
A dieci anni dalla pubblicazione dell’Esortazione apostolica sull’amore nella famiglia Amoris laetitia, il professor Antonio Autiero ci guida in una rilettura del cammino che, da allora, la Chiesa ha compiuto sino ad oggi, riconsegnando ad essa – partendo dalle realtà che il mondo ci presenta in termini di affettività, rapporti familiari e identità – alcune sfide per l’orizzonte ancora da attraversare (pubblicato sul sito Promundivita.it, 17 aprile 2026).
Il senso degli anniversari attraversa in genere molti piani. Si intreccia con il ricordo e la memoria, rendendo presente il significato di un testo, di un evento, di una persona nel contesto nel quale esso era venuto alla luce. Ma interroga anche circa il presente, per riproporre la domanda su cosa esso possa ancora significare per noi.
Non ultimo un anniversario proietta verso il futuro, per capire, in chiave prospettica, la tenuta di un insegnamento, di un monito, di una urgenza.
Tutto questo richiede capacità critica e apertura di compasso, per mettersi davanti alla storia come chi non chiude gli occhi di fronte alle domande che toccano la vita e la nostra capacità di comprenderla. Per Amoris laetitia (in seguito AL) questo groviglio di piani è del tutto evidente. Celebrarne il decimo anniversario vuol dire non sottrarsi alla sfida di questo intreccio.
La storia e la vita interpellano tutti
Il 19 marzo di dieci anni fa, il documento di papa Francesco consegnava ai fedeli cattolici una visione sul matrimonio e la famiglia, elaborata in un lungo processo di riflessione, di discussione e di discernimento. Il luogo nel quale tutto questo era avvenuto rimandava alle due sessioni del sinodo sulla famiglia, svoltosi negli anni 2014 e 2015, con la partecipazione di membri eletti e rappresentativi, ma includeva anche un vasto coinvolgimento del popolo cristiano, per la prima volta chiamato a esprimersi in forma consultativa sulle condizioni di vita della famiglia e sulle esperienze reali di vita coniugale.
Forse proprio in questo contesto sinodale articolato emergeva a chiare lettere la natura partecipativa dell’intero popolo di Dio, in una forma di soggetto responsabile, coinvolto sia nel momento dell’analisi delle condizioni di vivibilità della vita familiare, sia in ordine a prospettive di cambiamento che si rendeva necessario.
La sfida del vissuto e lo sguardo su di esso venivano accolti come momento genetico di elaborazione di un assetto che tocca dottrina e prassi di vita, insegnamento e atteggiamento pastorale. La sensibilità richiesta per dare senso e corpo a questo processo sinodale si sostanziava di una particolare sensibilità, nel monito raccolto in AL, quando dice: «Sono da evitare giudizi che non tengono conto della complessità delle diverse situazioni, ed è necessario essere attenti al modo in cui le persone vivono e soffrono a motivo della loro condizione» (n. 79).
I dieci anni che ci separano dalla pubblicazione dell’Esortazione apostolica di papa Francesco devono aver portato a maggiore consapevolezza questa caratteristica partecipativa dell’intero popolo di Dio. È proprio esso, nella sua interezza e sulla base della grazia battesimale, ad essere rivestito del dono e del compito di cogliere i segni dei tempi, a leggerli nell’orizzonte della visione di fede e in riferimento alla vita vissuta, a capire le sfide del presente e ad aprire verso la crescita in autenticità e verità l’esperienza delle relazioni coniugali e della vita familiare.
Con AL si inaugura uno stile di rapporto tra dottrina e prassi pastorale che compensa una certa visione tradizionale di tipo statico e deduttivo della prassi dalla dottrina, come se quest’ultima non sia di volta in volta contaminata dalla consapevolezza e dalle urgenze emergenti dal vissuto. Questo carattere dinamico della comprensione della dottrina impegna l’intero popolo di Dio ad acquisire competenza nel riconoscere l’evolversi delle situazioni e ad affinare ottiche di discernimento in ascolto sincero di quella «verità della vita» che proprio il dono dell’Incarnazione rende accessibile e trasforma in istanza interrogante e in energia trasformatrice.
