
«Tolle lege». Sant’Agostino racconta nelle sue Confessioni che, in un momento di grande tumulto intellettuale ed emotivo, udì la voce di un bambino che cantava queste parole: «Prendi e leggi». Egli prese allora in mano una Bibbia e lesse un passo della Lettera ai Romani che diede avvio al suo cammino di conversione. È un momento celebre nella storia cristiana, non da ultimo perché gli stessi scritti di Agostino avrebbero esercitato, per molti secoli, un’influenza sulla Chiesa seconda forse solo a quella della Scrittura.
Va notato, tuttavia, che l’invito – o il comando – ad aprirsi alla buona novella non disse ad Agostino di ascoltare. Lo abbiamo sentito fare da Gesù proprio nelle ultime domeniche, nel Vangelo: «Chi ha orecchi, ascolti». Né gli fu detto di guardare, di aprire gli occhi, altra immagine ricorrente in tutta la Scrittura, Antico e Nuovo Testamento. Gli fu detto, piuttosto, di leggere.
Gli storici ci dicono che ai tempi di Agostino il tasso di alfabetizzazione nel bacino del Mediterraneo era tra il 5 e il 15 per cento. In altre parole, nell’antichità le notizie – fossero esse la buona novella o altro – si trasmettevano perlopiù oralmente, non per via scritta. L’esperienza di lettore di Agostino era l’eccezione, non la regola.
Negli ultimi due secoli, specialmente nel Nord globale, l’alfabetizzazione è stata più o meno data per scontata, in un modo che avrebbe probabilmente sorpreso Agostino e i suoi contemporanei. Ma un recente articolo di Rose Horowitch su The Atlantic suggerisce che stiamo rapidamente uscendo da una cultura alfabetizzata – non per entrare in un mondo di analfabeti, ma in uno postletterario.
Non leggiamo, e anche quando lo facciamo, non si tratta del tipo di letteratura che richiede «le capacità superiori di comprensione e sintesi», scrive Horowitch. Abbondano messaggi, e-mail, didascalie di TikTok e thread di X, ma nessuno di questi comporta un vero impegno intellettuale sostenuto.
Non è una buona notizia per chi crede nel potere della narrazione letteraria complessa e dell’argomentazione densa di comunicare e custodire il patrimonio e le convinzioni fondanti di una cultura. Che cosa perdiamo quando abbandoniamo i nostri grossi volumi e manuali per i TikTok e i messaggi?
Una domanda più pertinente per i credenti: che cosa significa tutto questo per la Chiesa? Che cosa significa per il modo in cui il cattolico medio interiorizza la fede e la trasmette? A un livello elementare, come possiamo essere un «popolo del Libro» se non leggiamo libri?
Bisogna leggere, per essere un buon cattolico?
Catechismi visivi
Chiunque visiti le grandi cattedrali d’Europa riconoscerà un motivo ricorrente nelle vetrate, nelle statue, negli affreschi e nelle altre opere d’arte che le adornano. Esse funzionano spesso come un catechismo visivo, un modo per insegnare la storia della salvezza e le altre narrazioni cristiane a chi non sapeva leggere – nell’Europa medievale e persino rinascimentale, praticamente l’intera popolazione.
Ci ricordano che la storia cristiana non è sempre stata trasmessa, né lo è stata principalmente, attraverso la parola scritta. I dodici apostoli, vissuti venti secoli fa, erano quasi certamente analfabeti; ma lo era anche il canadese sant’André Bessette, morto nel 1937. L’incapacità di leggere o scrivere non ha impedito a molti tra i più grandi evangelizzatori della Chiesa di svolgere la loro missione.
Nel 2008, su America, Leo O’Donovan intervistò Malcolm Miller, la massima autorità mondiale sulla cattedrale di Chartres, che disse:
Quando tengo conferenze sulla cattedrale di Chartres, la paragono a una moderna biblioteca pubblica, con la differenza che i suoi testi sono scritti nelle vetrate e nella scultura del XII e XIII secolo. La stampa non era ancora stata inventata; la carta non esisteva ancora in Europa. Gran parte della popolazione non sapeva leggere né scrivere, ma la gente sapeva «leggere» una vetrata. Le vite dei santi erano ben conosciute, e i più istruiti erano in grado di cogliere le interpretazioni simboliche più complesse dei testi biblici.
