
Qualche giorno fa avevo cercato di spiegare il fenomeno della crescita elettorale della Alternative für Deutschland (AfD) facendo riferimento al loro programma politico in merito alla scuola – richiamando anche il progetto di scorporare studenti e studentesse con disabilità dal normale curricolo scolastico. Il tema è stato ripreso da Repubblica con un articolo che, a mio avviso, mette a nudo l’ipocrisia della sinistra italiana – insieme all’incapacità politica di interloquire in maniera costruttiva con quella massa elettorale che, in Germania e altrove, trova la sua rappresentanza in partiti come l’AfD.
Più che dichiarare la «tomba dell’inclusività», bisognerebbe chiedersi perché questa proposta è in grado di raccogliere consensi anche in quella parte del corpo elettorale che è direttamente interessata da essa – ossia che ha al suo interno un membro famigliare con disabilità. Questa è la domanda politica, che ci si sarebbe dovuti porre almeno un decennio fa, per comprendere quello che sta succedendo ai nostri sistemi democratici e alle istituzioni che essi hanno creato.
Fin verso la fine degli anni ’80 del XX secolo, in Germania era presente un ottimo sistema di cosiddette «Sonderschulen» (scuole speciali) per la formazione di bambini e giovani con disabilità e comportamenti problematici. Si trattava sì di scuole dedicate, che però erano corredate di professionisti dell’educazione con le competenze adeguate a seguire, sostenere, e far crescere i bambini e i ragazzi che le frequentavano. Non solo, erano anche costruite in modo tale che non ci fossero impedimenti o ostacoli per le persone che le frequentavano.
Un sistema, questo, che certo poneva il problema della quotidianità dei rapporti generazionali con coetanei che non avevano le stesse difficoltà di apprendimento e/o motorie; ma aveva la sua efficacia pedagogica e sociale per ciò che riguardava il periodo della formazione scolare. Un secondo problema, che è stato quello decisivo rispetto alle politiche dell’inclusività, erano i costi estremamente alti di questo sistema scolastico dedicato. L’esito dell’inclusività scolastica in Germania, ma questo vale anche qui da noi, è stato l’immissione di bambini e ragazzi con «bisogni particolari» nella scuola «normale», senza provvedere a tutto il contorno necessario di personale educativo (per non parlare delle barriere architettoniche) che sarebbe stato necessario per una realizzazione effettiva dell’inclusione scolastica. Anzi, è stata proprio la riduzione dei costi legati a questo contorno professionale (necessario) a essere il vero motore dell’inclusività nella scuola.
In tutto questo, sono state proprio le persone con disabilità e comportamenti problema (insieme alle famiglie interessate) a non essere coinvolte, ascoltate, rese protagoniste di questo processo di inclusione scolare – il cui scopo ultimo era quello di ridurre i costi del welfare sociale.
Portata avanti in questo modo, con la benedizione dei partiti progressisti e di sinistra, l’inclusività scolastica si è ribaltata in un processo di integrazione forzata – soprattutto dalla parte delle persone con disabilità. Le condizioni messe di fatto in essere erano quelle che obbligavano a un loro adattamento a un sistema scolastico «normale» che rimaneva perfettamente uguale a sé stesso. Una quadratura impossibile del cerchio, il cui prezzo è stato pagato proprio da coloro che dovevano essere i presunti beneficiari.
Il patto fra le politiche di riduzione massiccia del welfare, di stampo neoliberale, e l’inconsistenza pragmatica del paradigma dell’inclusione della sinistra ha finito per creare quella condizione esistenziale per cui, oggi, molte famiglie che hanno al loro interno bambini/ragazzi con disabilità o comportamenti problema vedono nel programma dell’AdF una via di uscita e una soluzione efficace ai molti problemi della loro quotidianità.
La «tomba dell’inclusione» è stata, molti anni addietro, esattamente quel patto; insieme al fatto che i paladini dell’inclusione poco o nulla hanno fatto perché questa fosse appezzata come tale (e non come una integrazione forzata in un sistema fuori misura per loro) dalle persone direttamente interessate.
L’articolo di Repubblica sbandiera il fantasma di una sorta di «campo di concentramento» per scolari con disabilità (che è un esito altamente probabile), ma nulla dice del «campo» creato dalle stesse politiche dell’inclusione ridotte a manifesto retorico senza prassi adeguate – e gli investimenti necessari che queste avrebbero comportato.





