Il genio di Beauchamp

di:

beauchamp

Forse il più geniale biblista del XX secolo, Paul Beauchamp (1924-2001), compose nel 1962, come personale contributo a un’opera di teologia in cinque volumi (Iniziazione alla pratica della teologia), un capitolo intitolato Teologia biblica.

Nel corso della sua vita egli realizzò il suo capolavoro in due tomi: L’uno e l’altro Testamento. Saggio di lettura (or. fr. Paris 1977; trad. it. Brescia 1985) e L’uno e l’altro Testamento. 2. Compiere la Scrittura (or. fr. Paris 1990; trad. it. Milano 2001).

A venticinque anni dalla morte di Beauchamp, Matteo Crimella – dottore della Veneranda Biblioteca Ambrosiana e professore ordinario di sacra Scrittura presso la Facoltà teologica dell’Italia settentrionale di Milano – ripubblica questo articolo, aggiornandolo nella traduzione (Teologia Biblica. Aperture, pp. 63-144) e corredandolo con una bibliografia (pp. 145-150), la bibliografia di Paul Beauchamp (pp. 151-152) e la bibliografia su Paul Beauchamp (pp. 153-156).

Il contributo prezioso di Crimella consiste, però, soprattutto nel suo Invito alla lettura (pp. 5-62) nel quale presenta le chiavi essenziali per leggere l’opera geniale e impegnativa di Beauchamp. Per fare questo, egli ripercorre il tragitto compiuto dal grande esegeta gesuita facendo notare come il suo saggio fosse a metà del cammino della sua produzione teologica ed esprimesse una genuina sensibilità cattolica.

L’autore presenta le linee teologiche generali dei due tomi de L’uno e l’altro Testamento (pp. 16-35.36-45), per concludere le sue note con la sottolineatura dell’unità e della complessità della teologia di Beauchamp e illustrando il saggio Teologia biblica.

Teologia Biblica. Aperture

Il saggio di Beauchamp (Teologia Biblica. Aperture, pp. 63-144) si apre con un Preambolo e con le Condizioni previe: lo statuto della teologia biblica e la teologia biblica in rapporto al suo ambiente. I Dati riportati sono le componenti della conoscenza biblica, un’enciclica e il concilio. La problematica riguarda il sensus plenior, l’ermeneutica, la nuova ermeneutica e la chiave di volta.

Le Aperture abbracciano il parlar franco, segno del compimento delle Scritture; La Legge e i profeti, le prime due classi di scritti; La Legge, racconto e comandamento: la figura; la sapienza, terza classe di scritti che riprende le prime due classi; L’unità è data con la fine: l’apocalisse e l’arresto del libro.

Il Nuovo Testamento riprende le suddivisioni dell’Antico Testamento. Nel racconto evangelico c’è la ripresa e la ricapitolazione delle figure universali. La Legge e la profezia si compiono nella croce. Anche le Lettere riprendono l’Antico Testamento e va notata la coincidenza di Gesù e dello Spirito nella Chiesa. Le apocalissi testimoniano l’orientamento verso l’incompiuto.

La deuterosi

L’intuizione geniale di Beauchamp è data dalla deuterosi. Dopo aver illustrato gli elementi tipici delle tre classi degli scritti dell’Antico Testamento, egli nota come la seconda riprende e rilegge più in profondità la prima, e la terza riprende le prime due universalizzando i dati e trasponendoli anche sul piano dell’esperienze universali umane. Il libro si ripiega su sé stesso.

Beauchamp sostiene con convinzione il metodo storico-critico, ma intuisce già l’importanza anche di altri metodi, come quello della analisi narrativa, la semiotica e l’importanza dell’ermeneutica. Il senso dello Scritto biblico tende in avanti, verso il télos. Importante è la lettura non puramente tipologica – quella compiuta soprattutto dai padri della Chiesa –, ma figurale.

Beauchamp propone un’esegesi in chiave ermeneutica. «La lettura teleologica – riassume Crimella, che citiamo a lungo per chiarezza espositiva e completezza di discorso – permette di reperire la corporalità della Scrittura, scoprendo una regola interna, quella della scrittura, interpretazione e riscrittura. In questo modo, fra promessa (o figura) e compimento vi è sempre uno scarto: il Deuteronomio, a conclusione della Tôrâ, non le permette di inglobare l’ingresso nella terra.

Il principio delle deuterosi, invece, consiste nella ritrascrizione delle opere antiche nella vita del popolo non tramite aggiunte, ma per mezzo della ripiegatura del discorso su sé stesso. La sapienza, in tal modo, si impadronisce della Legge, cui nulla viene aggiunto; essa, però, è interiorizzata e promulgata nella vita quotidiana., Anche i profeti sono inglobati dalla sapienza: la voce profetica perde il suo corpo individuale per cercarne uno nella nuova creazione attesa del popolo.

Ne consegue – prosegue Crimella – che la caratteristica della Bibbia nella sua struttura è proprio la rottura: il racconto si prolunga verso il passato e individua degli archetipi, verificati dalla profezia nell’oggi e dai sapienti nel sempre; all’incontro dei tre generi vi è il télos, espresso dal genere apocalittico. A partire da questa struttura del libro aperto sul nuovo, Beauchamp ripensa la tipologia» (pp. 39-40).

La figura

«La nozione fondamentale che viene introdotta – puntualizza Crimella – è quella di figura, inscindibilmente collegata con quella di racconto, di cui è una delle fasi» (p. 40).

