
La Conferenza Episcopale dell’Emilia-Romagna, presieduta da mons. Giacomo Morandi, Presidente Ceer e vescovo di Reggio Emilia-Guastalla, ha predisposto una dichiarazione, di cui si trasmette il testo, in merito all’approvazione della legge regionale sul suicidio medicalmente assistito.
L’Assemblea legislativa della Regione Emilia-Romagna ha approvato il 23 luglio 2026 il progetto di legge che disciplina l’accesso al Suicidio Medicalmente Assistito (SMA). La nostra Regione diventa così la terza in Italia, dopo Toscana e Sardegna, a dotarsi di una normativa specifica sul tema in assenza di una legge nazionale.
Già il 29 febbraio del 2024, come vescovi dell’Emilia-Romagna avevamo espresso la nostra grave preoccupazione per la proposta della Regione che, attraverso un decreto amministrativo, intendeva introdurre il SMA. La proposta è diventata progetto di legge ora approvato dall’Assemblea Regionale. In questo contesto vogliamo ribadire ciò che a suo tempo affermammo in quella nota del febbraio 2024: “Il valore della vita umana si impone da sé in ogni sua fase, specialmente nella fragilità della vecchiaia e della malattia. Proprio lì la società è chiamata ad esprimersi al meglio, nel curare, nel sostenere le famiglie e chi è prossimo ai malati, nell’operare scelte di politiche sanitarie che salvaguardino le persone fragili e indifese, e attuando quanto già è normato circa le cure palliative. Impegno, questo, che qualifica come giusta e democratica la società. Procurare la morte, in forma diretta o tramite il suicidio medicalmente assistito, contrasta radicalmente con il valore della persona, con le finalità dello Stato e con la stessa professione medica”.
Il progetto di legge approvato ora, pur riconoscendo la possibilità di un’obiezione di coscienza degli operatori sanitari, che dovrebbe essere estesa anche ai farmacisti, e l’importanza delle cure palliative – che in realtà dovrebbero essere una pre-condizione e non una semplice informazione data al paziente – non è la risposta al vero problema che la malattia e la sofferenza pongono all’essere umano. Al contrario, in questi momenti la persona ha bisogno di essere accompagnata e sostenuta da coloro che sappiano condividere questa fase della vita e i suoi interrogativi e anche da quelle cure palliative che, se fossero assicurate a tutti, garantirebbero sollievo e sostenibilità nella malattia e nel dolore.
La legge regionale apre, inoltre, la strada a prevedibili allargamenti e favorisce una cultura della “inutilità” della vita della persona sofferente e gravemente inabile. Il principio di autodeterminazione reso assoluto finisce per snaturare l’esistenza in una dimensione privata, isolata, che provoca solitudine e che priva la persona della relazione con gli altri, in un individualismo che rinnega il valore della vita come bene comune da difendere e custodire insieme.
Esprimiamo vicinanza, amore e preghiera per le persone in condizioni di fragilità, per tutti coloro, e i familiari, che stanno soffrendo per le drammatiche condizioni di salute.
In comunione con i nostri confratelli Vescovi della Regione Toscana ribadiamo che “la vita umana è un valore assoluto, tutelato anche dalla Costituzione: non c’è un ‘diritto di morire’ ma il diritto di essere curati e il Sistema sanitario esiste per migliorare le condizioni della vita e non per dare la morte” (Nota dell’Episcopato Toscano del 28 gennaio 2025).
Non possiamo, infine, non notare che la legge regionale è stata approvata il giorno della festa del patrono della nostra regione, Sant’Apollinare, che ha dato la vita per la fede e per il popolo emiliano-romagnolo. Mentre celebriamo la Giornata Mondiale dei nonni e degli anziani, affidiamo a lui la fatica di vivere e la volontà di costruire un mondo in cui nessuno sia messo nelle condizioni di chiedere di interrompere la propria vita.






Allunghiamo le nostre vite all’ innaturale, poi quando il tempo reclama, ci si inventano leggi per favorire la morte.
Ma come cavolo siamo messi?