Guardare ai dieci anni fin qui trascorsi
Nel suo messaggio in occasione del decennale di AL, papa Leone XIV ne riconosce «l’impulso dato allo studio e alla conversione pastorale della Chiesa» e incoraggia a «proseguire il cammino, accogliendo sempre nuovamente il Vangelo, nella gioia di poterlo annunciare a tutti». Queste parole ci mettono difronte a un duplice compito.
Si tratta anzitutto di capire, analizzare e valutare il cammino fin qui fatto a seguito e in forza dell’Esortazione apostolica del 2016, sia a livello di cultura teologica che di consapevolezza pastorale, misurata anche sulle sue conseguenze di innovazione istituzionale all’interno delle comunità cristiane, degli organismi diocesani e delle strutture ecclesiali centrali.
Su questo non mancano analisi quantitative e qualitative che portano a comprendere il fattore innovativo di AL. Ma tali analisi rivelano anche battute di arresto e tentativi di ridurre AL a un semplice e generico invito a una maggiore sensibilità e accoglienza pastorali, nei confronti di persone toccate dalla fragilità delle situazioni familiari non riuscite. Senza cogliere la carica profetica di AL, senza percepire quel punto di non ritorno rispetto alla visione incarnata di matrimonio e famiglia, senza valorizzare il registro della responsabilità e l’approccio della coscienza dei singoli e della coppia, si rischia di tenere AL in un alone di epidermica importanza per la vita delle persone e per l’esperienza di Chiesa che invece essa intende lievitare e portare a maturazione.
Se il decennale ci aiuta a guardare responsabilmente a questi bilanci di segno positivo, negativo o neutro, esso ha già sortito un effetto costruttivo e incoraggiante.
Cosa ci chiede il futuro?
Lo sguardo retrospettivo ci consente livelli di lettura profonda di AL, dischiudendoci i suoi punti di forza e facendocene apprezzare il valore. Ma esso alimenta anche la nostra coscienza critica, mettendoci di fronte a fattori e sfide che forse maggiormente vanno evidenziati. Qui vogliamo riferirci, quasi in maniera esemplare ed emblematica, a due ambiti che toccano le storie di vita delle persone e delle loro relazioni coniugali. Essi muovono, non ultimo, da esperienze concrete con cui, soprattutto negli ultimi tempi, vediamo confrontati.
Su un primo versante, impressiona il fatto che la cultura della maschilità si colori sempre di più di quella coltre di tossicità e di degrado che, non di rado, sfociano in violenza, distruttività, morte. Con indubbio coraggio AL rileva che «Non sono ancora del tutto sradicati costumi inaccettabili. Anzitutto la vergognosa violenza che, a volte, si usa nei confronti delle donne, i maltrattamenti familiari e varie forme di schiavitù che non costituiscono una dimostrazione di forza mascolina bensì un codardo degrado…», riconoscendo che «la storia ricalca le orme degli eccessi delle culture patriarcali» e denunciando che «c’è chi ritiene che molti problemi attuali si sono verificati a partire dall’emancipazione della donna. Ma questo argomento non è valido, è una falsità, non è vero. È una forma di maschilismo» (n. 54).
La chiarezza di queste espressioni rende non solo possibile e legittimo, ma anche necessario e urgente, porre la questione della maschilità, interrogandosi sulle immagini e sui modelli che maggiormente attraversano e condizionano la nostra odierna cultura di vita. Dal canto suo, AL, e poi ancor più esplicitamente il successivo magistero di papa Francesco, avevano indicato nella figura di san Giuseppe un esempio di maschilità non violenta, non ingombrante, ma accudente e accompagnante. La data di promulgazione di AL al 19 marzo e poi la lettera apostolica Patris corde dell’8 dicembre 2020 sono segnali precisi, proprio in questa direzione.
Occorre tuttavia andare avanti su questa strada, nell’approfondimento teorico-culturale, nell’elaborazione di assetti giuridico-legislativi, nella stabilizzazione di approcci socio-istituzionali e di prassi pastorali ed ecclesiali.
