
Si intitola “Il Regno di Dio, profezia di pace. Convocati/e dalla speranza in un tempo di guerra”, il nuovo documento elaborato del Gruppo Teologico del SAE (Segretariato Attività Ecumeniche – APS). È il frutto di un lungo e articolato percorso di ricerca ecumenica avviato a partire dall’invasione russa dell’Ucraina e dai drammatici eventi in Israele/Palestina. Del testo proponiamo alla vostra lettura e riflessione la versione più ridotta.
Costituito nel 1973, il Gruppo Teologica del SAE opera con continuità proponendo studi e riflessioni interconfessionali su temi chiave del dialogo ecumenico. A firmare questo nuovo documento sono Ambroise Atakpa (cattolico), Fabrizio Bosin (cattolico), Daniele Fortuna (cattolico), Donata Horak (cattolica), Vladimir Laiba (ortodosso), Simone Morandini (cattolico), Luca Negro (battista), Lorenzo Raniero (cattolico), Maria Paola Rimoldi (pentecostale), Davide Romano (avventista), Piero Stefani (cattolico), Letizia Tomassone (valdese), Emanuela Valeriani (valdese), Vladimir Zelinsky (ortodosso). Dal 2024 il gruppo è coordinato da: Maria Paola Rimoldi (pentecostale), Vladimir Laiba (ortodosso) e Simone Morandini (cattolico).
In un tempo difficile, in cui la pace è brutalmente negata da una violenza sempre più centrale nello spazio pubblico, il Gruppo Teologico del Segretariato Attività Ecumeniche desidera offrire questo contributo di riflessione.
Il cammino che ha portato ad esso ha preso le mosse dall’invasione russa dell’Ucraina e dalle violenze in Israele/Palestina, dentro un quadro di guerra sempre più pervasiva (Iran, Libano, Venezuela, Sudan, Myanmar…) che scardina ogni ordine giuridico, sia nei rapporti tra stati che al loro interno.
Teologhe e teologi, cattolici, ortodossi e protestanti di diverse denominazioni, ci siamo sentiti chiamate e chiamati a dialogare per individuare le parole con cui meglio esprimere un annuncio di pace condiviso, a partire dall’Evangelo di Gesù Cristo annunciato e tramandato nelle diverse comunità.
Il confronto, intenso e vivace, ha portato posizioni ed esperienze differenti a convergere in un testo comune. Esso esprime quindi un consenso differenziato – espressione cara al linguaggio dell’ecumenismo – in cui le parole condivise si intrecciano con differenze che non le indeboliscono, ma ne offrono declinazioni ricche, attente alle diverse esperienze confessionali ma anche a quelle delle Chiese del Sud del mondo e delle teologie femministe.
Indirizziamo questo testo, in primo luogo, alle nostre Chiese di appartenenza, perché contribuisca all’approfondimento di un pensiero di pace, sperando che trovi risonanza anche presso altri soggetti, nello spirito di una teologia pubblica ecumenica.
Parole per la pace
1 – Noi crediamo che il nome di Dio è pace, che egli rigetta la guerra e ogni forma di violenza e chiama la famiglia umana a vivere riconciliata sul pianeta Terra.
2 – Noi crediamo che il Padre ha inviato il suo Figlio, Gesù Cristo, nostra pace, per abbattere il muro di separazione tra i popoli.
3 – Noi crediamo che la pace è dono e frutto dello Spirito, da accogliere e invocare, perché risani le nostre ferite e trasformi i nostri cuori, rendendoci strumenti di riconciliazione.
4 – Noi crediamo che le nostre Chiese, in virtù del dono ricevuto, sono chiamate ad una conversione permanente e alla rinuncia a parole e pratiche di violenza, per una comune testimonianza di pace.
5 – Ci opponiamo a qualsiasi politica di guerra e di violenza condotte nel nome di Dio.
