proprie costituzioni e i propri criteri di adesione.
In ciò, Leone XII mostrava di essere anche uomo di governo animato da una forte volontà di ri-organizzazione amministrativa dello Stato della Chiesa: è sempre lui che protegge e amplia, col Breve Quam multa del 17 maggio 1824, il Collegio Romano, con la Chiesa di Sant’Ignazio e il contiguo Oratorio, detto del padre Caravita, nonché i musei, la biblioteca, la torre specola, con tutti gli altri annessi e le pertinenze, movendosi nel quadro delle trasformazioni europee; è ancora lui che ri-organizza i Conservatorii delle povere fanciulle in Roma.[25] Favorisce, inoltre, il prestigio di Roma a livello mondiale, ponendo mano al progetto – maturato, forse, nei lunghi anni passati al servizio della diplomazia pontificia – della ri-organizzazione delle sedi pontificie all’estero.
Del resto, «Della Genga, proprio al momento dell’ascesa al soglio di Pietro, seguiva con interesse, per esempio, quant’accadeva nell’America del sud e conosceva bene i propositi e le difficoltà del viaggio del trentenne sacerdote Giovanni Maria Mastai Ferretti, partito nel luglio del 1823 per il Cile e l’Argentina al seguito di monsignor Giovanni Muzi».[26]
In ogni caso, con lui la città di Roma velocemente recupera il suo ruolo di centro della cristianità e di faro di una nuova cultura (fatto che colpirà anche Giuseppe Garibaldi, al punto che l’eroe dei due mondi ipotizza, allora, Roma come la possibile capitale unitaria d’Italia).
È significativo che proprio un Pontefice, spesso rubricato come “reazionario”, contribuisca, di fatto, a riattivare quelle dinamiche culturali e simboliche che faranno di Roma il naturale baricentro del futuro Stato unitario: la città si presenta, insieme, come capitale della cristianità e laboratorio di una nuova identità nazionale, in una tensione destinata a esplodere ma che, proprio per questo, va letta con categorie più sottili di quelle della pura contrapposizione.
Per la città eterna, il secondo decennio dell’Ottocento, grazie a Leone, sarà non tanto il tempo di una terza restaurazione del potere della Chiesa, bensì di una rinascita sul piano politico e culturale, quasi il preludio di un Risorgimento che, nel 1860, per la Penisola italiana si configurerà anche come un evento di profilo anti-ecclesiastico.
Il doppio zecchino o, come dice la numismatica, la moneta leonina del II tipo, nel verso recava una figura femminile, allegoria della Chiesa romana, nel cui contorno si leggeva “Dilexi decorem domus tuae”.[27]
A tale decoro voleva sorvegliare, come in un volo dall’alto, l’aquila che campeggiava nello stemma araldico del Pontefice, benché egli avesse fatto deporre, e deposto egli stesso, il proprio stemma dai palazzi di Roma, manifestando, così, una certa avversione all’uso dell’araldica, allora intesa quale veicolo di vanagloria e di antievangelico esibizionismo.
Il ritratto di papa Leone XII (secolo XIX, conservato nel palazzo comunale di Spoleto) è in bianco e nero: colori che prevalgono negli abiti del papa benedicente e spiccano sul fondo bruno del dipinto; ma nella mano sinistra egli tiene una lettera, quasi a ribadire i numerosi suoi interventi[28] con cui il suo pensiero, in qualche modo, volava e raggiungeva due mondi: eroe dei due mondi, sarà soprannominato il diciottenne Garibaldi che, proprio nel corso del Giubileo del 1825, visitava la Roma di papa Leone XII.
Lo stemma pontificio – stampato nel 1827 – prevedeva, nell’Arma d’azzurro, l’aquila d’oro coronata. Quindi, un’aquila coronata, oltre alla tiara, alle chiavi incrociate, le foglie di quercia e, soprattutto, san Pietro e san Paolo (il primo con le chiavi; il secondo, abbigliato con tunica, libro con spada e libro[29]).
