
Un seminario-laboratorio, realizzato in collaborazione con il Tavolo di promozione Caritas Nordest, intende esplorare il ripensamento della parrocchia attorno a tre nuclei: l’esperienza dell’appassionarsi e del compatire; l’incontro con il più povero come riascolto del vangelo; la carità come indizio di iniziazione alla fede.
Quando l’agire diventa servizio? In che termini il tessuto relazionale è annuncio? Sono domande che assumono un certo rilievo, particolarmente nel momento in cui l’istituzione parrocchiale vive una forte situazione di crisi. Le chiese si svuotano, sono drasticamente diminuiti non solo i preti, ma anche i fedeli, il linguaggio di comunicazione della fede fatica a raggiungere le persone, soprattutto i giovani.
La forma della comunità parrocchiale necessita di una reinterpretazione: ritornare all’essenziale, vivere la comunità nel segno della prossimità e della carità può essere una soluzione?
La riflessione sul posto e sullo statuto della comunità cristiana, la sua capacità di abitare il territorio in chiave esistenziale, è quanto si propone la Facoltà teologica del Triveneto con il seminario-laboratorio Rivelato ai piccoli: diaconia e forma della parrocchia, proposto dal ciclo di specializzazione in Teologia pastorale per l’anno accademico 2026/2027 e guidato dai proff. Rolando Covi e Assunta Steccanella, che abbiamo intervistato.
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– Come nasce l’idea di questo seminario-laboratorio?
Da un paio d’anni la Facoltà è in dialogo con il Tavolo di promozione Caritas Nord-Est, collegato alla Delegazione Caritas Nord-Est, in un progetto teso a mettere a fuoco la figura di parrocchia con la quale dialogare per promuovere la carità. Il seminario-laboratorio intende raccogliere i frutti di questo dialogo e fornire agli studenti una formazione attorno a questa ipotesi di lavoro: la parrocchia può diventare più generativa se, oltre a investire risorse sull’accompagnamento della fede elementare come di quella discepolare, fa della prossimità un segno della carità di Cristo dentro la società. In particolare, esploreremo questo secondo luogo di ricerca, in un fecondo dialogo tra prassi, esperienza personale e approfondimento.
– Quali saranno i passaggi di questo percorso?
Si cercherà di individuare i passi concreti di ripensamento della forma della parrocchia attorno a questi nuclei: una figura di annuncio (l’esperienza dell’appassionarsi e del compatire, tipica dell’adulto, come riscoperta della fede); una figura di fede (l’incontro con il più povero è riscoperta della risurrezione); una figura di comunità (i nuovi legami che si creano a partire dalla condivisione con chi è più fragile ridisegnano un volto più familiare e meno aziendale della comunità cristiana); una figura di iniziazione (l’iniziazione cristiana si ripensa a partire dal riconoscimento della carità di Dio in azione nel mondo); una figura di celebrazione (il legame nella Chiesa delle origini tra l’eucaristia e l’agape rende viva l’azione liturgica).
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– Oggi la forma della comunità parrocchiale sembra aver bisogno di essere reinterpretata. Per quali motivi?
Le nostre strutture pastorali ereditano un’organizzazione che si appoggia su un punto dato per scontato: Dio è una necessità e la fede è necessaria per il compimento della vita umana. Sentiamo come questa posizione abbia tre limiti: ritiene l’umano incompiuto, quasi la fede sia un aspetto che lo riempie; si appoggia su un automatismo, che non può essere messo in discussione; infine, non è in grado di cogliere la grande ricerca di spiritualità che coinvolge oggi adulti e giovani.
– Quali sono le conseguenze di questa condizione?
Tutto ciò che ostacola questa necessità è percepito come un male da cui difendersi, in una costante tensione di conservare l’esistente. Da qui il tentativo di raggiungere tutti, per evitare di “perdere qualcuno”, moltiplicando le iniziative, fino a rischiare il collasso: è nata così la parrocchia come “supermarket” della fede, che non ha energie sufficienti per vedere la fede là dove non ce l’aspetteremmo.
– Su chi ricade il peso di questa situazione?