Il superamento della cultura patriarcale e delle forme tossiche di maschilità distruttiva passa attraverso una consapevole valorizzazione degli approcci di genere, in chiara controtendenza rispetto ad atteggiamenti di disprezzo e di denigrazione di quello che troppo frettolosamente e con irresponsabile banalizzazione viene definita «ideologia di genere». Il riferimento che ad essa fa AL al n. 56 soffre di questa stessa ottica restrittiva e refrattaria e domanda un’elaborazione più matura e meglio calibrata. Ripensare la maschilità non serve solo a liberare i maschi dalle maglie oppressive della prepotenza, ma immette nelle dinamiche coniugali e familiari risorse generative di riuscita.
Un secondo ambito tocca il registro centrale di AL, espresso nella triade con cui si intitola il cap. VIII: Accompagnare, discernere, integrare le fragilità.
Il motivo dell’accompagnamento (il termine ricorre in AL per 21 volte!) è entrato con AL in modo ancor più incisivo nel vocabolario dell’azione ecclesiale e della prassi pastorale. Esso non si confonde con modalità burocratiche di nuova fattura, ma scava nel profondo delle relazioni tra le persone, ne accoglie la fragilità e consente l’elaborazione di strategie per non soccombere sotto il peso delle ferite e delle sconfitte.
AL inaugura uno stile di coinvolgimento pastorale ad alta densità antropologica e fornisce indicazioni appropriate per non cadere in meccanismi dirigistici di stampo paternalistico. Per questo essa riconosce anche l’inevitabilità, in condizioni particolari di esperienze concrete, di porre termine a compagini coniugali e dinamiche familiari irrecuperabili.
I paragrafi dedicati ad Accompagnare dopo le rotture e i divorzi (AL nn. 241-246) sono di un raro senso di realismo esistenziale e morale. Proprio su questa scia, le vie devono essere maggiormente esplorate e battute. È già del tutto importante l’impegno a migliorare le modalità dei processi canonici di nullità matrimoniale, come indicato da AL al n. 244 e come, da diverse strutture di tribunali ecclesiastici, si tende lodevolmente a praticare.
Occorre tuttavia implementare l’attitudine ad esprimere empatia e vicinanza, sensibilità pastorale e accompagnamento esistenziale proprio mentre i coniugi prendono consapevolezza ed entrano nei percorsi di elaborazione delle loro crisi.
Riuscire a superare una crisi nel senso di ritorno a livelli di vivibilità della compagine familiare è senza dubbio una prospettiva da augurarsi, ma anche la capacità di terminare una relazione coniugale senza che sia messo radicalmente a rischio l’equilibrio personale è un valore da perseguire.
Poter accompagnare le persone sulla via d’uscita da un matrimonio fallito significa indicare spazi ancora esistenti di autostima e possibilità di ricostruzione di esistenza, prima ancora e al di là di intraprendere nuove relazioni affettive.
Il focus molto mirato, da una parte, sulla tematica della nullità matrimoniale e, dall’altra, sulla circostanziata possibilità di accesso ai sacramenti per divorziati risposati, ha portato a restringere l’orizzonte delle problematiche legate alle relazioni coniugali non riuscite, trascurando probabilmente l’urgenza di riconoscimento e di ricostruzione delle valenze personali dei singoli coniugi.
In realtà, però, anche su questo versante una comunità che realmente e sinceramente vuole accompagnare deve saper esprimere sensibilità pastorale e competenza antropologica, rispondendo così al compito che AL le assegna e sapendo che, così facendo, essa contribuisce, come ci ricordava papa Leone, a «proseguire il cammino, accogliendo sempre nuovamente il Vangelo, nella gioia di poterlo annunciare a tutti».






Nelle parrocchie e nelle comunità pastorali, il parroco e i suoi collaboratori, avendo a cuore le vita delle anime, potrebbero prendersi cura dei fidanzati, degli sposi, dei genitori e figli.. accompagnandoli con questo decalogo sull’Amore coniugale e familiare.. approfondendo ognuno dei 10 punti, attraverso corsi annuali, per alcuni anni, con richiami di consolidamento dopo qualche tempo, con verifiche, testimonianze, al servizio del singolo e della collettività.
