
Recentemente, non sono stati documenti ed eventi ecclesiali a costringermi a riflettere nuovamente sulla sinodalità. Fu durante un processo di costruzione di una celebrazione in memoria di due fratelli, testimoni del Vangelo, che incontrammo complicazioni e tensioni impreviste.
Il gruppo era composto da alcuni presbiteri e laici, uomini e donne, appartenenti a diverse parrocchie della diocesi: biografie e percorsi ecclesiali diversi, ma ispirati dalla profezia martiriale di due fratelli.
Coinvolto nella costruzione collettiva dell’evento, solo ora, dopo molti decenni, per aver partecipato al dibattito, divenuto, ad un certo punto, conflittuale, ho capito qualcosa di quanto accaduto nel 1987, durante la preparazione al CEIAL – Seminario America Latina, a Verona – nel tempo del mio arrivo definitivo in Brasile.
Una sorta di psicodramma
Tra le molte preziose linee-guida suggerite dagli organizzatori del corso, fu proposto un tipo di psicodramma. Eravamo un gruppo di pochi preti, molte suore e alcuni laici, uomini e donne: circa 30 persone. I facilitatori ci invitarono a organizzare un viaggio – non ricordo dove – con tutti i dettagli organizzativi, e ci lasciarono completamente liberi di proporre, discutere, pianificare.
Il risultato fu, a mio avviso, disastroso: confusione, dispute, disorganizzazione. Non era solo finzione, non era solo teatro, divenne qualcosa di reale, con responsabilità, dibattiti, decisioni concrete.
All’inizio, tutti d’accordo: “organizziamo un progetto”. Tutto sembrava segnato positivamente da responsabilità, creatività, divertimento. Ma il conflitto latente irruppe rapidamente: chi decide? chi comanda? Poi sono apparse le dispute di potere, la mancanza di leadership, posture ironiche, ritiri disinteressati, resistenza passiva; ognuno si fossilizzava sulla sua proposta; nessuno voleva cedere; le decisioni non venivano attuate; il gruppo si è bloccato.
I facilitatori non ritennero opportuno il momento della valutazione e lasciarono a ciascun partecipante il compito di fare, da solo, le proprie considerazioni. Quella notte non dormii, non riuscivo a capire cosa fosse successo. L’angoscia passò, perché il tempo guarisce, ma non ho capito, fino a oggi.
I processi sinodali non sono realtà semplici e di facile gestione metodologica, perché i gruppi, anche quelli che sembrano possedere struttura e affinità più evidenti, tendono al caos e mettono alla prova la leadership, smascherano i conflitti, mostrano i limiti della cooperazione spontanea, smantellano l’idea che la buona volontà sia sufficiente.
Scopro qualcosa che ancora oggi mi caratterizza: la dialettica tra una posizione autenticamente antiautoritaria e la convinzione di avere qualcosa di importante da proporre. E sapere che questa tensione non mi permette di affrontare i conflitti, senza che non rimangano ferite.
Il conflitto, tuttavia, potrebbe produrre novità, esiti positivi, favorendo l’emergere di competenze e ruoli differenziati che contribuiscono a processi meno disarmonici, senza ricorrere al voto democratico, che autorizza il ruolo decisionale della maggioranza, o la conferma del potere del governo di gerarchie preesistenti.
Vedere-giudicare-agire
Il documento della Commissione teologica internazionale (CTI) Sinodalità nella vita e missione della Chiesa (2018) ci presenta il processo di sviluppo di una decisione in sinodalità, indicando il metodo da seguire.
Innanzitutto, l’ascolto reciproco, disarmato e rispettoso: ognuno si esprime e tutti sono ascoltati.
Poi il vedere,[1] la lettura dei segni dei tempi: le congiunture sociopolitiche, il contesto culturale, le croci e le speranze dei popoli, le crisi della Chiesa…
Segue il giudicare, il confronto per il discernimento spirituale: ascoltare la Parola di Dio, il silenzio, la preghiera, le proposte teologico-pastorali. Poi, di fronte a proposte differenziate e talvolta contrastanti, il momento dell’integrazione delle differenze, che sarebbero individuate e non soppresse. Dovremmo così comprendere che la decisione non nasce mai pronta, in una immediatezza miracolosa, ma viene gradualmente gestita in un processo comunitario, che tuttavia non può sostituire la responsabilità dei parroci e dei vescovi.