Anche Papa Giovanni Paolo II aveva espresso un concetto analogo nella sua Lettera agli artisti del 1999, scrivendo che «in un’epoca in cui pochi sapevano leggere e scrivere, [le] rappresentazioni [artistiche] della Bibbia costituivano un concreto strumento di catechesi».
Va notato che questo uso dell’arte visiva come mezzo di trasmissione della fede non è del tutto scomparso con la diffusione dell’alfabetizzazione. Lo storico John O’Malley ha scritto molto sui metodi artistici dei primi gesuiti, tra XVI e XVII secolo, osservando come uno degli strumenti didattici principali degli evangelizzatori e dei direttori spirituali gesuiti fossero le xilografie e le incisioni – che raffiguravano episodi biblici, davano forma visiva alle dinamiche degli Esercizi Spirituali di Ignazio, o favorivano la memorizzazione meccanica di un catechismo di base.
Inoltre, è probabile che ciascuno di noi possa indicare in una persona, non in un testo, la fonte primaria della propria conoscenza e ispirazione religiosa: un genitore, un parente, un insegnante, un maestro di vita. È per questo che a volte definiamo la vita degli uomini e delle donne sante un «vangelo vivente», poiché la loro testimonianza e il loro contributo si pongono come prolungamento della rivelazione scritturistica.
È dunque davvero così grave, per il futuro del cristianesimo, che noi sappiamo leggere ma non leggiamo? I metodi visivi e uditivi di comunicazione non possono forse sostituire la parola scritta? Non possiamo forse imparare tutti da figure sapienziali, come ha fatto la maggior parte dell’umanità nel corso della storia?
Purtroppo, la questione è più complessa di così.
Modalità di comunicazione
Tra i molti meriti del grande gesuita americano del XX secolo Walter Ong vi è il contributo intellettuale sostanziale che egli ha dato alla comprensione del modo in cui le culture orali e quelle scritte interagiscono e si trasformano a vicenda. Sviluppando il lavoro di altri studiosi, Ong sosteneva, in opere come Orality and Literacy, che il passaggio da una cultura orale a una scritta comportasse mutamenti profondi e spesso permanenti anche in altri aspetti di quella cultura – e nella coscienza stessa delle persone coinvolte.
Le culture orali tendono a conservare conoscenza e sapienza attraverso la narrazione comunitaria, sia essa a livello di famiglia, tribù, paese o altro. Tale narrazione si affida alla memoria e alla ripetizione di punti fermi culturali e convinzioni condivise; anche le culture alfabetizzate lo fanno ancora, in una certa misura, nella forma di favole, detti e tabù. Ma il passaggio all’alfabetizzazione, scriveva Ong, ha effetti che vanno ben oltre la semplice possibilità di comunicare informazioni senza doverle memorizzare (o senza essere fisicamente presenti gli uni agli altri). Una volta che la parola scritta entra in una cultura, i suoi membri vedono ogni cosa in modo diverso, comprese le nozioni fondamentali di verità e moralità, e persino gli assunti più elementari come il rapporto di causa ed effetto o l’evidenza dei propri occhi.
Questo nuovo modo di comunicare tende a favorire il pensiero astratto e analitico, ed è più distaccato dalla vita quotidiana delle persone e dai modi ordinari di conversare. (Può, tra l’altro, indebolire il rispetto e l’apprezzamento di una cultura per i propri anziani e le proprie figure sapienziali). Consente una conservazione assai più ampia di fatti, sfumature, possibilità di realtà alternative e altro ancora. Una persona può essere interrogata sulle informazioni in molti modi, ma nessuno sarà mai esaustivo e ripetibile quanto l’interrogazione di un testo.
Un esempio? Aprite la vostra Bibbia e guardate le innumerevoli, minuscole annotazioni a piè di pagina. Offrono varianti testuali, note sulla provenienza di certe espressioni o manoscritti, possibili cambiamenti di significato e altro ancora. Dopo venti secoli (di più per l’Antico Testamento), il patrimonio di conoscenza lì racchiuso ha di gran lunga superato tutto ciò che una cultura orale avrebbe potuto conservare.