6 – Ci opponiamo a qualsiasi giustificazione della guerra fondata su riferimenti strumentali e letteralistici a testi sacri o su richiami a tradizioni religiose.
7 – Ci opponiamo a strategie politico-economiche incentrate sulla guerra, che rafforzano la corsa agli armamenti, specie nucleari, sperperano risorse necessarie per la qualità della vita sociale e impattano pesantemente sull’ambiente.
8 – Ci impegniamo a smascherare e a denunciare l’intreccio di fattori che alimentano la guerra e la violenza, a partire da imperialismo, nazionalismo, totalitarismo (violenza sistematica di un governo contro il proprio popolo), ingiustizia economico-sociale, razzismo, antisemitismo, cristianofobia, islamofobia, asimmetrie di genere, omotransfobia.
9 – Ci impegniamo a coltivare e a sostenere pratiche di dialogo e di mutuo riconoscimento tra le culture, le religioni e le Chiese, come contributo per una riconciliazione delle memorie e per una convivenza sociale e politica più solidale e giusta.
10 – Ci impegniamo a promuovere una cultura e una prassi di cura, sia per persone e comunità – specie le più indifese e vulnerabili – sia per la casa comune in cui abitano tutte le creature.
La fiduciosa attesa del compiersi del Regno di Dio nutre e sostiene ogni speranza di pace e fonda il nostro credere, le nostre denunce e il nostro impegno.
Il dono della pace
La pace non è un concetto astratto né la semplice assenza di conflitto, poiché è il modo di esistere stesso di Dio, che si rivela nella storia come comunione. La sua proclamazione risiede al cuore dell’Evangelo di Gesù Cristo, che «è la nostra pace» (Ef 2,14), avendo abbattuto il muro di separazione dell’inimicizia.
Nei primi secoli molti credenti hanno scelto la via della pace fino al martirio, ma il costituirsi della cristianità ha condotto le Chiese a relazioni non sempre limpide con i poteri di questo mondo.
Da allora la pace è scivolata nel campo dell’utopia, riducendosi a questione diplomatica o a categoria escatologica, mentre concetti ambivalenti come «guerra giusta» e persino «guerra santa» venivano applicati strumentalmente per giustificare conflitti sanguinosi.
Nessuna tradizione cristiana può dirsi immune da tali dinamiche, benché in tutte lo Spirito abbia suscitato testimoni che hanno recuperato il valore prioritario della pace evangelica.
Questo documento si rivolge non solo alle istituzioni ecclesiastiche, ma al cuore delle Chiese e di ogni essere umano che custodisce la pace come desiderio profondo, a chi rifiuta la logica dell’odio e cerca orientamento nel buio del conflitto odierno, mentre le comunità cristiane appaiono talvolta impreparate, indifferenti o persino complici, e lo stesso Vangelo viene a volte utilizzato per motivare la guerra.
L’attuale impotenza storica ci costringe alla domanda radicale su quale fondamento abbiamo finora cercato di costruire la pace. Non basta una semplice etica, che prescrive il bene ma, se resta legge esteriore, non ha il potere di rendere buono l’essere umano.
Cercheremo invece una visione pratica, spostando l’attenzione dal solo «fare pace» al «modo di esistere» che è la pace. «Vi lascio la pace, vi do la mia pace; non come la dà il mondo, io la do a voi» (Gv 14,27). La riconciliazione ricorda che la pace con Dio non è un possesso ma un dono da accogliere, uno scopo da raggiungere, un cammino da percorrere; ci è già offerta, eppure dobbiamo lottare per essa.
Questa tensione non va vissuta solo nel cuore, ma nel mondo, nella relazione fra un essere umano e l’altro, fra una confessione e l’altra, fra un popolo e l’altro. Ciò che vale per la singola persona vale per l’intera comunità, perché, se a ciascuno è chiesto di vincere il male con il bene (Rm 12,21) e di non opporsi al malvagio con la stessa violenza (Mt 5,39), neppure la comunità può esimersi da tale resistenza attiva al male.
