
Il presidente del Parlamento libanese Nabih Berri (Mohamed Azakir / REUTERS)
Quarantanove missili statunitensi sono stai lanciati dagli Stati Uniti contro obiettivi militari iraniani, radar e centri di comunicazione nella zona di Hormuz. Si è trattato della seconda giornata di azioni militari, alle quali Washington ha precisato che non ha partecipato Israele, in reazione all’abbattimento di un elicottero Apache degli Stati Uniti.
Il segretario alla Guerra di Washington, Pete Hegseth, l’ha definita «diplomazia coercitiva», per spingere Teheran a firmare l’intesa che Trump sostiene da giorni sarebbe a un passo. Ma la narrazione trumpiana non riesce a convincere neanche questa volta. Dopo aver detto per 37 volte che l’accordo è a un passo, il Presidente degli Stati Uniti ieri sera ha parlato di attacchi devastanti alle viste, contro ponti e strutture petrolifere.
Inoltre ha ribadito che le forze armate iraniane ormai sarebbero finite, mentre poco dopo l’attacco il Kuwait ha dovuto chiudere il proprio spazio aereo e la base americana in Bahrein sarebbe stata colpita e missili iraniani sarebbero giunti anche nei pressi di quella in Giordania.
Poco prima dell’attacco americano si era conclusa, apparentemente con un nulla di fatto, una visita diplomatica del Qatar a Teheran. Ora Washington minaccia nuovi raid se non sarà firmata l’intesa. Forse non è proprio un accordo quello a cui fa riferimento l’inquilino della Casa Bianca.
***
Intanto si è registrato un altro sviluppo: il primo ministro israeliano si è rivolto ai libanesi invitandoli a unirsi al loro Paese, rivoltandosi contro Hezbollah. Sin qui ha prodotto una manifestazione di Hezbollah, che però ha avuto luogo all’interno dei loro bombardati quartieri di Beirut Sud.
È un punto delicato perché in Libano esistono due narrative contrapposte, quella del Governo e quella di Hezbollah. Ma al di là dell’intervento di Netanyahu, che ricorda il suo appello agli iraniani a insorgere, la situazione sul versante libanese è gravissima, il nuovo punto focale è Tiro.
I bombardamenti israeliani procedono su tutto il Sud del Paese ma da ore gli ordini di evacuazione hanno preso a riguardare anche i cristiani del vecchio quartiere portuale di Tiro, nel Sud. Sin qui erano stati risparmiati. Ora Israele gli chiede di lasciare le loro case perché nel quartiere avrebbero trovato riparo fuggitivi o ricercati di Hezbollah.
Le comunità cristiane, che ospitano nel loro quartiere, nei loro conventi, molti profughi del Sud sciiti, negano ogni addebito. Al riguardo si sono espressi i tre principali patriarchi, ribadendo che l’invito è a restare. L’occupazione del sud del Libano prende di mira terreni, infrastrutture civili, monumenti, abitazioni private, strutture sanitarie, uffici pubblici e privati. E questo coinvolge tutto il Paese, perché il Sud ne è parte fondante e la sua perdita avrebbe delle conseguenze evidenti per tutti. Ciononostante, dal Libano emergono narrazioni molto diverse: l’unità nazionale tra tanti sconquassi e orientamenti contrapposti non c’è.
La linea di salvezza sarebbe il rivisitato accordo negoziale, dal punto di vista libanese teso a evitare che la popolazione sciita del sud sia costretta a cercare di insediarsi altrove, nel Libano centro settentrionale, acuendo tensioni civili e sociali, mentre dal punto di vista israeliano si mira a porre termine agli attacchi di Hezbollah contro il Nord del Paese. Ma occorre far presto, il Libano meridionale, come da giorni afferma il Governo, è sempre più simile a una terra bruciata.
***
La rivisitazione dell’accordo negoziale però in buona parte dipende dal quadro di sviluppo del conflitto: una soluzione sarebbe stata studiata da tanti − americani, sauditi, libanesi di varia provenienza e di diversi fronti − e tutto passerebbe da una migliore definizione dell’accordo firmato pochi giorni fa, volutamente ambiguo.
Con al centro di tutto lo sciita Nabih Berri, presidente del Parlamento libanese vicino a Hezbollah ma anche ascoltato dal Presidente Joseph Aoun, dagli americani e dai sauditi, si sarebbe trovato il modo di definire il significato delle «zone pilota» del ritiro. Sono le zone del Libano meridionale da cui Israele si ritirerebbe.
Su indicazione dell’ambasciatore americano a Beirut, par di capire, Berri avrebbe dato il suo ok, che impegna anche Hezbollah, a capire e condividere che le zone pilota indicano l’inizio di un ritiro da tutto il Libano, e che dopo il passaggio di consegne tra esercito israeliano ed esercito libanese si prevederebbe il rientro dei profughi mentre si avvia la ricostruzione. Più o meno contestualmente i miliziani di Hezbollah si ritirerebbero dalle zone pilota, impegnandosi a fare altrettanto dal resto del Sud quando lo farà l’esercito israeliano, differendo il loro disarmo alla fase successiva.
L’esercito israeliano si libererebbe dall’incubo dei droni di Hezbollah, il Libano dallo «scenario Gaza»: il ritorno dei profughi sarebbe previsto, sebbene nelle condizioni terribili, ma ci sarebbe. Questo il punto drammaticamente decisivo della bozza. Ma il prossimo round negoziale è previsto per il 22 di giugno, ancora molto lontano; chissà…
Comunque, a quel punto il disarmo di Hezbollah diventerebbe un problema politico, da definire tra libanesi, non un disarmo coatto, come per altro nel recente passato. Già dopo la guerra del 2024 era andata così, quando il disarmo «politico» era cominciato, con l’esercito che aveva preso il controllo di ingenti quantitativi di armi con l’assenso della leadership politica di Hezbollah.
***
Tutti sanno che si può disarmare, ma anche riarmarsi. Dunque la soluzione del disarmo deve prevedere un diverso quadro politico. Un’ipotesi che torna ad essere ventilata da alcuni è quella di assorbire i miliziani di Hezbollah nell’esercito.
Con l’attuale leadership di Hezbollah il cammino sembra impervio, era stato avviato in un loro momento di difficoltà. Poi i dettagli, qui spesso indicati, hanno messo tutto in difficoltà.
Il problema è se Israele e Iran riterranno di poter dare fiducia ai libanesi e se tra questi ci sarà mutua fiducia. Dipende da cosa si deciderà, per la centesima volta, nelle prossime ore.
Ritenere che sotto elezioni israeliane ci siano gli spazi politici necessari a un successo è difficile, tanto è vero che dalla Turchia si alzano i toni, criticando Israele e soggiungendo che «la nostra sicurezza nazionale – ha detto Erdogan – comincia a Beirut e a Damasco». Il presidente Trump non ha voluto commentare, ripetendo soltanto che lui è in ottimi rapporti con Erdogan: «Mi piace molto». Ma occorre tener conto che di elezioni, queste di mid-term, ci sono anche quelle americane e l’inflazione negli Stati Uniti avrebbe superato il 4 per cento.