Un altro esempio: in greco, la parola kai significa «e», ma può anche significare «anche», «pure» o persino «in verità». È la parola più comune del Nuovo Testamento perché è la parola più comune del greco antico. Un secolo fa, uno studioso tedesco decise di scrivere la propria tesi di dottorato sugli usi di kai nel greco antico. In un’epoca priva di computer e intelligenza artificiale, egli si mise a spulciare concordanze e imponenti archivi testuali, catalogando ogni singolo uso di quella parola. Sarà stato probabilmente un pessimo narratore, a dire il vero, ma stava sfruttando la cultura scritta fino in fondo.
Se una cultura diventa postletteraria, non perderà forse parte di quella sfumatura e di quella capacità di fissare informazioni complesse che erano proprie della lettura e della scrittura come strumenti primari di comunicazione culturale? Inevitabilmente, sì. Si pensi a The Odyssey di Christopher Nolan. I vostri nonni si saranno forse dovuti misurare con la traduzione dal greco di passi del testo omerico; i vostri genitori avranno probabilmente dovuto leggere gran parte del poema, almeno nella loro lingua. I vostri figli? Potrebbero vedere quel film senza il minimo sospetto che esso fa parte di venticinque secoli di riflessione sulle stesse storie e sugli stessi temi – che ha avuto origine in culture orali, è stato trasmesso attraverso la memorizzazione e la recitazione, è stato conservato dalle culture scritte che sono seguite ed è ora prodotto e fruito da una cultura postletteraria.
I cattolici possono estendere questo scenario a un vasto patrimonio di conoscenza e commento religioso trasmesso attraverso la parola scritta. Non solo la Bibbia o il Catechismo della Chiesa cattolica, ma agiografie, leggende, manuali, messali, letture spirituali e altro ancora. E questo riguarda soltanto la vita quotidiana della maggior parte di noi; non tiene conto degli studiosi che lavorano in teologia, filosofia, storia, antropologia e altre discipline, i quali ogni giorno arricchiscono la nostra comprensione della rivelazione, e lo fanno in gran parte affidandosi alla parola scritta.
La scomparsa di quel mondo – o, per essere onesti, il suo affievolirsi – cambia realmente il modo in cui pensiamo, preghiamo e agiamo.
Ong, morto nel 2003, aveva previsto molto di tutto questo. Scrisse decenni fa di una cultura «orale secondaria» [secondary oral], in cui il testo e la parola scritta continuerebbero a sostenere i nostri schemi e processi di pensiero, ma la nostra produzione culturale tornerebbe a orientarsi verso il visivo, l’uditivo. Vi suona familiare? È il contesto nel quale siamo immersi.
Come questo si realizzi in culture che non hanno più i legami «forti» – tribali, familiari o comunitari, in altre forme – è tutto da scoprire, ma lo vediamo dispiegarsi giorno dopo giorno.
Contemplazione
Può darsi che la nostra fede, individuale e collettiva, sia più forte e più adattabile di quanto le riconosciamo, e che non dovremmo preoccuparci troppo di una perdita di alfabetizzazione in materia di fede. Se la Chiesa è destinata a durare sino all’Ultimo Giorno, dobbiamo davvero angustiarci su come lo farà?
Il cattolicesimo, in particolare, ha una storia così lunga di immagini devozionali, dipinti, statue e altro ancora, da trovarsi in una posizione assai più favorevole rispetto a espressioni cristiane più iconoclaste, in una cultura dominata dall’immagine e da flussi transitori di informazione.
Anche i sacramenti, per esempio, ci mostrano che un mondo postletterario non deve necessariamente essere un mondo post-cristiano. Il sacramento della confessione, da solo, ci mostra che vi sono momenti in cui l’alfabetizzazione e la parola scritta non sono di aiuto: sono, in un certo senso, escluse. La Chiesa non ammette, e mai ammetterà, una confessione che non implichi un colloquio a tu per tu tra penitente e confessore.
Si tratta dunque soltanto di tanto rumore per nulla? Il cattolicesimo postletterario se la caverà benissimo?
Non credo. Penso che abbiamo bisogno, in una forma o nell’altra, di quella cultura scritta. C’è qualcosa in una cultura della lettura e della scrittura che è assolutamente centrale per una vita di fede. Non essenziale, badate bene – non pretendiamo di essere più fedeli o più ricchi di fede dei nostri antenati analfabeti – ma centrale, almeno ai nostri giorni. Troppe altre forme di comunicazione moderna indeboliscono la nostra comprensione di ciò che è duraturo e vero, perché possiamo permetterci di perdere il metodo principale con cui apprendiamo e confermiamo quei punti fermi.
