
Messaggio del cardinale Roberto Repole, arcivescovo di Torino e Susa, in occasione della Festa del Lavoro nella memoria liturgica di san Giuseppe artigiano (Torino-Susa, 1° maggio 2026).
Carissimi,
il nostro cuore in questo tempo di guerra è turbato e deve vigilare per non abituarsi, deve restare inquieto.
Anche la Festa del Lavoro, che i cristiani vivono guardando all’esempio mite di san Giuseppe artigiano, contiene quest’anno motivi di inquietudine: desidero condividervi il mio turbamento al pensiero che le guerre seminano morte nel mondo eppure qui a Torino, a Susa e in Piemonte rappresentano un vantaggio economico per le aziende che producono forniture militari e si offrono come motore di rilancio dell’occupazione.
Ci va bene così? Accettiamo qualsiasi tipo di lavoro, purché sia lavoro? Lo domando a me prima che ad altri, perché siamo corresponsabili, le nostre azioni e i nostri stili di vita sono intrecciati: la città siamo noi, tutti insieme.
Sappiamo che decenni di crisi industriale hanno lasciato sacche di disoccupazione da risolvere. Nessuno può pretendere che i disoccupati rifiutino le occasioni di lavoro, perché sono l’anello più fragile della catena. Però dobbiamo fermarci e riflettere, se sia umano darci tanto da fare per attrarre e sviluppare fabbriche di armi.
So che si preferisce parlare di industria della Difesa, ma è inutile girarci attorno: il mercato degli ordigni di morte sta fiorendo e sta distribuendo ricchi profitti agli azionisti solo perché le armi vengono usate in altre parti del mondo per uccidere e devastare.
Credo che non possiamo cercare la vita con una mano e toglierla con l’altra, non possiamo disgiungere pace e lavoro. Vogliamo affidare alla guerra le speranze del nostro territorio?
Carissimi, faccio mie le parole di Leone XIV al corpo diplomatico: non basta parlare di pace, «occorre la volontà di smettere di produrre strumenti di distruzione e di morte».
La guerra ha radici nell’odio e nelle ingiustizie del mondo, ma è anche un grande business economico e sta spingendo sulla produzione delle armi, probabilmente oltre il bisogno di difesa da parte di un Paese come l’Italia.
Allora fermiamoci, cari amici, e ragioniamo tutti insieme – istituzioni e cittadini, imprenditori, sindacalisti, famiglie. Domandiamoci quali persone vogliamo essere, come vogliamo spendere le nostre esistenze e la nostra comunità: eravamo la città delle auto, vogliamo diventare la città delle armi?
La Chiesa locale, con la sua Pastorale del lavoro, è pronta a offrirsi come luogo di incontro, confronto e approfondimento.
Roberto card. Repole,
arcivescovo di Torino e vescovo di Susa






Bene ha fatto Roberto Repole a porre espressamente alla città e alla comunità cristiana un problema molto serio e concreto, che andrebbe affrontato e discusso nelle sue molteplici sfaccettature in modo ampio e con la partecipazione, per quanto possibile, di tutti. Ma al commento di Giuseppe Risi risponderei che – precisamente in questi tempi di guerre e di un riarmo che molti danno per scontato come una inevitabile necessità – dovremmo sperare che altre forme di difesa e di economia in grado di garantire lavoro siano possibili e che perciò (oltre che sull’economia e sul lavoro) si possa e si debba aprire nuovamente – già tentò a suo tempo Alex Langer – un confronto e un dibattito pubblico, ampio e argomentato, sulla possibilità e necessità di una difesa civile non armata e nonviolenta, per la quale è in corso la raccolta di firme per la presentazione di una proposta di legge:
https://www.movimentononviolento.it/campagne/campagna-difesa-civile-non-armata-e-nonviolenta/unaltra-difesa-e-possibile-firma
Si tratterebbe di una straordinaria conversione etica e sociale, politica e religiosa, economica e civile, certamente in direzione ostinata e contraria (come avrebbe cantato Fabrizio De André), ma del resto il messaggio evangelico ci invita precisamente a conversioni autentiche e a persuasioni profonde
Armi: no.
Beni di qualità/lusso: no (demoniaci)
Auto di lusso o sportive: no (beni superflui)
Banche, assicurazioni, borsa e ogni genere di servizi finanziari: no (denaro sterco del diavolo)
Servizi per il divertimento: no (portano alla perdizione)
Turismo 4/5 stelle: no (schiaffo ai poveri)
Estrazione e lavorazione di combustibili fossili: no (siamo ambientalisti).
Nuove costruzioni: no (siamo contrari al consumo di suolo).
Però vogliamo che tutti abbiano un lavoro, con buoni salari, lavorando il meno possibile, con ricco welfare
(sanità e scuole gratis) e pensioni assicurate.
Chi paga?
Ma rimanendo alle armi: a nessuno piace costruire armi. Ma dal punto di vista morale occorre chiedersi se le armi sono necessarie. Se lo sono, per la difesa, e non le costruiamo, le dobbiamo comprare da altri, che non è comunque una bella cosa. Se non le costruiamo e non le compriamo (e non possiamo pretendere che altri ci difendano gratis) vuol dire che scegliamo il disarmo unilaterale. Se è questa l’unica strada moralmente lecita secondo la chiesa almeno diciamolo chiaramente.
Dirlo chiaramente sarebbe prendere una posizione : Don Abbondio cerca di barcamenarsi , no alle armi ,pero’ quando il.papa fa i suoi viaggi e: circondato da guardie del corpo armate ,no alle armi peròLe Guardie lo sono ,no alle armi però: se l’ Arcivescovo Repe fosse minacciato di morte , chiedere be la scorta dei carabinieri armati . L’ Ipocrisia sulle armi e’ il vergice dell’ ipocrisia clericale . Chi difende le vittime dei mafiosi o dei criminali sono uomini armati . E i primi a voler Essere difesi da tali uomini armati ,se fossero in pericolo ,sarebbero proprio preti ,vescovi e cardinali fra i quali non si vede un’ abbo ndanza di gente che si fa martirizzate senza difendersi .
Una provocazione quella dell’esimio cardinale che sollecita risposte non facili, perché la situazione è complessa. La crisi industriale in Torino e dintorni ha lasciato spazio alla desertificazione, la nuova fase non sarebbe la soluzione a tutti i mali, ma aprirebbe uno spiraglio e una speranza per tante famiglie. Quello della città delle armi è indubbiamente un problema, ma messi di fronte alla mancanza di pane, passa in secondo e terzo ordine. La responsabilità non ricade sull’operaio che necessita di occupazione e di stipendio, ma su chi le armi le usa per offendere e non per legittima difesa.