Ecco.. soltanto così può essere utile un’analisi a distanza di tempo.
Non facciamo dei preti dei supereroi. Potrebbero morire di superbia, ancor prima che di sfinimento
Mi scusi.. ho parlato di collaboratori laici.. ci sono anche i diaconi permanenti.. di tante figure che aiutano tanto nella Chiesa.. molte volte il parroco deve soltanto supervisionare.. ma sul piano operativo deve proporre e scegliere la persona cui affidare il compito.. oggigiorno devono essere dei manager superorganizzati.. soprattutto quelli responsabili di parrocchie accorpate.. ma ce la si fa.. le garantisco che la si fa.
Secondo lei in una parrocchia normale quante coppie di fidanzati ci sono per organizzare un corso? Sono cose che si facevano 30 anni fa quando ancora c’era un gruppo sufficiente di laici e di sposi o fidanzati.
Amoris laetitia dice le cose che la gente vuole sentirsi dire, vuole accontentare tutti. Succede che tutti vogliono andare a confessarsi dai sacerdoti “progressisti”, che tutti gli irregolari vogliono fare la comunione … Questo gioco al ribasso rischia di dare risultati sorprendenti. Rischia di riempire di nuovo le chiese. E di riempirle di peccatori!
Diffido delle chiese frequentate solo da santi, pii, paolotti, bigotti… “Guai a voi, scribi e farisei ipocriti”, diceva spesso Qualcuno un po’ più autorevole di tutti noi
Fariseo però non significa peccatore ma il contrario: utilizzare la legge per continuare a peccare. Come chi intesta la seconda casa al mare alla nonna novantenne, dal punto di vista della legge è a posto dal punto di vista etico non paga le tasse che dovrebbe utilizzando una scappatoia nella legge stessa. Cosa che può tranquillamente succedere anche con AL, il Papa mi mette il timbro e io non più bisogno di sentirmi in colpa. Papa Francesco aveva sempre denunciato il rischio di casuismo (ognuno si fa la sua piccola legge con cui giustificarsi) ma mi pare di fatto impossibile trovare una unica soluzione. Chi vuole giustificarsi lo farà comunque..
Le rispondo..
La cosa che fa soffrire più di ogni altra cosa il Signore Gesù è la chiusura delle porte del Regno di fronte agli uomini.. questo suscita il suo rimprovero “Ipocriti’
Non vi entravano e non lasciavano entrare gli altri.. allontanavano i figli dal Padre Celeste e dal Figlio Unigenito.. li appesantivano di pesanti fardelli.. di norme e precetti sterili.. dicono e non fanno.
“A voi sarà tolto il Regno di Dio e sarà dato a un altro popolo che consegnerà i frutti a suo tempo ” così dice il Signore agli scribi e ai farisei.
Chi sarà misericordioso troverà Misericordia.
mettiamola così, mio figlio si è appena laureato in automazione e molti suoi compagni di università si trovano di fronte al dilemma di andare a lavorare da Leonardo o a progettare droni per la guerra. Intelligenza artificiale uguale. La legge te lo consente? Si , Se ci vai qualcuno può criticarti? In termini puramente formali no, è un tuo diritto. Il discorso del “sepolcro imbiancato” riguarda la tua interiorità perchè uno può essere perfetto all’esterno ma immorale dentro. Non a caso nello scontro con i dottori della legge sul divorzio Gesù ribadisce che il divorzio è stato dato per “la durezza del cuore”. Non dice che è misericordioso chi divorzia ma chi si prende carico della propria moglie anche se la legge gli permette di divorziare. Poi dimmi che ogni legge e ogni discussione può essere svuotata e ridotta ad un formalismo esteriore. La coscienza è uno spazio dove solo Dio può entrare, non spetta agli uomini giudicare l’interiorità.