Il peso ricade soprattutto su quanti vi operano ogni giorno: battezzati (ministri ordinati, ministri con un mandato o semplicemente ministri occasionali) che, con generosità, cercano di sostenere un impianto che sempre più fatica a incontrare la vita lì dove accade. La struttura pastorale è sfidata, come altre volte è accaduto nella storia della Chiesa, dal dato biblico della fede che, alla necessità, preferisce la gratuità totale di Dio: Dio accetta il rifiuto, la non necessità, e per questo genera libertà.
– Una posizione facile da dirsi, difficile da accogliere, affascinate e sfidante allo stesso tempo…
L’incontro con i più fragili è una via privilegiata per riconoscere come tale processo sia già in atto, nelle case prima ancora che nelle strutture comunitarie, e stia generando un volto di parrocchia più leggero, capace di stare nel dialogo tra la Scrittura e l’esperienza reale della vita. È una leggerezza che nulla toglie all’identità parrocchiale (segno della Chiesa tra le case, pellegrina dentro la storia), ma la riesprime in maniera pertinente dentro la cultura attuale.
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– Ritornare all’essenziale, superando a tutti i costi la difesa di una struttura, è una strada percorribile?
Dietro a questa domanda si nasconde talvolta la polarizzazione tra chi, per paura del futuro, vorrebbe azzerare tutto e ripartire e chi, invece, per la stessa paura, si aggrappa a ciò che esiste. In realtà, ci è chiesto di essere umilmente attenti a ciò che lo Spirito suggerisce, sia nelle persone sia nelle esperienze pastorali, per assecondare la sua azione. La prassi ci precede e indica i germogli di novità, pur in un terreno che appare arido.
– Con quali limiti si trova a confrontarsi la parrocchia?
La parrocchia ha dei limiti strutturali rispetto a un gruppo elitario o a un luogo ecclesiale che ha scelto, ad esempio, di dedicarsi solamente a un’età specifica, talvolta con eventi ed esperienze emotivamente cariche.
Allo stesso tempo, il principio territoriale mantiene sempre viva nei fedeli l’attenzione per chi, pur essendo nella parrocchia, non la frequenta o la frequenta poco: pungolo che può costituire una forte spinta missionaria, uno stimolo per l’annuncio del vangelo.
Credito di fiducia verso la parrocchia insieme al riconoscimento del suo cambiamento in atto: sono queste le due piste sulle quali camminare, affrontando il passaggio per via pratica, e poi riflessiva, senza ingenuità, a piccoli passi.
– Se in questa operazione poniamo come metodo il discernimento, quali sono le coordinate che esso deve avere?
Tra le sei coordinate frutto del laboratorio “Progetto parrocchia Triveneto”, da cui è partito questo lavoro, è presente l’attenzione ai deboli e ai più vulnerabili. Non si tratta tanto di una questione di beneficenza: in gioco è la Rivelazione. Se Dio si rivela a coloro che «mancano di parola» (Mt 11,25) e oggetto di questa rivelazione è il significato complessivo dell’azione di Gesù, allora significa che l’ascolto di chi non conta è essenziale per comprendere Dio: è necessario che i sapienti e gli intelligenti incontrino coloro che non hanno parole per imparare da loro come Dio si comunica.
Il discernimento, quindi, anche per la parrocchia, non avviene per via teorica, ma parte dagli incontri effettivi, di cui una realtà parrocchiale è molto ricca, con coloro che testimoniano, a partire dalla propria storia, i segni del passaggio del Risorto.
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– Qual è il posto e lo statuto della comunità cristiana nella società?
L’ipotesi della prossimità della comunità cristiana, come cifra per rileggere la sua posizione all’interno della società, si confronta e si scontra con una cultura che, invece, fa della lontananza tra individui singoli il proprio principale riferimento, in nome di una autosufficienza cercata e idolatrata.
In tal senso, le immagini di Gesù, particolarmente quelle del lievito e del sale, descrivono i contorni di questa prossimità, che non pretende di avere – seppur attraverso luoghi di carità importanti e significativi – il controllo della società, ma accetta di essere a servizio di un Regno che la supera, la precede, la accompagna, oltre i propri confini visibili.