Quell’aquila coronata, pur potendo/volendo volare alto sui cieli politici e religiosi dell’Europa ma anche del mondo nuovo, aveva tuttavia le ali abbassate: Leone si dovette, infatti, occupare spesso di cose più in basso, come la ricostruzione, il rilancio della tipografia vaticana, perfino delle cose riguardanti l’agricoltura[30] e la farmacia.[31]
A seguito, infatti, dell’incendio che, nel 1823, aveva distrutto la Basilica di San Paolo, fu proprio papa Leone XII a invitare direttamente tutti i fedeli ad offrire, secondo le proprie possibilità, denaro e oggetti per ricostruire il Tempio e la sua porta d’oro, dedicata all’Apostolo delle genti.[32]
Quell’aquila dovette altresì confrontarsi, com’era peraltro accaduto già al Della Genga da cardinale, con enormi questioni finanziarie e amministrative. Nel territorio pontificio dell’epoca, in cui la famiglia Della Genga viveva, ci si doveva inevitabilmente misurare con le concessioni in materia di commercio, provando a conciliare il rigore del diritto canonico con le esigenze in ambito economico e finanziario.
Tutto questo “mondo”, a quel tempo, riguardava anche gli ebrei e le loro organizzazioni, contro le quali si registra, proprio negli anni del cardinale Della Genga, poi papa Leone, un’inusitata violenza verbale, anche se essa è, in parte, spiegabile nel più generale orizzonte di uno Stato pontificio in cui pesavano molto le considerazioni del domenicano francese Ferdinando Jabalot, procuratore generale dell’Ordine e autore del libello antiebraico Degli Ebrei nel loro rapporto colle nazioni cristiane (originariamente pubblicato nel risorto “Giornale ecclesiastico”).[33]
Quel libello aveva, purtroppo, un tono aspramente polemico nei confronti degli ebrei, alimentando un pericoloso luogo comune anti-ebraico, fino al punto da suggerire di distruggere quegli ingordi lupi sfrenati.
Già da cardinale vicario di Roma, Della Genga se n’era lasciato influenzare, ad esempio ristabilendo la consuetudine – sospesa durante il periodo rivoluzionario e negli anni immediatamente seguenti – delle prediche coatte del sabato agli ebrei capitolini.
Nella veste di capo della Chiesa, egli segna, purtroppo, un brutto punto di rottura con la pacifica convivenza cristiano-ebraica nel 1826, l’anno in cui, su direttiva papale, nonostante l’apertura delle porte giubilari l’anno prima, vengono eretti nuovamente i portoni del ghetto.
Qui emerge con particolare evidenza uno dei limiti più dolorosi del pontificato di Leone XII: l’assunzione, sia pure in un contesto culturale segnato da pregiudizi diffusi, di posizioni e di provvedimenti che oggi, alla luce del Magistero del Concilio Vaticano II, e in particolare di Nostra aetate, non possono che essere riconosciuti come ingiusti e in contrasto con la vocazione della Chiesa a leggere nel popolo ebraico “le radici sante” della propria fede.
La memoria di questi errori storici non serve a condannare persone del passato, ma a vigilare perché nel presente non si ripropongano, sotto forme nuove, esclusioni e discriminazioni.
Una stagione di riforme, di arte, cultura e contatti internazionali
L’aquila di Leone XII rinviava alle altezze dei cieli. Anche l’attuale stemma di papa Leone XIV, che s’innalza in una campitura d’azzurro, richiama le medesime altezze. Egli, peraltro, proviene dal nuovo mondo, essendo nato negli USA e vissuto in America latina (come missionario in Perù).
Nato e cresciuto a Chicago, ha scelto proprio la sua città natale per rivolgersi in particolare ai giovani l’11.5.2025, nel corso di un videomessaggio per la celebrazione organizzata dall’arcidiocesi di Chicago nello stadio di baseball dei White Sox, in suo onore.