Questa visione è inscritta nella Parola e nella vita liturgica, poiché nessuna offerta può indirizzarsi al Padre se non ci si è prima riconciliati con il fratello e la sorella (cf. Mt 5,23-24), e nessuna Eucaristia può formarsi senza la premessa «In pace preghiamo il Signore». Nella Cena viviamo la tensione tra il «già» della salvezza compiuta e il «non ancora» della sua pienezza, sicché la pace non è un risultato morale della vita ecclesiale ma la sua radice vitale, là dove si compie la parola «non vivo più io, Cristo vive in me» (Gal 2,20).
Dobbiamo però confessare con dolore che la liturgia è anche il luogo in cui più chiaramente si manifesta lo scandalo della divisione tra le Chiese, espressione di una concezione che talvolta subordina il servizio al Regno alle identità nazionali o etniche. Tali nodi ci chiamano a osare la pace a partire dalle nostre relazioni, riformulando insieme una teologia radicata nel messaggio di Cristo e animata dallo Spirito, di cui la pace è frutto.
Conflitti odierni: luoghi e fattori
La realtà di tutte le religioni è profondamente intrecciata con la violenza, e ciò si manifesta anche nelle Scritture ebraico-cristiane, dove l’alleanza di Dio con il suo popolo è costantemente segnata da infedeltà e violenza, inscritta come possibilità nel mondo creato.
Sarebbe però impossibile credere – come faceva Marcione – che la violenza riguardi solo il Dio dell’Antico Testamento e non quello del Nuovo, poiché è l’intero corpo delle Scritture a presentare elementi contrastanti, accanto a indicazioni tese a delimitarla.
Emerge piuttosto un dato fondamentale della fede ebraica e cristiana, la sollecitudine di Dio verso le vittime, da cui consegue che la fede deve farsi carico del grido di ogni vittima di sopruso.
Nel Novecento il nazionalsocialismo, annientando milioni di ebrei innocenti, ha cercato di cancellare la pietas per le vittime; solo a seguito di tale catastrofe le Chiese hanno iniziato un processo di ripudio di ogni atteggiamento antigiudaico, blasfemo contro lo stesso Dio della rivelazione.
L’autorità delle vittime resta perciò la categoria che dovrebbe accompagnare ogni approccio, quale antidoto alla giustificazione della violenza in nome di Dio. Il compito dei cristiani è allora attraversare le pieghe della storia rinunciando ad ogni aggressività ed esclusione, recuperando la «Regola d’oro», confermata da Gesù e presente in gran parte delle tradizioni quale base comune per la fraternità universale, per essere testimoni di un «Dio misericordioso e clemente» (Es 34,6).
Il primo dato che ha avviato la riflessione è stata la guerra portata dalla Russia contro l’Ucraina, con bombardamenti dei quartieri residenziali, deportazione di bambini e tortura dei prigionieri. Tali azioni sono compiute in nome del mito del «Mondo russo» (Russkij mir), per cui non sarebbe la Russia ad aver invaso l’Ucraina, ma la Russia ad essere stata attaccata dall’Occidente. Ciò che è spiritualmente catastrofico è la vittoria di questo mito sulla realtà, sostenuta da una propaganda che ricorda l’esperienza sovietica della repressione del dissenso.
A sconcertare è il ruolo della Chiesa ortodossa russa, che ha coperto con valenze religiose una guerra determinata da una brutale volontà di potenza, mentre la tensione tra le nazioni si è intrecciata con quella tra Chiese, fino all’omissione del nome del patriarca di Costantinopoli da parte del Patriarcato di Mosca.
Un secondo passaggio determinante è costituito dai massacri compiuti da Hamas e dal Jihad islamico il 7 ottobre 2023 e dalla successiva, violenta reazione israeliana, eventi di portata tale da segnare una data spartiacque.