– È evidente che questa postura risente della visione occidentale della Chiesa.
Il confronto con gli studenti iscritti alla Facoltà, molti dei quali provenienti dall’Africa, dall’Asia e dell’America Latina, sarà di certo occasione feconda per comprendere in che senso la prossimità plasma la forma della parrocchia.
– Quando l’agire diventa servizio?
Qui non si tratta di dare definizioni, quanto di camminare al “ritmo di Dio” con entrambe le gambe, quella della vita di preghiera (ascolto della Scrittura, sacramenti, preghiera personale) e quella della vita con gli altri, particolarmente i più deboli.
È la risonanza che avviene tra questi due terreni a orientare l’agire. Si potrebbe dire che l’agire diventa servizio quando chi lo compie sa fare qualche passo secondo l’autorità di Gesù, che si rende invisibile agli occhi, perché la gioia sia il luogo più alto della rivelazione».
– In che termini il tessuto relazionale è annuncio?
La trama delle relazioni è ciò che permette di concretizzare il Vangelo, come è stato per Gesù. Una relazione autentica ha bisogno di favorire le condizioni per quel vuoto necessario capace di far udire la storia di ciascuno. A questo serve il radunarsi in nome di Gesù. Per questa via si comprende anche il termine diaconia.
– Che cosa è, allora, “diaconia”?
Riprendendo le parole del teologo gesuita Étienne Grieu, possiamo dire che “diaconia” fa risuonare l’appello rivolto alle comunità cristiane a trovare la presenza di Cristo all’interno della dimensione relazionale dell’esistenza e invita in modo particolare a incontrarlo in una storia condivisa con coloro che normalmente vengono dimenticati.
La sua forza più grande consiste nella capacità di evocare il Servo. Il suo limite più grande (contrariamente a “fraternità” e “solidarietà”, “giustizia” e “amore”) consiste evidentemente nel fatto che tale termine può difficilmente parlare a chi non conosce Gesù di Nazaret.
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– La parrocchia come può abitare il territorio in chiave esistenziale?
Il ripensamento della forma di parrocchia non significa rigettare il legame con il territorio, perché è ciò che rende la parrocchia – lo ribadiamo – “casa per tutti e accessibile a tutti”: si tratta piuttosto di abitarlo in modo nuovo, con attenzione a quei “territori esistenziali” che sono i passaggi di vita dell’adulto: lutto, innamoramento, generare, appassionarsi, sbagliare…
Infatti, se il mettere semplicemente al centro il “tutti” ci riduce a “stazione di servizi”, la riscoperta della qualità relazionale dell’incontro tra l’adulto, nei suoi passaggi esistenziali, e il Vangelo, permette di ritrovare forme nuove nel vivere la parrocchia.






Le parrocchie ormai sono alla canna del gas. Non è di certo un seminario di studio che le riporterà in vita.
Nell intervista vedo elementi interessanti ma non riesco a mettere a fuoco l immagine complessiva di parrocchia che si vorrebbe creare
Ci sono troppi asserti particolari…
Faccio sempre più fatica a comprendere la furia iconoclasta con cui si vuole distruggere uno dei pochi presidi comunitari sul territorio in un periodo in cui partiti, sindacati, famiglie, associazioni vengono polverizzati e il tessuto sociale si allenta.
Però ormai mi sono rassegnata, fortunatamente non conto nulla, non sono nessuno e non dipende da me, in coscienza mi impegno a fare del mio meglio e questo mi basta, non posso starci sempre così male.
Che poi: da una parte si invoca radicalità evangelica, dall’altra laici ministeriali stipendiati, perchè mi pare anche scontato che se diminuiscono i fedeli, diminuiscono anche quelli disposti a donarsi gratuitamente..
Per adesso ci sono i soldi per pagare eventuali laici, ma andando avanti la secolarizzazioni anche le ricche parrocchie sul modello tedesco dovranno fare i conti sul calo di risorse (non a caso molti scelgono di uscire ufficialmente dalla Chiesa per non dover pagare).