Inoltre, a conferma dei suoi interessi artistico-culturali, sabato 2 agosto 2025, ha ricevuto in udienza, nell’auletta dell’Aula Paolo VI, una ristretta rappresentanza dei Musei Vaticani, che gli ha presentato e consegnato un quadro raffigurante Sant’Agostino e un angelo, opera di un anonimo artista romano del XVIII secolo: ancora il volo di un angelo, che sembrerebbe richiamare le istanze del predecessore Leone XII, il quale – come si è visto – presentava delle affinità sia rispetto al nuovo mondo che alle istanze artistiche e culturali emergenti.
Circa il nuovo mondo, papa Della Genga non poteva non guardare ad esso nell’orizzonte delle tante tappe della diplomazia romana che, prima sotto la guida di Della Somaglia, poi del card. Tommaso Bernetti, stava già organizzando delle vere e proprie spedizioni in Sudamerica (dove, ricordiamolo, era stato naufrago o moribondo lo stesso Garibaldi), finalizzate a presentare la Chiesa di Roma con un volto nuovo e sempre più capace di volare alto e, così, competere sul piano internazionale.
Da pontefice, Leone XII, oltre a indirizzare un Breve (24 settembre 1824) ai Fratelli Arcivescovi e Vescovi d’America – in cui raccomandava le «auguste e distinte virtù del Nostro carissimo figlio in Cristo Ferdinando, re cattolico di Spagna» –, comunica di aver «ricevuto le tristissime notizie sulla deplorevole situazione dello Stato e sullo scompiglio delle cose ecclesiastiche, per la zizzania che ha seminato costì un uomo nemico».
Per questo egli, allo scopo di confermare la religione nelle province del Michigan e del Nord Ovest (delle quali fino ad allora il vescovo di Cincinnati aveva avuto la responsabilità di amministratore apostolico), erige le due province in un’unica nuova diocesi, stabilendo anche i confini di dette province, la cui sede viene posta nella città di Detroit.[34]
Essendo, poi, in altre regioni, la Chiesa di Goa senza pastore, Leone, a riprova del suo realismo politico nei rapporti con le terre coloniali, col Breve Ecclesiarum omnium (12 dicembre 1826), dispose di associarvi il pastore di quella di Cochin (appartenenti ai regni del Portogallo e degli Algarbi).
Analoghi provvedimenti furono da Leone XII assunti il 22.12.1828, in una Epistola (Apostoli nostri IV), diretta al diletto Figlio Giusto di Santa Maria de Oro, eletto Vescovo di Thaumacus, nei territori degli infedeli.
Per quanto concerne le premesse di committenze artistiche e bibliotecarie,[35] basta ricordare che, fra gli Stati pre-unitari, quello pontificio detiene sicuramente un posto di rilievo per i provvedimenti che, proprio nel corso del pontificato di Leone XII si occuparono primariamente della vigilanza sui beni artistici.
Vivevano a Roma, in quegli anni, personalità come Canova, Guattani, Quatremère de Quincy, Chateaubriand, Stendhal, Goethe, Visconti, Canina, Nibby… ‒ fra le quali spicca la figura di Carlo Fea, colui che, quale commissario alle antichità, discuteva tanti argomenti, svolgendo un’ininterrotta e apprezzata opera di tutela e di rivendicazione giuridica nei riguardi dei monumenti dello Stato Pontificio.
Oltre al quadrinomio biblioteca, museo, scavi e monumenti, il pontificato di Leone XII fu caratterizzato da pregevoli opere che arricchirono la Biblioteca Alessandrina. Inoltre, con la scelta degli ambienti terreni del palazzo apostolico, il mosaico moderno veniva inserito all’interno del circuito di visita più prestigioso della Roma rinascimentale e certamente più frequentato dagli stranieri e dagli eruditi: le opere musive, destinate alla vendita, nella nuova sede avevano a disposizione una vera e propria sala espositiva, che doveva conferire loro, per il contesto in cui era inserita, un’autorevolezza priva di confronto.
