
Il confronto con la prosa chiara, lucida, lineare e insieme provocatoria di Andrea Grillo non è mai una perdita di tempo. Specialmente quando con maestria riesce a intrecciare fra loro storia, teologia e analisi del presente. Fin qui, però, sto elencando solo buoni motivi per leggere i suoi contributi.
A spingermi invece a prendere la parola è il tentativo di continuare (più che reagire) il percorso tracciato da Grillo, volgendo lo sguardo non solo alla parte di strada da percorrere per arrivare ai titoli (e a quali condizioni) ma anche a quella lungo la quale si dovrebbe essere in grado di metterli a frutto (e a quali condizioni). Parlo per esperienza, da giovane dottore in teologia che può permettersi il lusso di dire che oggi, per alterne vicende spesso frutto del caso, può vivere di teologia. Ma a quanti è permesso? E soprattutto: si sta lavorando a più livelli perché questo possa accadere? A partire da qui vorrei offrire alcune considerazioni che spesso mi hanno accompagnato, per sollevare ulteriori spunti di riflessione a proposito del tema “titoli teologici e autorità” nella chiesa.
Quale autorità per quali titoli?
Un’espressione di Andrea Grillo mi ha colpito: «Se istituisci un corso che non offre alcun titolo, escludi una parte significativa di possibili soggetti di arrivare al riconoscimento di un titolo, di avere una autorità riconosciuta nella Chiesa». Su questo siamo d’accordo, ma vorrei alzare la posta in gioco: di quale autorità stiamo parlando?
Personalmente, con un dottorato di ricerca, io non sento di avere alcuna autorità, tanto meno riconosciuta, nella chiesa. E dunque, i titoli hanno davvero autorità in sé? E qui il discorso non si fa teorico (cosa dà autorità ai titoli) bensì strettamente pratico: dove si vede riconosciuta (se davvero lo è) questa autorità? E a quali condizioni? Proviamo a fare alcuni esempi (mi scuso per il carattere personale delle riflessioni, ma meglio parlare di sé che a nome di altri).
- Spendibilità
Oggi, nella chiesa, che margine di spendibilità hanno i titoli che pure vengono conferiti? Direi praticamente nulla. E quando parlo di spendibilità non intendo “rendersi utili” ma effettivamente “viverne”, con uno stipendio, una rendita economica. Il primo sbocco, ovviamente, è quello dell’insegnamento, ma sappiamo bene che è fortemente blindato e soprattutto (spiace dirlo) vincolato più alle conoscenze, agli agganci, al sapersi legare ai giusti professori, che non ai titoli accademici. Senza considerare che di questo passo, se non si programma a un serio aggiornamento della scienza teologica nel quadro pubblico delle scienze, anche questo ambito tenderà a sparire, quando anche l’ultimo dei seminaristi deciderà di ritirarsi.
- Riconoscimento
A questo fatto però subito se ne aggiunge un secondo: il riconoscimento. Uso un’espressione un po’ secca ma credo più efficace: spesso ad essere riconosciuto non è il titolo ma lo stato. Un dottore in teologia presbitero o religioso/a sarà sempre “più dottore” di un laico o una laica. Non lo si può negare. E credo sia questa la vera “carta debole” che fa crollare tutto il nostro castello: rendersi conto che alla fine di tutto, nonostante gli anni, gli studi, l’impegno, le discipline, c’è sempre quel “qualcosa”, quel fattore, che sbaraglia le carte in campo e fa sì che siano sempre quelli a vincere. A questo punto, tanto vale giocare…
- I titoli
In terzo luogo vorrei fare una riflessione sui titoli. Baccalaureato, licenza e dottorato. Tre nomi che forse Andrea Grillo identificherebbe come la firma di una società dell’onore in una società della dignità. Un lascito alquanto ingombrante, che già di per sé, anche al netto di quanto detto sopra, richiede un investimento di energie non indifferente.