Le parrocchie hanno sempre saputo tenere insieme vicini e lontani, chi va a messa Natale e Pasqua, battesimo e funerale, e chi fa andare avanti le realtà sul territorio, Caritas compresa..
Domenica Anni ’60 di un adolescente, in un paese di 10.000 abitanti, con forte tradizione cattolica, tanti seminaristi e una media di un sacerdote ogni 1.200 abitanti.
Ore 9: messa dei ragazzi, nella chiesa parrocchiale stracolma.
Ore 10: giochi vari all’oratorio.
Ore 11: Azione Cattolica, con il motto: “L’Aspirante è primo in tutto per l’onore di Cristo Re”.
Dopo un pranzo veloce a casa, il pomeriggio proseguiva con:
Ore 14: giochi vari all’oratorio.
Ore 14:30 Dottrina.
Ore 15:30 Funzione e benedizione eucaristica nella chiesa dell’oratorio, oggi trasformata in sala polivalente.
Ore 16:30 Film al cinema dell’oratorio
I pomeriggi infrasettimanali, erano centrati su giochi e incontri (oggi si direbbe socializzazione) all’oratorio, con “almeno un prete, per chiacchierare”. Alle 18, funzione serale nella chiesa parrocchiale.
Il tutto condito dalla sensazione di una vita piena, senza tanti paroloni, ma così come deve essere: centrata su Gesù, con tanta gioia di viverla insieme ad altri ragazzi e la sicurezza di essere guidati da sacerdoti saldi, che con poche parole ti sapevano rimettere in riga.
Questa era la parrocchia, prima che -fattori esterni e interni- iniziassero a disgregarla.
Oggi, sinceramente, non so che cosa essa sia e, quindi, non mi pronuncio.
La domanda da farsi peró é questa: come mai tutta questa ‘vita piena’ é rapidamente sparita?
La risposta penso sia quella che mi diede un anziano signore quando gli chiesi il perché della rapida sparizione delle Rogazioni e correlate processioni: ‘molta gente é stata contenta di non dover fare piú tutte queste cose, le vedevano come inutili’.
Come ammetteva lui fu un grande errore, ma per molta gente decenni fa tutte queste attivitá erano solo un obbligo e un peso.
E le discoteche si mangiarono le parrocchie
Certamente, per molti, le discoteche e affini sono state e sono più “divertenti” di messe, oratori e parrocchie.
La risposta della Chiesa postconciliare è stata aprire le porte: la constatazione è che queste porte aperte sono servite a far scappare ancora più fedeli (e sacerdoti) e non certo ad attrarre chi ne era restato fuori o se ne era già andato.
Personalmente, penso che il futuro della Chiesa, se ci sarà, sarà esattamente l’opposto: l'”Opzione Benedetto”. Una direzione “leggermente” diversa dalle scelte postconciliari, che hanno portato a una Chiesa liquida in campo dottrinale, liturgico e pastorale.
“la constatazione è che queste porte aperte sono servite a far scappare ancora più fedeli (e sacerdoti)”
La sua accusa le si ritorce contro: se nella Chiesa si stava così bene, perché, aperte le porte, sono scappati tutti via, come da una prigione in cui improvvisamente si apre una breccia?
E’ evidente che “aprire le porte” non si riferiva a un gesto fisico, ma a un cambiamento dell’impostazione dottrinale, liturgica e pastorale, per cui le attività che prima avevano una forte connotazione cattolica, poi sono divenute molto più mondane e, quindi, hanno perso il loro potere di attrazione.
Nella Chiesa di cui parlavo si stava bene, ma nella chiesa trasformata dalla rivoluzione postconciliare non aveva più molto senso stare.
Emblematico il caso dei preti operai, che poi sono rimasti solo operai. Se si perde la dimensione del sacro e si trasforma il proprio ministero in attività sociale, allora ha molto più senso andare a fare una manifestazione dietro a una bandiera rossa che stare in parrocchia a celebrare messa.