Le comunità cristiane, legate a quel territorio, sono state interpellate in prima persona da crimini contro l’umanità che, secondo molti, hanno assunto una dimensione genocidaria, mentre letture fondamentaliste delle Scritture diventavano riferimento per una violenza che non sembra interrompersi.
Il movimento ecumenico non è finora riuscito a formulare prese di posizione incisive e unitarie, a causa della polarizzazione internazionale e delle valutazioni discordanti sul significato dello Stato d’Israele nei rapporti ebraico-cristiani. Una valutazione condivisa resta però indispensabile per dare spessore alla denuncia delle atrocità commesse da entrambe le parti, contrastando le letture fondamentaliste dei testi sacri con un’ermeneutica che, alla luce del Vangelo, sostenga azioni compatibili con la dignità umana.
Per quanto dura sia la valutazione dei comportamenti dello Stato di Israele, essa non può legittimare l’antisemitismo che tali eventi hanno fatto riemergere in forme in parte inedite.
Ci orienta la Charta Oecumenica del 2025, che condanna ogni forma di antisemitismo e impegna i cristiani a custodire la memoria del patrimonio ebraico spezzato dalla Shoah. La riflessione distingue l’antigiudaismo – avversione di tipo religioso che tocca i cristiani sul piano teologico, ecclesiologico, esegetico e liturgico – dall’antisemitismo, che riguarda la presenza delle Chiese nella società e che esige un impegno a combatterlo insieme agli ebrei.
Oggi è, però, difficile circoscriverne l’area semantica, complicata dall’intreccio, spesso strumentale, con il termine antisionismo. La definizione operativa elaborata nel 2016 dall’IHRA (International Holocaust Remembrance Alliance, Alleanza internazionale per la memoria dell’Olocausto) precisa che le critiche a Israele simili a quelle rivolte a ogni altro paese non possono essere considerate antisemite.
Accanto ai fattori identitari, all’origine di molti conflitti vi sono cause legate alla storia economico-sociale e a un sistema profondamente asimmetrico, come la schiavitù, potente fattore di ingiustizia. La conquista dell’America, nel 1492, fonda la nostra identità moderna, e il commercio atlantico degli schiavi – dichiarato dalle Nazioni Unite il più grave crimine contro l’umanità – ha segnato per sempre la storia dei popoli, con decine di milioni di vittime e la decimazione degli autoctoni americani, mentre la convinzione della superiorità di una razza su altre ha leso la dignità degli africani e giustificato la tratta.
Oltre che della schiavitù, l’economia di mercato si è servita di sfruttamenti verso i popoli del Sud, fino all’apartheid, per il quale furono talvolta cercate persino fragili basi bibliche.
Alcuni parlano oggi della regola delle «tre C» – Colonizzare, Civilizzare e Cristianizzare –, per cui le Chiese sono ritenute complici, mentre l’indipendenza africana resta in parte fittizia, segnata da neo-colonizzazione, guerre per procura e multietnicità usata come arma. È giunto il momento di gridare con papa Francesco «Giù le mani dall’Africa!» (Kinshasa, 2023), poiché il mondo non può reggersi su un’economia che calpesta la dignità umana.
Non si può poi passare sotto silenzio un altro tipo di guerra: quella che si fa in modo quasi impercepibile dall’esterno, ma che talvolta distrugge più vite umane di un’aggressione; si tratta della violenza sistematica del potere statale contro i propri sudditi.
La guerra è anche un potente fattore di distruzione ambientale, un vero ecocidio, sia negli eventi bellici sia per la corsa agli armamenti. Fare guerra su un pianeta tanto fragile mette a rischio la stabilità dell’ecosistema globale e rivela l’intreccio strettissimo tra giustizia, pace e salvaguardia del creato, richiamato dal Consiglio Ecumenico delle Chiese fin dalla Convocazione di Seoul del 1990.
La preoccupazione cresce constatando il coinvolgimento di potenze nucleari e il riemergere dell’ipotesi del loro uso, poiché già il loro solo possesso crea un’instabilità che va qualificata come peccato grave.