Nel campo della tutela del ricchissimo patrimonio musivo romano di epoca paleocristiana e medievale, la politica di Leone XII conferma una certa linea di continuità con quella dei suoi predecessori e, in particolare, con quanto avviato durante il pontificato di Pio VII.
Le ripetute campagne di restauro dei mosaici antichi, compiute nel corso dell’Ottocento, presero il via con il decreto del novembre 1819, ma ebbero un loro motore nel Giubileo del 1825, il solo celebrato nel corso del secolo diciannovesimo, in vista del quale Leone invitò tutti a Roma, apostrofata come santa Gerusalemme.[36]
In questo intreccio tra tutela del patrimonio artistico-culturale e impulso giubilare s’intuisce una linea di fondo che arriva fino alla sensibilità attuale: la bellezza come via privilegiata di evangelizzazione, la cura e la fruizione dell’arte come responsabilità pastorale e come via religiosa alla Bellezza divina.
Non è difficile scorgere, in filigrana, una continuità ideale tra il Leone XII, restauratore di mosaici e basiliche, e il Leone XIV che oggi dialoga con i Musei Vaticani e con il mondo della cultura globale, consapevole che la fede ha pure bisogno di luoghi, immagini, memorie condivise.
L’arte viene posta al servizio della diplomazia: il mosaico, detto lo scudo di Achille, viene donato da Leone XII a Carlo X re di Francia: tavolino tondo o guèridon, rappresentava un atto di gratitudine per l’azione di difesa, messa in atto dal sovrano francese nei confronti del commercio marittimo dello Stato della Chiesa. Nel febbraio del 1826, infatti, forze navali al comando di Tripoli avevano sequestrato due bastimenti battenti bandiera pontificia, contravvenendo a patti commerciali stabiliti già da alcuni anni con le potenze europee, costringendo Tripoli a restituire i bastimenti.
Il dono del pontefice fu ricambiato con tre arazzi della fabbrica dei Gobelins, tre preziosi vasi di porcellana della manifattura di Sèvres e un orologio a pendolo.
Com’è stato osservato, in campo artistico e architettonico, nell’epoca del classicismo, «a fronte di un ristagno di iniziative a carattere pubblico, va notato un aumento di mecenatismo privato e non si può non rilevare che, davanti ai problemi posti dalle nuove strategie sociali e politiche, lo spirito di riforma affiora comunque come dimostra lo stesso Leone XII il quale, coadiuvato da Giulio Maria Della Somaglia, nuovo segretario di Stato, apre un periodo che, da una parte, segue una linea nettamente conservatrice dove prevalgono interessi di tipo spirituale e, dall’altra, sostiene un progetto in parte riformista di cui soprattutto le province e le legazioni hanno bisogno».[37]
Per quanto riguarda, poi, la riforma dell’istruzione,[38] Leone XII affidò ai Somaschi l’ospizio degli orfani in S. Maria in Aquiro, ospizio dedicato specialmente a orfani della media borghesia e di professionisti. Ordinò, tuttavia, che la concessione della matricola di farmacista fosse rilasciata, dietro un secondo esame dato, dopo quello sostenuto davanti al Collegio degli Speziali, davanti al Collegio Medico. Non fu certo un atto di squisita fiducia verso il Collegio degli Speziali.[39]
Conclusione. Ombre e luci, verso il chiaroscuro
Due soli personaggi si ribellarono alle “ingiustizie” (era proprio questo il “sentire popolare”) del governo papalino durante il pontificato di Leone XII; si tratta di esponenti di due mondi – satira politica e conflitti sociali – che fanno emergere anche delle nuove istanze che via via vanno diventando post-moderne.
Il primo è Gaetano Santangelo detto “Ghetanaccio”, un burattinaio romano poverissimo, di cui ci resta anche un ritratto nella stampa I burattini del 1830, dove Pinelli lo coglie mentre esce furioso dal teatrino per picchiare, col diavolo, i bambini che disturbano l’esibizione.