Lo stesso valeva per i fedeli. Se la salvezza delle anime perdeva sempre più senso, meglio andare a fare qualcosa nel mondo o buttarsi via, come ho visto fare a molti, passati dalla parrocchia ai movimenti politici e poi, una volta dissoltisi anch’essi, all’eroina.
Fino al secondo dopoguerra in molti posti non vi erano che le attivitá gestite dalle parrocchie se volevi fare qualcosa fuori casa.
E le osterie, e si sapeva bene quanta gente le frequentasse al posto di andare in chiesa…
Si svuotano anche le discoteche, non a caso si parla di epidemia di solitudine. Il bello è che in altri paesi (America in primis) già si è iniziato a fare marcia indietro, e nemmeno da parte dei conservatori, anzi..
https://www.avvenire.it/attualita/le-relazioni-motore-del-futuro-ecco-il-nuovo-piano-b-per-litalia_110542
Qua dentro si rimane bloccate alla battagliuccia tra progressisti e conservatori, ma sono posizioni cristallizzatesi decenni fa quando il mondo era diverso per entrambi..
Noi della metà del secolo scorso siamo stati formati a ritenere la parrocchia una struttura, tenuta in piedi da quelli che oggi chiamiamo operatori pastorali, tutti quanti operanti all’unisono con il parroco (compresi – allora – i cappellani). E noi, i fedeli, eravamo coloro che oggi chiameremmo utenti, utenti di tutti i molteplici servizi che la parrocchia prestava alla popolazione, incluso il servizio liturgico. Quanto al senso di appartenenza, questo riguardava il quartiere, il paese, la frazione. Il religioso tutt’uno con il senso civico. E ciò antropologicamente ci sta.
Mutatis mutandis, oggi la struttura parrocchia, nella sua funzione organizzativa, amministrativa, assistenziale, promozionale, dovrebbe andare ben distinta, a mio parere, da quella costruzione di pietre vive che è la Chiesa, e in ispecie la Chiesa locale. Se continuiamo a puntare sulla “parrocchia”, giochiamo sul perdente. Christus vincit solo per la Chiesa, là dove ognuno è pietra viva ben incastonata nel suo posto, essenziale alla tenuta della costruzione, pur con la sua forma, la sua consistenza, la sua resistenza. Chiesa che si mostra al mondo nell’azione liturgica, dove il ministro istituito svolge, qui sì, il suo servizio essenziale. Dovremmo essere per primi noi cattolici a relegare in secondo piano e via via accantonare o abbandonare la parola “parrocchia” a favore della parola “Chiesa”. Per presentarci al mondo sostanzialmente in veste nuova.
Io sono del ’71 e ho vissuto la parrocchia (anzi le parrocchie dato che ho vissuto in tre città diverse) come una comunità di persone e amici. Almeno nelle piccole realtà locali si regge tutto sul volontariato, non so come possa reggersi una Chiesa che si limita alla Caritas senza un bacino di fedeli più o meno vicini da cui pescare.
E’ da quando ho 15 anni che sento parlare del modello apostolico delle origini, bene, in teoria ci siamo, dato che meno di così rimane solo da chiudere, poi che questo significhi più carità evangelica vedremo. Per adesso non si direbbe..
Anche la Chiesa si è fatta ingurgitare dall’individualismo. La fede fatta in casa va già bene. Quanto basta. Nessun allarmismo sulla diaspora, che anzi viene negata o rimossa. Pochi e buoni è lo slogan più gettonato. Macché uscita. Là fuori è troppo pericoloso. C’e da sporcarsi le mani. Rischi pure che, tornando, trovi i battenti sprangati. Evangelizzare? Evangelizzare chi? Non ne vogliono sapere! Vengono solo per rastrellare la nostra carità, le nostre risorse, il nostro buon cuore.
Tempo che ripensiamo la parrocchia, la parrocchia non c’è più. Purtroppo
Negli ultimi anni mi organizzo così: prendo il messalino della Edb e mi “leggo” messa da sola. Si non è la stessa cosa, e mi spiace per gli amici che ci hanno accompagnato per gran parte della nostra vita, ma vengono una volta si e dieci no pure loro.