
Il 22 luglio la Santa Sede ha annunciato l’ordinazione episcopale di Giuseppe Chang Yanfeng a vescovo di Chifeng (Mongolia interna, Cina). Continuano le nomine legate all’accordo con la Cina, anche se col contagocce visto che se ne attendevano altre.
Nel marzo scorso le due delegazioni si sono trovate a Pechino in un clima di cordialità che differiva da quello diffidente registrato un anno prima nell’incontro a Roma. Dopo la conferma del patto (22 ottobre 2024) non ci sono stati risultati eclatanti. Il governo cinese rimane fermo sulle sue posizioni. La Chiesa in Cina dev’essere cinese come ogni altro organismo dello stato come si evince dagli statuti della conferenza episcopale (mai riconosciuti da Roma), in cui si inneggia al sostegno al partito e al governo e alla politiche di Xi Jinping.
La continuità da parte vaticana è legata alla garanzia di non vedere avviarsi uno scisma con nomine episcopali volute dal governo che segnerebbe per secoli il futuro di quella Chiesa, e alla possibilità di dialogo diretto (seppur limitatissimo) che in caso contrario verrebbe totalmente chiuso. Nel frattempo «ci tocca trangugiare un po’ e avere molta pazienza» come suggerisce una fonte vaticana. I risultati si potranno ottenere fra 30-40 anni.
Vescovi cinesi e un papa poco americano
Nel frattempo si punta a far crescere la Chiesa cinese con alcuni vescovi decorosi ufficialmente riconosciuti e nominati da Roma. Forse non saranno i migliori, ma non potendo importarli da fuori, rappresentano il meglio possibile per l’oggi. Un vescovo clandestino, anche eccellente, impossibilitato a muoversi, a incontrare i suoi preti e a celebrare non sarebbe una soluzione utile e auspicabile.
Inoltre alcune delle nomine hanno visto un previo consenso convergente delle due parti. Questo rende tollerabili anche sbavature dolorose come le nomine di due vescovi ausiliari arrivate durante la sede vacante o il riconoscimento di alcuni eccellenti vescovi clandestini (Giuseppe Wang Zhengui, Agostino Cui Tai, Zhang Weishu), ricondotti però a ruoli di ausiliari e spesso ormai emeriti.
Non ci sono alternative percorribili se non quella di chiedere alla esigua minoranza cattolica (dodici milioni su un miliardo e 200 milioni di abitanti) di scontrarsi col regime affrontando persecuzioni, isolamento e spaccature interne insanabili.
Nel frattempo crescono i legami fra i vescovi (grazie anche al ruolo del cardinale di Hong Kong, Stephen Chow), predono forza i monasteri, alcune comunità di religiosi operanti nel paese e le comunità cristiane possono vivere la vita sacramentale in comunione con Roma.
Da valorizzare anche alcuni momenti accademici come i convegni celebrati a Roma (maggio 2024), Hong Kong (agosto 2025), Canton (giugno 2026) sui cent’anni del primo concilio cinese e delle prime ordinazioni episcopali. La paziente tessitura dei rapporti Santa Sede-Cina dopo lo “strappo” delle canonizzazioni del 2000 è confermata da papa Leone XIV.
Il governo cinese ha guardato alla sua elezione con grande sospetto, convinto che un papa americano dovesse rispondere a Washington. La dura e sconclusionata aggressione di Trump al papa e la misurata ma chiara reazione di questo hanno convinto Pechino che così non era.
Vessazioni amministrative per tutti
Difficile parlare di libertà religiosa in Cina o di libertà civili. Cresce il disciplinamento delle attività per tutte le fedi e in particolare per le comunità e “chiese domestiche” che non entrano nelle strutture statali riconosciute. Restrizioni e regolamenti limitano gli edifici (distruzione, via le croci dalle sommità, presenza della bandiera cinese, videocamere ecc.), la comunicazione (pubblicazioni, divieto ai minorenni di partecipare alle celebrazioni), i viaggi, fino agli spazi digitali.