Fino ai primi del Novecento, questo tipo di spettacolo non era destinato solo ai piccoli, perché l’assenza di censura lo faceva diventare voce della satira politica nel Lombardo Veneto.
Il personaggio principale era Rugantino, inventato proprio da Ghetanaccio, raffigurato anche sopra il casotto: Rugantino era la caricatura dello sgherro romanesco che, su ordine di papa Della Genga, destinava alla prigione gli attori che avessero fatto battute su temi politici, nonché coloro che non avessero ottemperato al precetto pasquale, oppure per strada si fossero avvicinati troppo ad una donna: era, quello di papa Della Genga, anche il tempo delle proibizioni di statue femminili nude, anche antiche, di abiti provocanti, di balli, come il valzer, definito testualmente “osceno”.
Il secondo personaggio è Antonio Gasbarrone da Sonnino, le cui memorie, intitolate Storia di Antonio Gasbaroni, celebre capo dei briganti nella provincia di Frosinone – redatta da Pietro Masi, suo compagno in montagna e in carcere –, furono ben presto tradotte in francese da un ufficiale di stanza a Roma, quando ormai Gasbarrone, anziano e col tipico cappello a cono, unico residuo del variopinto abito da brigante ciociaro, dimostrava che, dall’alto, non si era per nulla in grado di conoscere bene, come invece sapevano fare i briganti, il territorio montuoso e boscoso: strade appena praticabili, che essi invece conoscevano, non senza l’appoggio dei residenti per legami di sangue, interesse economico o paura.
Il governo napoleonico, prima, e quello pontificio, poi, dal 1812 al 1825, adottarono dei provvedimenti più o meno drastici per sterminare questo brigantaggio, peraltro endemico da secoli nella campagna romana (le pene erano la fucilazione immediata per criminali e favoreggiatori; la confisca dei beni unita alla deportazione o carcerazione dei parenti).
Il 27 ottobre 1825 Leone XII ordinò che ogni anniversario della resa di questi banditi fosse addirittura solennizzato religiosamente in ogni chiesa di Marittima e Campagna, cantando l’Inno Ambrosiano, la Salve Regina e il Defende.[40]
In definitiva, il profilo di Leone XII appare meno monocromo di quanto una certa storiografia abbia lasciato intendere: papa severo, ma non cinico; restauratore, ma non cieco; uomo di governo più che ideologo, egli intreccia, nel suo non lungo pontificato, rigore dottrinale e tentativi di riforma, chiusure difensive rispetto alla modernità e aperture missionarie, errori oggettivi e intuizioni profetiche.
Anche per questo, il confronto con l’odierno Leone XIV non suona come un artificio letterario, ma come l’invito a leggere, nell’intreccio tra passato e presente, la fatica, sempre rinnovata, di una Chiesa chiamata sempre a “scrutare da capo i segni dei tempi”, senza mai perdere la memoria della propria storia remota e prossima.
[1] Giuseppe Gioacchino Belli, Sonetti romaneschi/Sonetti del 1831, a cura di Luigi Morandi, S. Lapi Tipografo–Editore, Città di Castello 1889 (il sonetto è datato 26 novembre 1831, mentre Leone XII era morto nel Palazzo Vaticano il 10 febbraio 1829).
[2] Ivi.
[3] Dicastero per la Comunicazione, Libreria editrice vaticana: https://www.vatican.va/content/leo–xii/it/documents/enciclica–ubi–primum–5–maggio–1824.html [29.9.2025].
[4] Ivi. L’enciclica, a riprova del senso della scelta del nome, si chiude con questa preghiera di Leone Magno: «Padre santo, conserva nel tuo nome coloro che tu mi hai affidato» [S. LEONE M. , Serm. 1, «De nat. ipsius»; et Joann. Evang., cap. 17].