L’umanità vive su un «crinale apocalittico», per usare l’espressione di Giorgio La Pira, e deve cambiare rotta passando dalla contrapposizione violenta a una collaborazione cosmopolitica attenta ai beni comuni planetari.
Mentre segnaliamo i nodi che intaccano la pace, dobbiamo riconoscere il ruolo ambivalente delle stesse Chiese, troppo spesso coinvolte in dinamiche identitarie e violente, in forme di antigiudaismo e di islamofobia, in contesti di ingiustizia, fino a fornire giustificazione ideologica alla guerra.
Le Chiese cristiane sono parte di una storia segnata dal peccato, da cui non sono esenti. Se quindi sono chiamate a pronunciare parole di pace, non possono che prendere le mosse da una confessione di peccato, consapevoli che la violenza vive anche in noi. Solo il riconoscimento senza riserve della responsabilità permette una vera conversione e mostra che la pace non viene da noi ma è dono, da accogliere e coltivare.
A partire da un orizzonte condiviso
Il mistero della grazia di Dio, presentato nella lettera agli Efesini, viene compendiato nella definizione di Gesù Cristo come «la nostra pace», dove la novità sta tutta nell’articolo, poiché non si dice «il nostro pacificatore» bensì «la nostra pace». Se ne coglie il senso solo alla luce dello Shalom ebraico, non mera assenza di conflitti ma pienezza di bene, salvezza attesa quale dono di Dio, che i discepoli hanno creduto già realizzata nella morte e risurrezione di Cristo. In Lui è avvenuta la creazione di «una sola umanità nuova» (Ef 2,15), non più contrassegnata da inimicizia, ma da reciproca accoglienza, amore fraterno e pace. Il Crocifisso risorto è il nuovo Adamo, l’Uomo escatologico, nel quale tutta l’umanità cresce verso il suo compimento, e tutti noi, quali membra del suo corpo, partecipiamo della sua pienezza.
«La nostra pace» diventa allora una gioiosa «convivialità delle differenze», secondo l’espressione di don Tonino Bello. Senza porre limiti allo Spirito, che opera ben oltre i confini della Chiesa visibile, ci sentiamo costituiti primizia e profezia del Regno, lievito per la sua crescita storica (cf. Mt 13,33). Per questo l’azione dei discepoli per costruire la pace non nasce da un’ideologia o da una utopia, ma dall’eutopia, dal buon luogo di chi già sperimenta in Cristo le beatitudini del Regno (cf. Mt 5,1-12).
Un’istanza di pace così radicata rende impensabile parlare ancora di guerre giuste, come a lungo hanno fatto le nostre Chiese. Dovrebbe essere evidente che intraprendere azioni militari aggressive è contrario all’Evangelo, così come i gesti orientati a prepararle.
Al contempo, in una storia segnata dal peccato, non si può negare la legittimità della difesa di chi è aggredito, ma di difesa si può parlare solo a fronte di un’aggressione in atto, quando sono stati tentati tutti i modi nonviolenti per arrestarla e quando vi è proporzionalità tra ciò che si difende e i danni arrecati.
Primario resta soprattutto l’impegno a coltivare la nonviolenza, che non è accettazione passiva del male ma attivo contrasto alle strutture di peccato, espressa tra l’altro nell’obiezione di coscienza al servizio militare, nei corpi di interposizione, nella solidarietà ai popoli colpiti, nel disinvestimento dalle banche che finanziano il commercio di armi.
Percorsi ecumenici per cambiare
Molte prospettive chiedono approfondimento per una cultura di pace capace di reale cambiamento. Tra le condizioni di possibilità è necessaria una riflessione teologico-politica sulla diplomazia, intesa come conduzione delle relazioni internazionali attraverso negoziati.