Preciso, fariseo non è una persona moralmente irreprensibile ma esattamente il contrario. Qualcuno che svuota una norma del suo contenuto etico riducendola ad un mero formalismo. Ad esempio l’occidentale che si sente moderno perchè ha 3 divorzi e non è poligamo come un africano. Oppure torniamo sempre lì le amate tasse, con avvocati e commercialisti che trovano duemila scappatoie per non pagarle. Francesco era molto consapevole di questo rischio (non a caso i gesuiti furono ferocemente attaccati da Pascal per il loro lassismo etico), per avere misericordia serve consapevolezza del proprio peccato. Fariseo è chi si sente a posto con la coscienza, indipendentemente dal tipo di peccato, ne puoi trovare ovunque è l’atteggiamento autoindulgente che lo contraddistingue. Detto ciò è una questione che riguarda il foto interno, ed è abbastanza impossibile trovare una soluzione che valga per tutti, mi sembra solo errato continuare ad insistere con il binomio fariseo rigido. Il fariseo non è una persona moralmente lassista è una persona che copre il suo lassismo morale con una patina di rispettabilità formale, cosa che è ben diversa.
I peccatori che vanno a confessarsi ricevono la Grazia della riconciliazione con Dio.. forse non tutti sanno che il Signore Gesù nella Sua missione terrena perdonava a prescindere dal pentimento..
Come opera la Misericordia? solleva il peccatore.. “Va e non peccare più”.
papa Francesco benedice.. assolve i peccatori perché possano convertirsi.. anche gli omosessuali.. i divorziati.. le donne che hanno abortito.. fa come Gesù.. “Neanche io ti condanno . va e non peccare più”.
“Venite voi tutti che siete affaticati e oppressi.. vi darò ristoro” è il cuore di Gesù che parla.. sia benedetto ogni sacerdote che perdona in nome del Suo cuore.
Visto il drastico calo dei matrimoni il problema si risolverà da solo comunque, il che non sarebbe nemmeno un male..
Nel calderone delle benedizioni omosex, delle interviste a Scalfari, degli omaggi a Pannella e Bonino, della esaltazione di Pachamama, del “non fate i figli come i conigli”, del pagamento delle utenze morose ai centri sociali, degli encomi a Casarini con soldi delle diocesi per utilizzi forse personali, delle umiliazioni a cardinali sgraditi, della quasi totale abrogazione della Messa in rito antico… Amoris Laetitia puo’ anche brillare. Solo che non ho visto chissà quante persone andare o tornare in chiesa in questi ultimi dieci anni, anzi sono piu’ quelle fuggite! Documento da dimenticare, assieme a molto altro.
Si ma Amoris Laetititia si sta dimostrando un documento con valore programmatico come per la Costituzione Italiania asserirono pragmaticamente alcuni giuristi del tempo. Almeno per la cronaca che si legge in grande frequenza. Anche io ne scrissi, proprio per il titolo, di più come un richiamo di Francesco alle celebrazioni per il bimillenario di Ovidio che ricadeva nello stesso anno. A meno che la stampa italiana non sia corrotta al complice interno di un sistema giudiziario corrotto ed esageri ed enfatizzi al parossismo i reati di maltrattamenti tra i coniugi aggiungendo gravanti di diffamazioni all’istituto cristiano della famiglia, per poter perciò sceneggiare un enorme numero statistico di facili processi pagati dal ministero, con buon guadagno di tutti gli addetti al denaro pubblico
“Non è difficile immaginare cosa accadrà nei confessionali. AL fornisce un ottimo argomento ai sacerdoti «conservatori» per negare i sacramenti, affermando che ogni situazione irregolare è peccato oggettivo; e fornisce un ottimo argomento ai «progressisti» per assolvere indiscriminatamente, poiché potranno sempre invocare «circostanze attenuanti». E i fedeli si riverseranno verso le diocesi e i confessori più “benevoli”, denigrando gli uni ed esaltando gli altri. Se non si scongiurerà questo pericolo di frammentazione pastorale (e non si vede come farlo), l’indissolubilità significherà una cosa sul piano della dottrina e delle norme, e un’altra ben diversa nella pratica. Si verificherà una separazione tra la dottrina e le “applicazioni pastorali”, tra la verità e la misericordia, che snatura sia l’una che l’ altra. Paradossalmente, proprio ciò che Amoris laetitia si proponeva di evitare”. Questo lo scrisse 10 anni fa Gustavo Irrazabal. Poteva accadere diversamente, una volta che si era scelto di subordinare la realtà (altro che ideale!) del sacramento del matrimonio alle argomentazioni della morale generale, neppure di quella fondamentale?