[5] Omelia del Santo Padre Leone XIV: https://www.vatican.va/content/leo–xiv/it/homilies/2025/documents/20250525–possesso–cattedra–laterano.html [29.7.2025].
[6] SALUTO DEL SANTO PADRE LEONE XIV. AGLI INFLUENCER E MISSIONARI DIGITALI. Basilica di San Pietro. Martedì, 29 luglio 2025, n. 2: https://www.vatican.va/content/leo–xiv/it/speeches/2025/july/documents/20250729–missionari–digitali.html [30.9.2025].
[7] Cf. Leone XIV, Omelia per Messa per il Giubileo dei catechisti: resoconto di Edoardo Giribaldi in Vatican News: https://www.vaticannews.va/it/papa/news/2025–09/papa–leone–xiv–messa–giubileo–catechisti.html [30.9.2025].
[8] Pietro Braido, Don Bosco prete dei giovani nel secolo delle libertà, vol. I, Istituto Storico salesiano–LAS, Roma 2002–2004.
[9] Dicastero per la Comunicazione, Libreria Editrice Vaticana: https://www.vatican.va/content/leo–xii/it/documents/breve–fructus–quos–2–ottobre–1827.html [30.9.2025].
[10] Bolla Exultabat Spiritus (25 dicembre 1825), n. 5: https://www.vatican.va/content/leo–xii/it/documents/bolla–exultabat–spiritus–25–dicembre–1825.html [30.9.2025].
[11] Bolla Charitate Christi (25 dicembre 1825), n. 3: https://www.vatican.va/content/leo–xii/it/documents/bolla–charitate–christi–25–dicembre–1825.html [30.9.2025].
[12] «Il Nostro discorso si rivolge particolarmente a voi che pure ritenete di essere in comunione con la Chiesa Cattolica, ma che, raggirati fraudolentemente dagli autori del nefando scisma noto col nome di “Piccola Chiesa”, col pretesto delle convenzioni concluse fra Pio VII, Nostro Predecessore, e il Governo francese nel 1801 e nel 1817, rifiutate la comunione con Noi e con la Santa Romana Chiesa. A voi dunque rivolgiamo ora parole di pace» (Pastoris aeterni, n. 2). Inoltre, «La Chiesa Cattolica è una, non è lacerata né divisa; dunque la vostra “Piccola Chiesa” non può avere attinenza alcuna con la Cattolica. Ai cosiddetti vostri maestri, o meglio vostri ingannatori, non rimane alcuno dei Vescovi Gallicani, che vi difenda e si schieri dalla vostra parte; anzi è noto che tutti i Vescovi del mondo cattolico, ai quali essi si appellarono, e per i quali scrissero e stamparono le loro scismatiche proteste, approvano le ricordate convenzioni e i successivi atti di Pio VII, ai quali è favorevole tutta la Chiesa Cattolica» (n. 4). https://www.vatican.va/content/leo–xii/it/documents/esortazione–pastoris–aeterni–2–luglio–1826.html [30.92025].
[13] «Da ciò hanno tratto origine le fiamme della ribellione accese da tempo in Europa dalle sette clandestine; nonostante le più segnalate vittorie riportate dai potentissimi Principi d’Europa, che speravano di reprimerle, tuttavia i nefasti tentativi delle sette non hanno ancora avuto termine. Infatti negli stessi paesi nei quali i passati tumulti sembrano cessati, qual è il timore di nuovi disordini e sedizioni che quelle sette macchinano incessantemente? Quale lo spavento per gli empi pugnali che di nascosto immergono nei corpi di coloro che hanno destinato alla morte? Quante severe misure non di rado sono stati costretti ad adottare, loro malgrado, coloro che comandano per difendere la pubblica tranquillità?» (n. 8): https://www.vatican.va/content/leo–xii/it/documents/bolla–quo–graviora–13–marzo–1825.html [30.9.2025].
[14] Bolla Exultabat spiritus (25.12.1825), n. 1, Dicastero per la comunicazione, Libreria Editrice Vaticana: https://www.vatican.va/content/leo–xii/it/documents/bolla–exultabat–spiritus–25–dicembre–1825.html [29.9.2025].
