Sulla legge dell’imputabilità dei minori

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Onorevoli Parlamentari,

ogni volta che una società attraversa una crisi, deve decidere da che parte guardare. Può guardare verso le cause oppure verso i colpevoli.

Le cause chiedono studio, ascolto, investimenti, pazienza. I colpevoli, invece, rassicurano: basta indicarli, punirli e offrire all’opinione pubblica la sensazione che il problema sia stato risolto.

La proposta di presumere imputabili i ragazzi dai quattordici ai diciotto anni nasce dentro questa seconda logica. Non è soltanto una modifica del Codice penale. È un cambiamento dello sguardo.

L’adolescente non viene più considerato una persona in formazione, ma un adulto anticipato; non un soggetto da accompagnare, ma un individuo da controllare; non una responsabilità della comunità, ma un problema di ordine pubblico. È qui che si consuma il vero arretramento culturale.

La pedagogia ci ha insegnato, da almeno tre secoli, che il bambino e l’adolescente non sono adulti in miniatura. Sono persone che stanno costruendo la propria identità attraverso relazioni, esperienze, limiti, errori e possibilità. Educare significa precisamente riconoscere questa incompiutezza non come un difetto, ma come il luogo in cui nasce la libertà.

Per questo ogni società civile ha sempre distinto la responsabilità dell’adulto da quella del minore. Non per indulgenza. Ma perché la giustizia senza conoscenza dell’essere umano diventa semplicemente amministrazione della forza.

Ricordiamoci che la politica perde la propria legittimità quando smette di partire dal volto concreto dell’altro e comincia invece a difendere se stessa. Ogni potere che, anziché interrogare le proprie responsabilità, individua nei più fragili il luogo su cui scaricare le proprie paure, tradisce la propria missione. È una dinamica antica.

Quando gli adulti non riescono più a educare, finiscono per chiedere al diritto penale di fare il lavoro della pedagogia. Quando la scuola viene impoverita, quando le famiglie vengono lasciate sole, quando i servizi territoriali si riducono, quando il disagio psicologico cresce senza risposte adeguate, quando le periferie educative vengono abbandonate, la politica dovrebbe interrogarsi sul proprio operato.

Invece sceglie la strada più semplice. Trasformare l’effetto nella causa. Così il ragazzo difficile diventa il problema. Non più il sintomo. È il meccanismo del capro espiatorio.

La comunità adulta espelle da sé la responsabilità del proprio fallimento e la concentra proprio su coloro che avrebbe dovuto accompagnare nella crescita. È una forma di deresponsabilizzazione collettiva.

Ci convinciamo che aumentando le pene aumenterà anche la sicurezza. Ma la sicurezza non nasce dalla paura. Nasce dalla giustizia. E la giustizia non coincide con la punizione. Coincide con la capacità di restituire futuro.

Una società che investe più facilmente nelle carceri che nelle scuole, che finanzia con maggiore convinzione il controllo rispetto alla prevenzione, che preferisce costruire consenso anziché comunità, è una società che ha già rinunciato alla propria funzione educativa.

L’adolescenza è il tempo delle contraddizioni. È il tempo in cui si sperimentano i limiti, si cercano appartenenze, si sfidano le regole. Non comprenderlo significa ignorare ciò che la psicologia, la pedagogia e perfino le neuroscienze affermano da decenni.

La legge può modificare un articolo del Codice penale. Non può modificare il processo di maturazione di un cervello. Non può anticipare, per decreto, ciò che la natura e l’educazione costruiscono lentamente.

I dati della giustizia minorile dimostrano, inoltre, che non esiste alcuna emergenza tale da giustificare una riforma di questa portata. Le dichiarazioni di non imputabilità per immaturità sono già oggi estremamente rare.

Allora la domanda diventa inevitabile. Se non risponde a un problema reale, a quale bisogno risponde questa riforma? Forse al bisogno della politica di apparire forte.

Ma una politica che ha bisogno di sembrare forte con gli adolescenti rischia di confessare la propria debolezza verso le vere cause della violenza.

La forza di uno Stato non consiste nel convincere un quattordicenne di essere già adulto quando deve comparire davanti a un giudice. Consiste nel creare le condizioni perché quel ragazzo possa davvero diventare adulto. Questa è la differenza tra governare e amministrare la paura. Tra educare e reprimere. Tra costruire una società e limitarsi a difenderla.

La vera domanda, dunque, non riguarda i nostri adolescenti. Riguarda noi. Siamo ancora una comunità adulta capace di generare futuro? Oppure abbiamo deciso che è più facile cambiare il Codice penale che cambiare noi stessi?

Se la risposta fosse la seconda, allora la riforma della giustizia minorile non sarebbe il segno della maturità dello Stato. Sarebbe, piuttosto, la confessione della sua sconfitta educativa. Perché una civiltà non si misura dalla severità delle sue pene. Si misura dalla capacità di riconoscere, anche nel ragazzo che sbaglia, non un nemico da neutralizzare, ma una vita che chiede ancora di essere educata. Ed è precisamente da questa capacità che dipende il futuro della democrazia.

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2 Commenti

  1. Diacono Paolo 25 luglio 2026
  2. Margherita Lafata 25 luglio 2026

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