Papa Francesco guarda in Alto.. vuole sanare le Ferite del cuore.. i dieci punti non sono cose astratte.. nel momento in cui vanno vissuti smettono di essere teoria. Si respira Rispetto, Libertà, Verità, Amore.. in una sola parola la Somiglianza Divina. Nella Sua Infinita Bontà, il Signore porrà fine alla tribolazione.. libererà il giardino.. benedirà l’uomo e la donna. L’inimicizia tra il serpente e la donna lascerà il posto all’Amicizia.. e il Regno dei Cieli verrà come in Cielo così in Terra.
“via d’uscita da un matrimonio FALLITO”
Un sacramento può fallire? Se un battezzato non frequenta la comunità, non fa vita cristiana e non va a Messa allora il BATTESIMO è FALLITO? SE RITORNA ALLA CHIESA SI DEVE BATTEZZARE? Un sacramento mi hanno insegnato è inefficace per la volontà di chi lo ha ricevuto. Come tenere le pillole nel cassetto e non usarle! La grazia di Dio non si estingue perché la persona non aderisce al Suo piano e alla Sua legge. Qualunque legge è vera e giusta se tutela i più deboli… e nel Matrimonio i più deboli sono i figli che nelle situazioni di divisioni coniugali sono a rischi anche estremi di violenza (cronaca insegna) e di autolesionismi. Diocesi di Palermo, Maria Pia Campanella.
1. Rispetta la persona dell’altro come mistero.
2. Sforzati di capire le ragioni dell’altro.
3. Prendi sempre l’iniziativa di donare e perdonare.
4. Siate sempre trasparenti fra di voi.
5. Ascolta l’altro senza trovare alibi per chiuderti o per evadere.
6. Rispettate i figli come persone libere.
7. Date ai figli ragioni di vita e di speranza.
8. Lasciatevi mettere in discussione dalle loro attese.
9. Chiedete ogni giorno a Dio un amore più grande e fatelo insieme, specialmente nell’eucarestia domenicale e festiva
10. Sforzatevi di essere per l’altro e per i figli testimoni dell’amore divino nella comunione della Chiesa.
papa Francesco è meraviglioso in questo suo decalogo dell’Amore coniugale e familiare, nel rispetto del Comandamento nuovo di Cristo Gesù.
Amoris Laetitia, come altri documenti di Francesco, dicono le cose che la gente vuole sentirsi dire, vuole accontentare tutti, dimenticando di annunciare quale è il progetto di Dio sulla persona, sulla coppia, sulla famiglia, senza considerarlo un “ideale”, come lo ha chiamato Francesco da qualche parte. Non è un ideale bensì una reale possibilità, una capacità che Dio concede gratuitamente a chi desidera porsi sotto la Sua Grazia. Si è scelta così la via più facile, si è giocato al ribasso. L’uomo invece ha bisogno di guardare in alto per potersi elevare ed incarnare l’immagine di Dio che è in lui.
E mai che ci si chieda il motivo di tale sfacelo, di tali disgregazioni e fallimenti e mai che si cerchi di dare una risposta per provare a rafforzare le identità e i propositi di ciascuno. MAI!
《…..Poter accompagnare le persone sulla via d’uscita da un matrimonio fallito…》Fallito perché? Via d’uscita da cosa? 《…relazioni coniugali non riuscite….》perché? Come evitare che la relazione fallisca? Non sarebbe stato utile e bello che un Papa potesse aiutare le persone a conoscere il “progetto di Dio” sulla coppia? Perché non parlare di peccato, di concupiscenza, di narcisismo, di egoismo, di mancanza di responsabilità? Di tutto ciò che può contribuire al fallimento? Si è persa una grande occasione. E così ci ritroviamo sempre allo stesso punto. Nessuno (se non lo fa il Papa!) che ci parli di Dio e della creazione. Dell’uomo e della donna. Che differenza con i nobili documenti di Giovanni Paolo! Che nostalgia…..
No, Amoris Laetitia non è un documento da celebrare, semmai da rifare.