[15] Ivi, n. 2.
[16] Ivi, n. 3.
[17] Prima Benedizione “Urbi et Orbi” del Santo Padre Leone XIV, 08.05.2025: https://press.vatican.va/content/salastampa/it/bollettino/pubblico/2025/05/08/0299/00524.html [30.9.2025].
[18] Omelia Qui pacem per la Domenica di Pasqua del 26.3.1826 [30.9.2025].
[19] Leone XIV, Udienza ai Membri della Fondazione “Centesimus Annus Pro Pontifice”, 17.05.2025: https://press.vatican.va/content/salastampa/it/bollettino/pubblico/2025/05/17/0321/00549.html [30.9.2025].
[20] Samuele Giombi, Leone XII (Annibale della Genga Sermattei): per un profilo biografico a partire dalla recente storiografia, in Il pontificato di Leone XII. Restaurazione e riforme nel governo della Chiesa e dello Stato. Atti del convegno Genga, 1 ottobre 2011, “Quaderni del Consiglio regionale della Marche” XVII/116 (settembre 2012).
[21] “L’Osservatore romano” (11.9.2020): “Da Pio VII a Leone XIII solo specialisti discreti”.
[22] Samuele Giombi, Leone XII, cit., n. 1.
[23] Ivi, n. 2.
[24] Il pontificato di Leone XII. Restaurazione e riforme nel governo della Chiesa e dello Stato, cit. Cfr. anche Alberico Pagnani, Storia della Genga e vita di Leone XII, ivi 2010; Il pontificato di Leone 12. (Annibale della Genga): atti del Convegno: Genga, 24 marzo 1990, [relazioni di] Francesco Leoni, Pietro Palazzini, Emo Sparisci], a cura di Galliano Crinella, QuattroVenti, Urbino 1992.
[25] Motu proprio I gloriosi Nostri, del 14.11.1826: https://www.vatican.va/content/leo–xii/it/documents/motu–proprio–gloriosi–nostri–14–novembre–1826.html [30.9.2025].
[26] Gilberto Piccinini, Il 250° della nascita di Annibale della Genga come nuova occasione di riflessione storica sul pontificato leonino, il governo della Chiesa e dello Stato nell’età della Restaurazione, in Il pontificato di Leone XII. Restaurazione e riforme, cit., p. 24.
[27] Sal 25,8 (Vulg): https://numismatica–italiana.lamoneta.it/moneta/W–LEOXII/6 [30.9.2025].
[28] Catalogo generale dei beni culturali: https://catalogo.beniculturali.it/detail/HistoricOrArtisticProperty/1000044124 [30.9.2025].
[29] Cf. Catalogo generale dei beni culturali: https://catalogo.beniculturali.it/detail/HistoricOrArtisticProperty/0900649615 [29.9.2025].
[30] «Favorire e ad incoraggiare l’agricoltura, prima e sicura sorgente di opulenza per i popoli, che la provvidenza divina ha collocato nel fertile suolo del Nostro Stato, Ci siamo in pari tempo proposti di allontanare quegli abusi che inceppano le contrattazioni, favoriscono il monopolio, e sottopongono gl’industri agricoltori ed i popoli consumatori a discapiti e danni infiniti» (L’olio oggetto. Motu proprio del 21.6.1826): https://www.vatican.va/content/leo–xii/it/documents/motu–proprio–l–olio–oggetto–21–giugno–1826.html [30.9.2025]. Poiché il metodo della misurazione nelle compere e nelle vendite dell’olio facilitava gli artifici delle frodi, il Pontefice ordina e comanda «che esso sia totalmente abolito nelle contrattazioni all’ingrosso, e venga sostituito con il metodo del peso» (n. 2), L’intento dichiarato è quello di allontanare gli abusi, le frodi, le estorsioni, tutelando i proprietari, i negozianti, i consumatori senza inceppare affatto la libertà di commercio.
