Teologi e/o professori di teologia?

di:

teo-stagliano1

La domanda è antica quanto le prime cattedre di teologia: un professore che insegna discipline sacre è automaticamente un teologo? E un teologo di statura mondiale deve, per forza, avere un incarico accademico? La risposta, oggi, non è più scontata. Anzi, un breve ma denso motu proprio di papa Francesco – Ad Theologiam promovendam – ci costringe a rovesciare completamente i termini del problema.

Il primo numero del documento (su cui vale la pena fermarsi) recita: «La promozione della teologia, nel futuro, non potrà limitarsi alla rinnovata presentazione di formule e schemi del passato. Invocata a interpretare profeticamente il presente e a esplorare nuove vie per il futuro, la teologia dovrà confrontarsi con le profonde trasformazioni culturali alla luce della Rivelazione, nella consapevolezza che: “ciò che stiamo vivendo non è semplicemente un’epoca di cambiamenti, ma un cambiamento d’epoca”».

Non è un semplice aggiornamento normativo. È una cesura epistemologica. E mette sotto accusa una certa idea di professore di teologia: colui che ripete in modo brillante formule e schemi del passato. Utile, forse necessario, ma insufficiente. Perché il rischio è che la teologia diventi archeologia, custodia di un deposito anziché esplorazione di nuove vie.

Professore e teologo: due posture, una sintesi possibile

Proviamo a distinguere. Il professore di teologia in senso stretto possiede competenze metodologiche, storiche, dogmatiche. Sa insegnare la teologia come scienza. Conosce le fonti, i dibattiti, le sintesi. È indispensabile per la formazione di presbiteri e laici. Ma, se si ferma a questo, rischia di essere un “tecnico del sacro”, non un teologo.

Il teologo in senso pieno è invece colui che, a partire da una fede vissuta come amore e partecipazione alla missione di Cristo, pensa la fede in modo originale e profetico. Non si limita a ripetere Tommaso o Rahner, ma con loro pensa le questioni del suo tempo. La sua autorità non deriva principalmente dai titoli accademici, ma dalla qualità della sua intelligenza della fede e dalla sua santità di vita.

È il caso di Hans Urs von Balthasar, che non fu mai professore ordinario, eppure è considerato uno dei più grandi teologi del Novecento. Non insegnava in università: formava comunità, pregava, scriveva, dialogava. Era teologo perché la sua vita era abitata dal mistero.

La figura auspicabile è naturalmente il professore di teologia che è anche teologo: colui che unisce il rigore accademico alla profezia della ricerca. È ciò che il motu proprio chiede alle facoltà teologiche: luoghi dove si forma non solo competenza, ma sapienza.

Ma quando si diventa davvero “teologo integrale”? Tre criteri emergono dal dibattito.

  1. La fede come amore, non come assenso a dottrine.Non basta accettare proposizioni oscure. Bisogna amare Cristo al punto che Egli diventa il contenuto della propria vita. Solo così si fa teologia; altrimenti si fa storia delle idee religiose.
  2. Abitare il mistero come fascino, non come oscurità.Se il mistero è un muro che blocca il pensiero, la teologia si chiude in una cittadella assediata. Se, invece, è profondità inesauribile che attrae, la teologia diventa audace, dialogante, creativa.
  3. La teologia come missione, non come professione.Un professore può essere pagato per insegnare. Un teologo – anche stipendiato – è tale solo se si sente inviato. La profezia non è un mestiere; è una vocazione.
L’ottava specializzazione: la comunicazione

Qui entra in gioco un altro gigante del pensiero: Bernard Lonergan. Nel suo Metodo in teologia ha elaborato otto specializzazioni funzionali: ricerca, interpretazione, storia, dialettica, fondazioni, dottrine, sistematica e, infine, comunicazione. La sua tesi è lapidaria: senza l’ottava specializzazione, i primi sette passaggi sono vani, perché non arrivano a maturazione (without this stage the first seven are in vain, for they fail to mature).

Tradotto: tutto il lavoro scientifico del teologo – l’esegesi, la ricostruzione storica, la formulazione delle dottrine, la sistematica – è incompiuto se non approda alla comunicazione. La comunicazione non è un’appendice pastorale, un “di più” per chi ha tempo. È il luogo di maturazione della teologia. Senza di essa, il teologo è come un albero che non dà frutto.

Oggi, poi, comunicare significa anche abitare i nuovi continenti digitali. Molti giovani hanno abbandonato gli spazi fisici della Chiesa per quelli online. La missione digitale non illustra soltanto la “comunicazione” lonerganiana: la realizza in forme inedite.

La carità intellettuale di Rosmini e la nascita del Pop-Teologo

Il motu proprio cita esplicitamente un’altra fonte: il beato Antonio Rosmini, che «considerava la teologia un’espressione sublime di “carità intellettuale”». La carità intellettuale è l’impegno etico di mettere la propria intelligenza al servizio dell’altro. È amare anche attraverso il pensiero. Il frutto del lavoro teologico non è proprietà privata da esibire in riviste specializzate, ma un dono da condividere.