Nell’Israele antico non sembra esistere un corpo diplomatico istituzionalizzato, pur essendovi figure di messaggeri o inviati (mal’âkîm) come Mosè e Aronne presso il faraone, e nel complesso la pratica diplomatica nella Bibbia ha riscontri occasionali e raramente positivi.
La pace, nelle narrazioni bibliche, non è quasi mai conseguita per via diplomatica, ma è piuttosto un accordo reso possibile da un equilibrio delle forze o il risultato di una vittoria militare, e non ha uno statuto politico solido poiché è dono (Gv 14,27) e coincide con la persona del donatore (Ef 2,14).
Radice di ogni conflitto è invece l’esercizio aggressivo del potere, mentre l’istanza critica dei profeti al cospetto del sovrano crea le condizioni minime per arginarne la violenza. La Bibbia rilancia così modelli di argine alle istituzioni politiche per scongiurarne la pretesa totalitaria, istanza di rilievo in un tempo che ha visto molte guerre nascere da dittature e autocrazie.
La storia ci ha però insegnato una diversa attenzione per la diplomazia come ricerca di mediazione, da cui sono sorte istituzioni multilaterali i cui limiti non ne cancellano la rilevanza.
Per fare pace occorre tenere insieme giustizia e misericordia, spesso viste nelle Chiese come logiche opposte in un pregiudizio dualista che tocca anche l’interpretazione della Scrittura.
Bisogna andare oltre la giustizia retributiva, fondata sul calcolo delle sanzioni, verso una giustizia non solo riparativa ma generativa di futuro, che cura le ferite e apre a nuove alleanze, così come Dio stesso entra nei conflitti per ricreare la vita in pienezza.
Le Chiese possono sperimentare percorsi di giustizia rigenerativa attraverso la riconciliazione della memoria, la mediazione e l’accompagnamento di chi è vittima di abusi, poiché le divisioni lasciano ferite che chiedono cura e azioni creative. Per uscire dai loro conflitti, le Chiese sono chiamate a proseguire il cammino di reciproco riconoscimento, generando una comunione che riconcilia le differenze e le valorizza.
Costruire pace richiede anche di evitare le trappole simboliche che rinchiudono donne e uomini in gabbie di ruoli. Una di queste è la presunzione che le donne abbiano insita una capacità di pace, mentre la pace è anche una costruzione culturale e storica che necessita di educazione, amore e giustizia.
Avvertiamo la necessità di un concetto intersezionale di pace, che contrasti il sessismo e il razzismo, denunciando in particolare lo stupro come arma di guerra e il legame tra guerra e patriarcato.
Anche la nonviolenza passiva è una trappola, come l’invito a porgere l’altra guancia che, se privo della denuncia di chi esercita violenza, abbandonerebbe le vittime alla loro condizione. La nonviolenza attiva disegna, invece, forme di convivenza e di co-partecipazione alla vita del pianeta, e l’etica della vulnerabilità riconosce la fragilità di ogni vita, esercitando com-passione e cura.
Crediamo che l’ecumenismo sia un potente laboratorio di pace. Pensarlo così significa rinunciare a una logica ecclesiocentrica e alla difesa strenua della propria identità quale unica incarnazione del messaggio di salvezza. Come ricordava Yves Congar, la diversità delle Chiese non è un incidente da eliminare ma una ricchezza da trasformare in comunione, non più un’unità omologatrice bensì un segno profetico di riconciliazione in cui pace, giustizia e salvaguardia del creato vanno coltivate con cura.
Sul piano teologico, l’ecumenismo rilegge le identità non come fortezze ma come spazi di incontro e conversione reciproca, luoghi di koinōnía, poiché nessuno esiste da sé ma solo «nell’altro e per l’altro», e ogni Chiesa particolare è sé stessa solo in relazione con le altre.
Tale ricerca si sviluppa su due livelli, l’uno etico-pratico, che rinuncia a usare la verità della fede come arma contro l’altro, l’altro mistico e teologico, che condivide l’unica fede in Cristo immergendosi nell’ascolto dell’esperienza credente altrui.