Tre cose direi in particolare. Innanzitutto la forma: credo sia quantomai indispensabile ripensare il curriculum degli studi semplificandolo, in termini di tempo e di titoli. Una laurea di cinque anni a ciclo unico e un dottorato mi sembrano più che sufficienti (non lo sono forse per tutte le altre facoltà?).
Secondo lo stile: c’è un sequestro teorico della teologia accademica, che nasce da anni di studio e di riflessione sui libri per poi ritrovarsi precipitata in una società (e una comunità) che chiede risposte immediate, soluzioni pastorali e capacità comunicativa. Che senso ha chiedere di saper scrivere una tesi di cinquecento pagine, che può spaziare da tutto lo scibile umano all’analisi microscopica di un singolo versetto della Bibbia, se poi il ministero (in senso lato) richiede tutt’altro? Lungi da me lo screditare la ricerca, ma perché non prevedere una “verifica” costante della propria capacità di ricerca con la pubblicazione di articoli su riviste specializzate, e nel frattempo poter spendere il proprio titolo concretamente nella comunità?
Terzo la tipologia dei titoli: perché non prevedere l’istituzione di altri titoli, più accessibili ma di fatto riconosciuti e validi, per poter partecipare alla gestione della comunità? È chiaro che qui il discorso si intreccia con quello dei ministeri istituiti. Che rapporto c’è tra le due cose? Se non si identificano, è possibile prevedere almeno dei punti d’incontro? Dei titoli per diventare catechisti? Dei percorsi di formazione seri? L’alternativa non dev’essere per forza tra il dottorato o il nulla (tenendo conto delle clausole di cui sopra): perché allora non prevedere un coinvolgimento graduale, anche ministeriale se vogliamo, ma reale di coloro che si formano a livello teologico?
- Età
Non posso non citare, infine, un ultimo punto, che anche stavolta mi è particolarmente caro per esperienza personale e che invero è stato poco trattato dallo stesso Grillo: l’età. La questione relativa all’accesso ai corsi tenendo conto degli orari di lavoro ecc. è giustissima. Ci sono però anche giovani che decidono di spendersi fin da subito nel mondo della teologia accademica, senza voler essere presbiteri, religiosi/e ecc. Che considerazione c’è per loro?
La teologia, così come in generale la comunità cristiana, è un paese per vecchi, inutile girarci attorno. Là dove non arriva il sacramento dell’ordine spesso arriva l’età: oltre una certa soglia puoi parlare, prima no. Ecco perché, come dicevo, è importante scegliere il giusto portavoce, il giusto mentore, nella speranza di poter giovare della sua voce per far risuonare la propria. Si parla spesso dei giovani… ma quanto parlano i giovani? Quanto li lasciamo parlare?
Sono queste alcune domande, alcuni spunti che ho voluto proporre per continuare il confronto. Mi rendo conto che il tutto richiede davvero un ripensamento della comunità, della gestione, del senso delle cose che facciamo. La speranza però è che, nonostante il silenzio sinodale su questi temi, il continuare a parlarne possa suscitare il desiderio di una vera riforma, perché è qualcosa che non riguarda solo una minoranza ma porta con sé un’opportunità per tutta la società e, più in generale, per un modo diverso di pensare la fede, la cultura e lo “stare” del cristiano nel mondo.






Penso ci siano abbastanza docenti “laici” di teologia per poter istituire dipartimenti di teologia nelle facoltà di filosofia, abilitati a rilasciare dopo i relativi corsi di laurea e dottorato, ,titoli con valore legale , riconosciuti dallo Stato. Magari “enfatizzando” agostinianente l’intellectus quaerens fidem e di conseguenza l’intelligo ut credam. Vi è in teologia una ricchezza di valori etico/pratici e di conoscenza che non hanno niente da invidiare ai grandi sistemi morali e teoretici dei corsi istituzionali di filosofia , per fare dell’uomo un essere umano!