In occasione della giornata di preghiera per la Chiesa cinese (24 maggio) mons. Bertram Meier, vescovo di Augusta (Germania), ha detto: «Facciamo loro sapere attraverso le nostre preghiere e la nostra solidarietà che, nonostante tutte le restrizioni, non sono soli, ma fanno parte della comunità mondiale della Chiesa».
Oltre alla repressione massiccia contro gli uiguri (islamici) e i buddisti del Tibet, vessazioni e disciplinamenti amministrativi riguardano tutti, in particolare il Falung Gong, le Chiese o comunità non legali e non registrate. Fra il 2014 e il 2021 sono scomparse 21.000 “chiese domestiche” della tradizione protestante (i fedeli ammonterebbero a 96 milioni secondo alcune fonti).Negli ultimi due anni ci sono stati massicci interventi della polizia nei loro confronti. A luglio 2025 contro alcune comunità della Cina dell’Est, a novembre contro la “chiesa dell’abbondanza” a Xian, a dicembre contro la chiesa Yangyang nella regione di Zekjiang.
Il caso più clamoroso è quello della “chiesa di Sion” guidata da Ezra Jin, noto come Jin Mingri. Fondata nel 2007 cresce rapidamente raccogliendo alle sue celebrazioni alcune migliaia di fedeli. Chiusa d’autorità nel 2018 riemerge grazie alla predicazione on-line di Jin Mingri che, dopo due anni di esilio rientra nel paese. In ottobre 2025 una trentina di pastori, compreso il fondatore, vengono arrestati e condannati. Mingri esce dal carcere e arriva negli USA il 6 luglio scorso grazie all’intervento diretto di Donald Trump.
Invece l’efficacia del presidente degli Stati Uniti è stata del tutto nulla nei confronti di un altro dissidente, questa volta cattolico, cioè Jimmy Lai, granitico sostenitore delle richieste democratiche a Hong Kong. Il diverso peso “politico” della condanna a vent’anni di carcere di Lai (78 anni) è stata spiegata da F. Sisci su questo sito.
Taoisti e buddisti compresi
Il pesante controllo amministrativo colpisce direttamente le forme religiose non legalmente riconosciute, ma anche le religioni più tradizionali. Sono cinque le religioni ufficialmente presenti: buddismo, taoismo, cattolicesimo, protestantesimo, islam.
Anche quelle più propriamente locali come il buddismo e il taoismo hanno conosciuto interventi censori importanti. Lo ha ricordato Andrew Law su Asia News (16 maggio 2026). È il caso di una prestigiosa personalità del buddismo come Shi Yongxin, abate del tempio Shaolin e già vicepresidente dell’associazione buddista cinese. Noto per il Kung Fu, il suo centro monastico è riconosciuto come luogo prestigioso di culto, ma anche di commercio e di irradiamento. Shi, che ha visitato il papa nel febbraio 2025, è stato accusato di corruzione e rimosso.
Stessa sorte è toccata al taoista Hu Chenglin, già vicepresidente dell’associazione taoista cinese e membro della conferenza consultiva politica del popolo cinese. È stato accusato di relazioni sessuali improprie, di appropriazione di fondi pubblici e di contabilità disordinata.
Storie similari sono emerse per altri maestri come Li Yi, Lu Wenrong e Hu Chenglin. Il controllo politico usa gli scandali per uniformare tutte le fedi al principio direttivo enunciato da Xi Jinping nel 2015: la “sinizzazione” delle fedi. L’obiettivo è di allineare le religioni all’ideologia dello stato piegando le loro tradizioni, il deposito dogmatico e le loro norme agli imperativi del partito.
Il cattolicesimo è certo interessato all’inculturazione dentro la civiltà cinese, ma non alla subordinazione ai dettami dell’ideologia imperante. Nonostante il suo limite l’accordo sino-vaticano ricorda pubblicamente non solo l’ormai tramontata pretesa dell’ideologia di cancellare le fedi, ma anche l’attuale intenzione di trasformarle in strumenti puramente funzionali al potere.