Da qui il passo verso la cosiddetta Pop-Theology (teologia popolare) è breve. Nel suo Manifesto in 10 punti, il primo punto recita: «Pop-Theology è carità intellettuale, l’impegno etico di traslocare le scoperte della scienza teologica in parole sensate che giungano al cuore stesso del senso comune, dunque a tutti».

Notare il verbo: traslocare, non tradurre o divulgare. Traslocare evoca lo spostamento di qualcosa da un luogo all’altro. Le scoperte della teologia accademica rischiano di restare chiuse in circoli elitari. Il compito del teologo integrale è portarle nel linguaggio della gente, nella vita quotidiana, nel cuore del senso comune.

La Pop-Theology utilizza i linguaggi dell’arte, della letteratura, della musica, persino delle canzoni popolari, per trasmettere messaggi di senso. Non banalizza il Vangelo, ma lo rende accessibile all’intelligenza emotiva di tutti. Ecco allora la figura del Pop-Teologo: non un teologo minore, ma colui che ha capito che, senza comunicazione, tutto il resto è vano. È il teologo che abita il mistero come fascino e sa comunicarlo in parole che giungono al cuore.

Paradosso: il vero teologo integrale è colui che sa farsi popolare. Non nel senso di banale o alla moda, ma nel senso di appartenente al popolo, capace di parlare al popolo, di ascoltarlo, di pensare con lui. Come diceva Rosmini: la verità si rivela solo a una ragione sensibile all’amore, non alla fredda speculazione.

Conclusione: prima si è teologi, poi professori

Alla luce di Ad Theologiam promovendam, la risposta non è “o” ma “e” – con una gerarchia chiara: prima si è teologi, poi professori. Essere teologi oggi significa:

  • avere una fede che è amore, non assenso a dottrine;
  • attraversare tutte le specializzazioni, sapendo che maturano solo nella comunicazione;
  • praticare la carità intellettuale, traslocando le scoperte teologiche a tutti, diventando Pop-Teologi senza paura di sporcarsi le mani con il linguaggio della gente, dell’arte, dei social media.

Il professore che non è teologo può essere un ottimo funzionario della didattica, ma non promuove la teologia. Il teologo che non è professore (come Balthasar) può invece promuoverla in modo straordinario, perché possiede l’intelligenza della fede nata dall’amore e dalla comunicazione.

La domanda vera, allora, non è “teologi o professori?”. È: siamo disposti a convertirci – intellettualmente ed esistenzialmente – perché la nostra teologia diventi ciò che papa Francesco chiede: interpretazione profetica del presente, esplorazione di nuove vie, comunicazione viva del Vangelo? Perché senza comunicazione – come insegna Lonergan – i primi sette passi sono vani. E il popolo di Dio continua ad avere fame di pane vivo.

  • L’autore è presidente della Pontificia Accademia di Teologia.
Print Friendly, PDF & Email
Tags:

7 Commenti

  1. Giuseppe Guglielmi 23 aprile 2026
  2. Fabrizio Mastrofini 23 aprile 2026
    • 68ina felice 23 aprile 2026
      • Angela 23 aprile 2026
  3. Fabio Cittadini 23 aprile 2026
    • Angela 23 aprile 2026
  4. 68ina felice 23 aprile 2026

Lascia un commento

Questo sito fa uso di cookies tecnici ed analitici, non di profilazione. Clicca per leggere l'informativa completa.

Questo sito utilizza esclusivamente cookie tecnici ed analitici con mascheratura dell'indirizzo IP del navigatore. L'utilizzo dei cookie è funzionale al fine di permettere i funzionamenti e fonire migliore esperienza di navigazione all'utente, garantendone la privacy. Non sono predisposti sul presente sito cookies di profilazione, nè di prima, né di terza parte. In ottemperanza del Regolamento Europeo 679/2016, altrimenti General Data Protection Regulation (GDPR), nonché delle disposizioni previste dal d. lgs. 196/2003 novellato dal d.lgs 101/2018, altrimenti "Codice privacy", con specifico riferimento all'articolo 122 del medesimo, citando poi il provvedimento dell'authority di garanzia, altrimenti autorità "Garante per la protezione dei dati personali", la quale con il pronunciamento "Linee guida cookie e altri strumenti di tracciamento del 10 giugno 2021 [9677876]" , specifica ulteriormente le modalità, i diritti degli interessati, i doveri dei titolari del trattamento e le best practice in materia, cliccando su "Accetto", in modo del tutto libero e consapevole, si perviene a conoscenza del fatto che su questo sito web è fatto utilizzo di cookie tecnici, strettamente necessari al funzionamento tecnico del sito, e di i cookie analytics, con mascharatura dell'indirizzo IP. Vedasi il succitato provvedimento al 7.2. I cookies hanno, come previsto per legge, una durata di permanenza sui dispositivi dei navigatori di 6 mesi, terminati i quali verrà reiterata segnalazione di utilizzo e richiesta di accettazione. Non sono previsti cookie wall, accettazioni con scrolling o altre modalità considerabili non corrette e non trasparenti.

Ho preso visione ed accetto