C’è un non detto. Quello che conta è il diritto canonico. Punto. Studiare, formarsi, acquisire un titolo… niente vale. Essere laica è uno sbarramento in sé. Sia per la docenza, sia per la ministerialità. Essere laici significa ancora essere un possibile eretico, pericoloso problematizzare, un pensiero anticlericale… tutti nemici del Diritto immutabile. E si continua ad assistere alla mortificazione di carismi che poi da alti pulpiti si invocano come necessari per l’annuncio. E si tace ancora troppo di abusi e manipolazione delle coscienze …
Aggiungo solo un aspetto, è uno tra tanti, ma in Italia è fondamentale: molte istituzioni accademiche nella Chiesa sono nate con consacrati a cui non veniva pagato uno stipendio e anche oggi possono sostenersi economicamente soltanto se molti docenti non necessitano di uno stipendio (a volte nemmeno un rimborso per viaggi e alloggio se vengono da fuori). Questo induce importanti Istituzioni accademiche a scegliere religiosi\e del proprio ordine (che non vengono pagati) e in seconda battuta preti e religiosi\e di altri ordini (a patto che siano in condizioni di vitali tali da poter accettare remunerazioni così basse da non permettere a un laico di mantenersi). A volte non è questione di favoritismi, conoscenze, amicizie, né di status e tantomeno di curriculum, ma della struttura economica che regge l’ente accademico.
Spunti interessanti, ma perché pensare a “quando l’ultimo seminarista deciderà di ritirarsi”? Perché non pensare piuttosto a una coltivazione e a una crescita delle vocazioni (anche religiose) come compito proprio della teologia, nonché come opportunità per il suo insegnamento? Viceversa, senza fedeli, la teologia non ha chi la coltivi. E senza bravi pastori (teologicamente formati), le comunità dei fedeli soffrono
Tutto condivisibile quanto scritto da Grillo e Fenaroli. Proprio su questi punti ho scritto diversi pezzi per Settimananews. Li elenco per chi volesse leggerli:
1) Teologia in Italia: problemi pratici
https://www.settimananews.it/teologia/teologia-italia-problemi-pratici/
2) Riconoscimento titoli: ripensare la teologia in Italia
https://www.settimananews.it/teologia/riconoscimento-titoli-ripensare-la-teologia-in-italia/
3) Sulla teologia rapida/5
https://www.settimananews.it/teologia/sulla-teologia-rapida-5/
4) A proposito dell’insignificanza della teologia
https://www.settimananews.it/teologia/sulla-teologia-rapida-5/
Penso che siamo ormai in un vicolo cieco.
Provo al massimo ad immaginare un altro scenario: chissà se lo Stato un giorno dovesse istituire una materia obbligatoria come le altre denominata “Religione”, e dunque rivedere il concordato … In tal caso dovrebbe cessare l’attuale Insegnamento della Religione Cattolica, per cui lo Stato dovrebbe istituire un corso di laurea in “Scienze delle religioni e teologia” nell’Università. E’ solo una ipotesi che mi viene da fare al momento, giusto per ipotizzare scenari futuri fuori dalle nostre interessanti (e sofferte) riflessioni, che credo tuttavia si muovano su un binario morto.
Anche nei paesi come USA e Germania dove le scienze religiose erano inserite nei curricula universitari c’è un calo di iscritti e di investimenti pubblici e ancor più privati. L’ipotesi di Guglielmi mi pare poco realistica attualmente. D’accordo con Fenaroli nel diversificare la teologia per la ministerialità e teologia per la ricerca. Il futuro a mio avviso – per quanto riguarda la seconda – va verso istituzioni private che abbiano una fondazione che permetta di garantire l’autonomia della ricerca e l’accessibilità con borse di studio. Per la prima , la CEI stabilisca per ogni conferenza regionale un centro di formazione teologico x candidati al ministero ordinato, catechisti e assistenti pastorali.