Libano-Israele: negoziati asimmetrici

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Raid aereo israeliano nel villaggio di Saksakieh, nel sud del Libano

Raid aereo israeliano nel villaggio di Saksakieh nel sud del Libano (foto LaPresse).

Sulla carta in Libano c’è un “fragile” cessate il fuoco. Il terzo round di negoziati tra libanesi e israeliani è stato fissato tra pochi giorni, il 14 e 15 maggio a Washington e questa volta non sarà un incontro tra gli ambasciatori negli Stati Uniti dei due Paesi, ma tra delegazioni.

Beirut però ha ribadito agli americani che un incontro tra il presidente libanese e il premier israeliano, proposto da Washington, è prematuro. L’obiettivo di Beirut è  “consolidare il cessate il fuoco”, renderlo permanente – quello in vigore sta per scadere – ponendo subito termine alle demolizioni di case e infrastrutture civili nel sud del Libano.

Israele e Stati Uniti pongono al centro di tutto il disarmo di Hezbollah: giornali libanesi sostengono che Washington in tal caso premerebbe su Israele perché cessi la demolizione di case e villaggi e i bombardamenti mirati, salvo che contro chi prepari attentati.

Ma se ne potrà parlare in pendenza di occupazione israeliana di ampia parte del sud del Libano? E sarebbe immaginabile un ritiro israeliano oggi?

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L’equivoco Hezbollah sembra irrisolvibile da entrambi. Dal Libano, che forse non può ma comunque non  vuole disarmare Hezbollah per paura di una guerra civile, e da Israele, che dal 2024 ha esercitato ogni sforzo in tal senso.  Il rischio potrebbe essere che il sud del Libano si dissolva, ma non Hezbollah.

Come è noto Israele ora ha creato una zona gialla profonda di 7/10 chilometri all’interno della quale si trovano 55 villaggi. Gli ordini di evacuazione non hanno fine. Avvenire alcuni giorni fa ha scritto che il governo libanese ha denunciato, sulla base di una ricerca presentata dalla ministra dell’ambiente, un autentico “ecocidio”; il 48% delle terre agricole distrutte, 5mila ettari di bosco danneggiati o distrutti, come 220mila unità abitative. L’obiettivo sembra quello di creare una “zona cuscinetto” dalla quale Hezbollah non possa più operare, con tutto ciò che ne consegue.

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Proviamo allora a ricapitolare i recenti accadimenti, per capire come siano evolute le cose in questi ultimi anni. Prima della guerra del 2024, il confine – non completamente demarcato – era rispettato. Dopo la guerra del 2024, quella che seguì l’eliminazione del leader di Hezbollah Hasan Nasrallah e la distruzione di buona parte del loro arsenale missilistico, si raggiunse una tregua, che confermava la richiesta di disarmo di Hezbollah, già formulata dall’ONU nel 2006, in cambio del ritiro israeliano.

Anche Hezbollah accettò questi termini. In quell’occasione però Israele mantenne cinque avamposti lungo il confine, il ritiro sarebbe stato completo dopo il disarmo. L’esercito libanese cominciò a disarmare Hezbollah, ma presto il gruppo sciita sostenne che il disarmo andava sospeso fin quando sarebbe stato completato il ritiro israeliano. Per Israele il ritiro sarebbe stato completato solo quando Hezbollah sarebbe stato disarmato.

L’esercito israeliano cominciò una serie di attentati mirati contro obiettivi miliziani, che hanno coinvolto civili. E il 2 marzo 2026 Hezbollah ha attaccato Israele per vendicare l’assassinio di Ali Khamenei. Legato statutariamente agli uffici della guida suprema della rivoluzione iraniana, Hezbollah ha agito su richiesta dei pasdaran.

Israele ha deciso di intervenire via terra in Libano e ha invaso il sud con gli esiti precedentemente indicati. Poi si è cominciato a parlare di cessate-il-fuoco, che l’Iran voleva legato al proprio.

L’occupazione, che prima del 2024 non c’era, nel 2024 è diventata di alcuni avamposti sul confine, ora è profonda.

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Il negoziato di Washington forse potrebbe essere definito un negoziato “asimmetrico”: Israele controlla il suo esercito, il Libano non controlla i miliziani di Hezbollah, che hanno definito il governo libanese “collaborazionista del nemico” per aver proposto il negoziato di pace, sebbene ne seguiti a fare parte, visto che i suoi due ministri rimangono in carica.

Fermare la distruzione del sud del Libano è un obiettivo anche per Hezbollah? O il loro obiettivo è creare una situazione impossibile per il governo libanese, da tenere in ostaggio con la minaccia di una guerra civile?

La campagna israeliana creando rabbia creerà anche consenso, ma all’inizio di questa nuova tempesta, il 3 marzo, diversi profughi sciiti arrivando a Beirut criticarono la scelta di Hezbollah. Ma cosa voglia Hezbollah è una domanda a cui può rispondere solo Tehran, fino a oggi.

Così, sotto occupazione, il disarmo di Hezbollah quanti lo leggerebbero come un rafforzamento dello Stato libanese, una scelta necessaria per diventare sovrano sul proprio territorio e poter negoziare con il pieno controllo del Paese con Israele e Stati Uniti? Questa scelta non verrebbe presentata come un cedimento all’occupante?

È uno dei motivi per cui non ci sarà, sebbene la polemica tra governo e partito di Dio sia da settimana al calore bianco. Ma c’è anche la paura: della guerra civile, della frattura, della divisione tra libanesi. Una paura che alla fine potrebbe portare ai libanesi la non novità del tempo provvisorio, un tempo che impedisce progettualità e che alla fine è l’unica realtà durevole.

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