Sul piano concreto questo significa lettura condivisa della Scrittura e preghiera, iniziative di solidarietà, impegno per la giustizia sociale, di genere e ambientale, dialogo interreligioso, così che la diversità diventi espressione di fraternità nella convivialità delle differenze.
Nel cammino ecumenico intracristiano il trinomio «pace, giustizia e salvaguardia del creato» è una costante pluridecennale, testimoniata dalle Assemblee europee di Basilea (1989), Graz (1997) e Sibiu (2007) e dalle Convocazioni del CEC di Seoul (1990) e Kingston (2011).
L’Assemblea di Karlsruhe del 2022 si è celebrata quando l’invasione dell’Ucraina aveva già innescato una guerra tra paesi cristiani, mostrando quanto la riconciliazione tra le Chiese sia ancora lontana.
Considerazioni simili valgono per i dialoghi interreligiosi, riassunti nel motto di Hans Küng, secondo cui non c’è pace tra le nazioni senza pace tra le religioni, né tra le religioni senza dialogo, né dialogo senza ricerca sui loro fondamenti. Proprio quest’ultima esigenza è stata spesso trascurata, anche perché le violenze in nome delle religioni vengono ritenute mere strumentalizzazioni, il che ostacola un dialogo capace di riformare dall’interno le comunità.
Ben diverso è l’impegno delle comunità a svolgere al proprio interno un’educazione alla pace, che può favorire la riscoperta delle componenti dialogiche dei messaggi religiosi e una concorde testimonianza pubblica nonviolenta.
La parola «pace» (eirḗnē) è attestata nel Nuovo Testamento, soprattutto nei saluti paolini, ma senza che compaia una preghiera perché Dio conceda pace tra le nazioni. Riferita a Gesù Cristo, la pace è affermata come realtà già presente, che esiste in pienezza anche quando i popoli sono in guerra, propria di chi in Lui è «creatura nuova» (2Cor 5,17) e perciò diversa da quella del mondo.
Ciò non significa accontentarsi di una pace spirituale fittizia, poiché la beatitudine «Beati coloro che si adoperano per la pace» (Mt 5,9) si riferisce a un impegno concreto, al porsi tra le parti in conflitto per orientarle alla riconciliazione.
Resta tuttora da sciogliere il nodo di pregare per la pace di questo mondo senza pregare al contempo per i poteri statali, dato che la via diplomatica invocata per i conflitti non prescinde da essi. In tempi recenti si è iniziato a pregare per la pace anche in contesto interreligioso, come all’incontro di Assisi del 1986, la cui linea guida fu di essere insieme per pregare e non già di pregare insieme.
Sappiamo bene che la violenza e la pace coinvolgono una grande varietà di fattori e che solo alcuni hanno potuto essere affrontati in questo testo. Confidiamo però che le prospettive qui proposte contribuiscano a una ricerca che è vitale per il nostro tempo e alla quale rimandano le affermazioni sintetiche presentate all’inizio del testo.
Invocazione conclusiva
Al termine di questo percorso, ci uniamo alla preghiera finale dell’Assemblea tenuta a Karlsruhe nel 2022 dal Consiglio Ecumenico delle Chiese: «Dio santo, forte, e creatore di tutte le cose, amore eterno, ti rendiamo grazie. Padre che ci ami infinitamente, Figlio che ci riveli l’amore incondizionato, Spirito Santo che ci abiliti all’amore divino, riuniscici nel tuo amore, affinché possiamo crescere nella comunione visibile e testimoniare così l’unità nel mondo. Dove il tuo popolo è spezzato, possa l’amore riparare. Quando l’odio grida nel mondo, l’amore porti la pace con giustizia. Mentre la creazione geme, che la redenzione arrivi su tutta la terra. Vieni con il tuo amore divino ed entra nei nostri cuori. Muovi la tua Chiesa e muovi il mondo alla riconciliazione e all’unità».