In conclusione, abbiamo il processo decisionale: l’agire. Chi decide? Secondo la CTI: il popolo partecipa al discernimento, i pastori decidono. Il vescovo conferma e assume la responsabilità finale.
Il processo sinodale prevede ascolto, dialogo, partecipazione dei fedeli, discernimento comunitario, ma la decisione finale spetta al ministro ordinato, non a tutti i partecipanti. Cioè, tutti partecipano al percorso, ma non tutti decidono. In breve, la sinodalità non è democrazia interna, ma un modo per camminare insieme senza alterare la struttura gerarchica dell’autorità.
Anche papa Francesco non elimina l’autorità episcopale, ma ridefinisce come dovrebbe funzionare: autorità esercitata nell’ascolto, non nel comando; decisioni prese in comunione, non in isolamento; i vescovi sono garanti del discernimento non come proprietari della verità; il papa come servitore dell’unità, non come capo amministrativo. In una prospettiva anticlericale, Francesco mantiene la struttura gerarchica, ma cambia lo stile di esercizio dell’autorità.
Redistribuire il potere decisionale
In realtà, la mia impressione è che solo la redistribuzione del potere decisionale possa cambiare il processo e raggiungere una sinodalità efficace. Quello che abbiamo sembra invece essere una riconciliazione impossibile tra il camminare insieme e il Sinedrio.[2]
Questa tensione non è nuova; è centrale per la Lumen gentium, la costituzione dogmatica sulla Chiesa del Concilio Vaticano II (1964), che cercava di integrare tradizioni diverse senza riuscire a eliminare completamente la polarità tra la Chiesa come Popolo di Dio (Capitolo II) e la sua costituzione gerarchica (Capitolo III). Il Concilio sottolinea la dignità comune di tutti i battezzati, ma riafferma anche il ministero specifico dei vescovi e del papa.
Questa polarità sembra non avere una soluzione teologica. Insieme al mio amico monaco Marcelo Barros, mi sembra legittimo dire che, di fronte alle crisi della nostra Chiesa, abbiamo solo due possibili percorsi: quello dello scisma e dell’eresia – la recente scelta dei lefebvriani – e quello della profezia, come umile tentativo di seguire Gesù, la sua Parola e il suo fare.
Troviamo conferma dell’irrealizzabilità di soluzioni parziali e riformiste quando pensiamo alle difficoltà di coloro che si opposero ai primi passi del cristianesimo nel IV secolo.
La soluzione fu profeticamente silenziosa. Coloro che reagirono immediatamente al tradimento costantiniano furono i monaci della Tebaide, i Padri e le Madri del deserto, eremiti e cenobiti, che reagirono pacificamente, ma con determinazione, alla liquidazione della radicalità messianica dei martiri.
Profezia silenziosa, sfida radicale contro il kurios imperiale: è la scelta del vero Kurios, il Signore crocifisso e risorto. Il Figlio dell’uomo, che è il Signore kenotico non solo della storia, ma anche dell’intero universo.
[1] Ver-Julgar-Agir: metodo nato nella Juventude Operária Católica (JOC) del cardinale belga Joseph Cardijn. L’enciclica Mater et Magistra (1961) di Giovanni XXIII affronta la questione sociale e introduce ufficialmente il metodo Ver–Julgar–Agir nel magistero della Chiesa. Il metodo, accolto solo parzialmente in Europa, diventa centrale nella pastorale latino-americana: Medellín (1968) lo assume come struttura dei documenti; diventa la base di alcune teologie della liberazione e della pastorale sociale; è ancora usato per leggere la vita dei poveri come “luogo teologico”; costituisce la metodologia pastorale delle Comunità Ecclesiali di Base (Cebs), che vivevano – e, oggi, minoranze abramitiche – ancora vivono ciò che non chiamavamo ancora ‘sinodalità”. Lo stile era il protagonismo decisivo del Popolo di Dio.
[2] La dialettica tra sinodalità e Sinedrio è un’espressione di Sandro Gallazzi.