Crimella cita direttamente Beauchamp: «Essa racchiude nei suoi confini un dramma ancora non risolto. È una scena, un quadro che concentra parecchie informazioni e, in rapporto alla scienza seguente, le isola. Non c’è figura senza risonanza. La figura non è una cosa, piuttosto è un messaggio iconico» (cf. nota 60 che cita Beauchamp, L’uno e l’altro testamento. 2. Compiere le Scritture, 225).

«L’esegeta gesuita – prosegue lo studioso italiano nella sua sintesi – individua tre caratteristiche della figura. Anzitutto l’autonomia: ogni figura ha chiari segni di riconoscimento (Beauchamp parla di “marchio”) attraverso indicazioni temporali, il nome proprio di un eroe, un riferimento topografico; con questa formalità la figura rivela la sua attrazione verso la storia; per quanto di per sé sia ripetitiva, si collega all’irreversibile. “L’autonomia della figura va fino alla sua eclissi” (ivi, corsivo di Crimella), quindi alla sua stessa sparizione. L’eclissi di tutte le figure è la croce di Cristo. Beauchamp afferma la necessità della sparizione, perché ve ne siano molte: tale molteplicità è caratterizzata dalla differenza e dalla ripetizione. Infine, la figura ha il segno della circolarità: non è ripetizione viziosa ma ritorna con il “di più” della sua insistenza» (pp. 40-41).

Crimella ricorda come Beauchamp utilizzi cinque criteri operativi per identificare una figura biblica.

«Anzitutto la sua centralità. Nell’Antico e nel Nuovo Testamento, punto di convergenza che polarizza. Poi la ripetitività: non è figura ciò che non si ripete […]. Il terzo criterio è la sua corporeità, in quanto le figure si presentano nel sensibile e sono dunque caratterizzate in modo unico, storicamente determinato. Il successivo è la deficienza, criterio usato e abusato in epoca patristica, ma oggi riconducibile all’idea di non-compimento. “Il quinto è l’apertura di ogni figura su una scelta di libertà fra verità e menzogna, affidamento e gelosia” (L’uno e l’altro Testamento, 2., cit., 234.)» (p. 41).

«A questi criteri – prosegue Crimella – vanno aggiunti i segni di compimento di una figura: la concentrazione dei temi, cioè la correlazione all’evento di Gesù Cristo; esso rende manifesto l’arresto della ripetizione, cioè l’“una volta per tutte”, che è pure eccesso; tale eccesso non è invisibile ma è dato in una corporeità. Questi segni identificano il compimento, il quale, però, ha una sua sostanza, che Beauchamp chiama col suo linguaggio mystrion, il quale “si accorda completamente al concetto di Sapienza (1Cor 2,7; Ef 3,10; Col 2,2-3; Rm 11,33; 16,27…). Con questa e con null’altro potevano incontrarsi gli ebrei e le nazioni” (L’uno e l’altro Testamento. 2., cit., 236)» (pp. 41-42).

Beauchamp invita a cogliere non il compimento di un libro (l’Antico Testamento) in un altro (il Nuovo), ma nell’evento Gesù. Merito di Beauchamp è quello di aver utilizzato a fondo i risultati del metodo storico-critico, unendovi la prospettiva semiotica e l’analisi narrativa.

«Al cuore del modello teorico dell’esegeta francese – continua Crimella – vi è dunque la nozione di figura (o týpos). Tuttavia, tale nozione non è intesa in senso patristico, bensì per mezzo della distinzione fra lettera e senso letterale dove quest’ultimo ha un carattere polisemico, a motivo delle molteplici reinterpretazioni sapienziali, cioè della deuterosi. Così – conclude Crimella – l’Antico Testamento ha una struttura teleologica, dove l’origine transita vero la fine, la quale, a sua volta, tutto attira a sé, trovando la sua giustificazione proprio nell’origine. In questo senso, solo la croce di Cristo compie le figure e dà accesso alla novità in atto per mezzo dello Spirito, Il Cristo permette di mantenere il paradosso della fedeltà e della novità, della continuità e della rottura» (p. 42).

Le apocalissi e l’Apocalisse esprimono il compimento in Cristo di tutta la rivelazione biblica, ma con la novità della deuterosi, che fa leggere in modo nuovo i tre blocchi letterari dell’AT, ripresi a loro volta anche nel NT.

Tutti hanno notato la profondità e la difficoltà presentate dalla teologia biblica di Beauchamp, ma il ricchissimo Invito alla lettura di Matteo Crimella si rivela un contributo molto prezioso per orientarsi, comprendere meglio e gustare la teologia dello studioso francese, non sempre ben conosciuto e “sfruttato” nell’esegesi e nell’ermeneutica attuale. A detta di Crimella, la quasi totalità della produzione anglofona (in particolare americana) e la gran parte della produzione scientifica tedesca ignora il contributo di Beauchamp (cf. p. 7 nota 2).

Il volume, pubblicato nella ricorrenza dei 25 anni dalla morte di Paul Beauchamp, rende onore al grande studioso gesuita francese e stimolerà vari lettori ad apprezzare la profondità della sua opera.

  • BEAUCHAMP PAUL, Teologia biblica. Aperture. Invito alla lettura, revisione e aggiornamento della traduzione a cura di MATTEO CRIMELLA (Giornale di teologia 479), Queriniana, Brescia 2026 (or. fr. 1982; Prima ed. it. Brescia 1986), pp. 160, € 15,00, ISBN 9788839934796
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