Persino i Greci, che adesso va di moda l’ Odissea, ricordano il mito di Titone, principe troiano amato dalla dea Eos che per paura della sua morte chiese a Zeus di renderlo immortale, dimentica di chiedere pure l’ eterna giovinezza. Titone invecchio male, campò parecchie centinaia di anni ma era ormai diventato brutto e soprattuto la vecchiaia lo aveva devastato nel fisico e non poteva morire. Titone ormai rinsecchito e con solo una voce stridente e sottile venne infine chiuso in una stanzetta e trasformato in cicala; l’ unica bestia che gli somigliava.
Dio che è più crande delle fesserie umane abbia pietà di noi e ci guidi con un po’ di barlume di saggezza.
Forse per Titone un suicidio assistito sarebbe stato più dignitoso che trasformarsi in una cicale brutta quanto lui.
il “pistolotto”sul principio di’autodeterminazione” come premessa di un individualismo asociale e’ a dire poco indigeribile.Mi risulta che il Gesu’ dei Vangeli ci proponga una vita piena non una vita a ogni costo. Si ripete ossessivamente che la vita e’ dono ma poi lo si trasforma in un “dovere”senza riflettere che il dono e’ tale proprio perche’pone in essere la possibilita’ del rifiuto.
I Vescovi emiliano-romagnoli hanno espresso la loro valutazione sul tema. In silenzio laici e associazioni laicali, magari prontissimi a mobilitarsi su altre problematiche. E i cattolici consiglieri regionali che hanno votato il provvedimento? Mistero fitto. Qualcosa non quadra. Purtroppo, Ci riflettano i Vescovi, a partire dal Cardinale.
Io trovo molto poco convincente la logica dell’utilità della vita sofferente. La sofferenza é inevitabile ma non é un bene. Conta la dignità con cui la si affronta. Venirne sfiniti non é dignitoso. Il famoso “morire arrabbiati” come si diceva una volta per la troppa sofferenza. Questo é da evitare e se non c’è altro modo va bene anche così. Il primo valore é la dignità dell’uomo. Se per preservare la vita si umilia l’uomo non c’è costituzione che tenga. L’uomo é sacro non la vita.
Gesù, sulla croce, il cui sembiante era tanto sfigurato al punto di non sembrare più un uomo, uomo dei dolori che ben conosce il patire, come uno davanti al quale ci si copre la faccia, non era più una persona sacra?
E la dignità dell’uomo dipende dalla sua utilità per cui se la vita è sofferente e quindi non più utile non ha più valore?
Infine: può esistere un uomo sacro senza la vita? Un cadavere?
Siccome non esiste uomo che non viva, non ha senso dire sacro l’uomo e non la sua vita. La parola dei pastori emiliani si dimostra opportuna e saggia
É invece ha molto senso. Perché quando é sacra la vita e non l’uomo il risultato é l’accanimento terapeutico. Consiglio un analisi più attenta delle parole invece di buttarvi a capofitto in commenti che gettano cortine fumogene più che contenuti.
Fumosa, anzi, astrusa è proprio la distinzione che lei insiste a fare tra l’uomo e la sua vita, quasi che potesse esistere (=vivere) l’uomo senza la sua vita e la vita fosse solo un accessorio. Si può forse concepire l’esistenza di una persona senza la sua vita che, anzi, è essenziale e partecipe della sua dignità? E difendere la vita umana non comporta affatto il dovere dell’accanimento terapeutico che, anzi, la Chiesa non approva. Possibile che non ci si renda conto che desacralizzando la vita umana si aprono le porte a qualsiasi tipo di aberrazione? Gli orrori del secolo scorso, ma anche attuali, non bastano ancora a provarlo?
Non ho la presunzione di farglielo capire.
Ma é evidente che la vita biologica é sacra va difesa ad oltranza originando l’accanimento terapeutico. Se invece é sacro l’uomo gli si deve riconoscere la sua dignità e in alcuni casi lo si può aiutare ad andarsene serenamente.
La sofferenza, il dolore fisico e la mancanza di speranza di guarigione ( non la solitudine, che non è contemplata nel documento) possono ragionevolmente portare una persona a desiderare di porre fine all’angoscia di aspettare la morte nel dolore. La più bella condivisione è l’ascolto e il rispetto della volontà e della dignità dell’altro fino alla fine.