Un esempio dalla spiritualità ignaziana: supponiamo di essere in ritiro, o in una giornata di riflessione con i colleghi, il gruppo parrocchiale o altre persone. Siamo invitati a leggere e pregare su un passo biblico, e poi a immaginare la scena stessa nella nostra mente, magari inserendoci noi stessi come personaggi dell’azione. Facciamo poi un bilancio di ciò che quel passo ha suscitato in noi, di ciò che ha smosso, di ciò che Dio potrebbe volerci comunicare in quel momento.
Il metodo è quello classico di Ignazio, delineato negli Esercizi Spirituali e praticato per secoli in tutta la Chiesa. Si può fare anche senza leggere un testo, naturalmente: qualcuno può leggerci la Scrittura ad alta voce. Ma l’interazione tra la nostra propria lettura del testo e l’immaginazione che dà vita alla scena può soltanto diventare mille volte più difficile in un mondo postletterario.
Posso immaginare Gesù sulla croce e non vedere il volto insanguinato di Jim Caviezel? Posso leggere le parole di Gesù: «Ecco, sto alla porta e busso» e non sorridere pensando alla celebre battuta di Walter White in «Breaking Bad»? Un mondo in cui le nostre immagini mentali ci vengono già confezionate in anticipo non è propriamente il terreno più fertile per la contemplazione cristiana.
Nella nostra spiritualità e nella nostra vita devozionale, la perdita dell’alfabetizzazione porterà inevitabilmente anche a un impoverimento della complessità, delle sfumature e della comprensione minuziosa della nostra fede condivisa e della sua storia. Non è un fenomeno legato soltanto alla spiritualità ignaziana: si pensi alla lectio divina in un mondo postletterario; si pensi alla recita della Liturgia delle Ore quando nessuno legge più le parole. E, a livello individuale, non avremo mai più un altro sant’Agostino. Dopotutto, che cosa sono le Confessioni se non un diario spirituale scritto assai bene?
Scrittura
Un’ultima nota: la Scrittura – quel testo scritto che continua a comunicarci la rivelazione di Dio ben oltre l’età apostolica – ha qualcosa da dire su questo tema. Nel Vangelo di Luca, Gesù legge dalla Torah nel Tempio, il che suggerisce che sapesse leggere, forse addirittura che fosse un lettore o uno scrittore abituale.
Ma in Gv 8,6 troviamo un indizio che la questione è più complessa. È l’episodio della donna sorpresa in adulterio, in cui i nemici di Gesù cercano di usare la legge mosaica per tendergli un tranello. Prima di rispondere alle loro domande, tuttavia, Gesù fa qualcosa di inatteso. La versione inglese della King James Bible lo rende così:
Dicevano questo per metterlo alla prova, per avere di che accusarlo. Ma Gesù si chinò e con il dito si mise a scrivere per terra, come se non li avesse uditi (This they said testing Him, that they might have cause to accuse Him. But Jesus stooped down and with His finger wrote on the ground, as though He heard them not).
Che cosa sta accadendo? Che cosa scrive Gesù? Il termine greco, egraphen, non sembra significare «scarabocchiava» o «disegnava»: significa «scriveva». Sta forse scrivendo Gesù una nuova legge, come Mosè sul monte Sinai? Sta elencando nella polvere i peccati degli accusatori della donna, come sostennero alcuni Padri della Chiesa? Sta adempiendo una profezia? O forse Gesù ha semplicemente bisogno di un momento per raccogliere i propri pensieri?
Non lo sappiamo. Ma sappiamo che poteva sentirli, e tuttavia scrisse, come se non li avesse uditi.
Siate come Gesù. Leggete e scrivete.
- America, 23 luglio 2026 (originale inglese)






A margine di questo interessante articoletto faccio 0resente che Romano Guardini ha scritto un libricino dal titolo “Elogio del libro” che mi pare molto attuale.
Leggere la letteratura contemporanea, tranne rari casi, e’ leggere spazzatura . Bisogna ri-leggere i classici quelli che sono nutrimento per il pensiero e l’ anima. Questa estate mi sono riletta Cesare Pavese, un grande completamente dimenticato, mentre imperversano i premi Strega del nulla.
Io leggo per tre, ma sono sola..