[31] Nel centro storico di Spoleto si può ammirare il palazzo De Domo Alberini pervenuto ai Della Genga per unioni familiari. Esso fu, tra l’altro, dimora del papa Leone XII: https://www.dellagenga.it/storia.php [29.9.2025].
Le carte contabili relative al conto personale del cardinale Gabriele della Genga Sermattei, come ad esempio spese per la scuderia, per lavanderia, pagamenti alla servitù ed elemosine, sono inventariate nel SIUSA (Sistema Informatico Unificato per le Soprintendenze archivistiche: https://siusa–archivi.cultura.gov.it/cgi–bin/siusa/pagina.pl?TuttoAperto=1&TipoPag=comparc&Chiave=211984&ChiaveAlbero=&RicSez=fondi&RicVM=indice&RicTipoScheda=ca [29.7.2025].
[32] Enciclica Ad plurimas (25 gennaio 1825): «L’incendio per il quale una Basilica così antica, portento di valore, di solennità, d’arte, eretta ad onore dell’Apostolo dottore delle genti, monumento insigne della pietà e della magnificenza di Costantino il Grande, dal quale era stata fondata, degli imperatori Valentiniano, Teodosio, Arcadio ed Onorio dai quali era stata ampliata ed ornata con nuove opere, infine dei Pontefici Romani, dai quali era stata restaurata, bruciò in poche ore, una notte, per un improvviso incendio. Lo stesso Nostro Predecessore [Pio VII] aveva mostrato la sua pietà verso il santo Apostolo, comandando che si facessero le riparazioni necessarie alla Basilica, ma si vide che occorrevano grandi mezzi in quanto l’incredibile violenza delle fiamme aveva distrutto quasi tutto»: https://www.vatican.va/content/leo–xii/it/documents/enciclica–ad–plurimas–25–gennaio–1825.html [30.9.2025].
[33] Degli ebrei nel loro rapporto colle nazioni cristiane, del reverendissimo padre Ferdinando Jabalot pro–procuratore generale dell’ordine dei pp. Predicatori,: presso Vincenzo Poggioli, Roma 1825 (Estratto da Giornale Ecclesiastico di Roma, a. 3).
[34] Breve del sommo Pontefice Leone XII Inter multiplices (20 marzo 1827): https://www.vatican.va/content/leo–xii/it/documents/breve–inter–multiplices–20–marzo–1827.html [25.9.2025].
[35] Ilaria Fiumi Sermattei, Alcuni aspetti della committenza artistica di Leone XII a Roma e nelle Marche, in Il pontificato di Leone XII, cit., pp. 45–65.
[36] Bolla Quod hoc ineunte (24 maggio 1824), n. 6: Dicastero per la comunicazione, Città del Vaticano. https://www.vatican.va/content/leo–xii/it/documents/bolla–quod–hoc–ineunte–24–maggio–1824.html [30.9.2025].
[37] Maria Piera Sette, La “cultura del restauro” del primo Ottocento romano. Il contributo di Leone XII e della sua corte, in La corte papale nell’età di Leone XII. Genga, castello 1–30 Agosto 2015, a cura di Ilaria Fiumi Sermattei–Roberto Regoli, Regione Marche, p. 180.
[38] Manola Ida Venzo, Leone XII e la riforma dell’istruzione, in Il pontificato di Leone XII. Restaurazione e riforme nel governo della Chiesa e dello Stato, cit., pp. 66–85.
[39] Notizia del Nobile Collegio Chimico Farmaceutico in Roma, Collegio fondato da papa Martino V: https://nobilecollegio.it/il–nobile–collegio/storia/papa–leone–xii/ [29.9.2025].
[40] Donato Mori, Il burattinaio romano Ghetanaccio e il brigante Gasbarrone da Sonnino: due ribelli al tempo di Leone XII, in Il pontificato di Leone XII, cit. pp. 255–294.





