Giuseppe Dossetti: note sul ministero

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In questo tempo così complesso in diversi riflettono sul bisogno di ripensare profondamente molti aspetti della vita civile e di quella ecclesiale. Per questa ragione conviene proseguire il tentativo di riflessione e immaginazione – avviato a partire da un nostro commento a un testo di Ivan Illich  (cf. qui su SettimanaNews) – sul senso, le modalità e le forme del ministero ordinato.

Un altro testo può accompagnarci in queste considerazioni: si tratta di un discorso quasi sconosciuto di Giuseppe Dossetti – tra l’altro amico di Illich – che, alla fine degli anni Sessanta, propone, nel corso di un incontro con un gruppo di presbiteri reggiani,[1] alcune persuasioni profonde e originali (il testo è disponibile quisul sito «Studiare Dossetti»). Il discorso – molto ricco anche al di là del nostro tema – può essere suddiviso in quattro parti che noi assumiamo come tappe di un ragionamento possibile sui fondamenti del ministero nella Chiesa (di oggi).

Va qui riconosciuto che l’avvio della riflessione – da parte mia – sul senso del ministero nella riflessione di Giuseppe Dossetti è iniziata insieme ad Athos Righi (Bologna 18.11.1943 – Amman 19.12.2020) della Piccola Famiglia dell’Annunziata,[2] che capiva e sentiva molti interrogativi umani, ecclesiali e spirituali con singolare affetto e forte desiderio di partecipazione.

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Giuseppe Dossetti con Athos Righi

Un limite di fondo e una prospettiva plurale

In una prima parte introduttiva Dossetti mostra la consapevolezza della parzialità della propria visione, nel senso che si tratta solo di una delle molte riflessioni possibili sul ministero. Tale premessa è del tutto coerente con la tesi dell’intero discorso:

«Mi vado sempre più convincendo che una cosa da dire è questa: [bisogna] concepire il sacerdozio in maniera molto articolata e [bisogna] reagire contro la continuità, che è gravissima e pesante, nella nuova situazione e in quello che presume essere il nuovo pensiero, di un errore vecchio che dura almeno da qualche secolo».

In cosa consiste tale errore secolare? Nel fatto di essersi ridotti a «una visione monistica, monolitica del sacerdozio cristiano. Visione monistica, monolitica [che] ci hanno imposto i secoli precedenti, sostanzialmente proponendo, alla quasi generalità del sacerdozio, un tipo solo di sacerdote che era il chierico riformato della contro-riforma; il sacerdozio dei cosiddetti chierici regolari».

Tale visione unica, o meglio monistica, caratterizza tutte le rappresentazioni del ministero, anche quelle che – alla fine degli anni Sessanta – si pretendono più aggiornate. La convinzione di Dossetti è differente e allarga l’orizzonte: «Credo che invece noi dobbiamo convivere in una visione pluralistica». Infatti:

«Se noi studiamo attentamente la Scrittura e il modo in cui si presentano i ministeri nella Scrittura e studiamo […] le esperienze cristiane dei secoli che possono in qualche misura fare testo, quando il contatto con il momento delle origini, delle fonti è più vivo e più esemplare, noi possiamo riconoscere una visione molto articolata del sacerdozio».

La prima conclusione è chiara:

«C’è spazio per una pluralità di prospettive e modelli in corrispondenza di una pluralità di bisogni, di situazioni e di esigenze; ma non una pluralità che sia soltanto una pluralità estrinseca; una pluralità profonda che riscopre cioè le ragioni profonde e interiori delle eventuali diversità, garantendo così ad un tempo l’unità nella pluralità».

Nel discorso egli intende tratteggiare alcune di queste ragioni profonde contestualizzandole nel quadro del suo recente ritorno da un lungo viaggio in Asia durato dal 29 novembre 1968 ai primi mesi del 1969.

«Sono stato quattro mesi in Asia»

Dossetti descrive questo periodo di esplorazione, «dalla Tailandia a tutti i paesi del Medio Oriente, con una lunga sosta in India», come un «viaggio in cerca della fede». Un percorso in cui ha

«cercato di andare un po’ a fondo […] nonostante soprattutto la barriera linguistica, nell’esperienza spirituale delle grandi religioni dell’Oriente: il Buddismo, l’Induismo e l’Islam. Perciò le mie tappe fondamentali sono state soprattutto a contatto dei monasteri Buddisti, dei monasteri Indù e di tutto quello che mi pareva di potere intravvedere di vivo […] nella fede dell’Islam».

Il viaggio – che può essere ricostruito nei dettagli in base alle lettere inviate alla comunità[3] – viene riconosciuto come molto importante e denso.[4] Si è trattato di un itinerario che «mi ha potentemente ricaricato e mi ha dato, penso, una nuova giovinezza, una visione di grande pace». «Anzitutto ho visto una prima cosa, […] ancora sul piano umano, ma che ha delle ripercussioni sul piano spirituale potentissime», ovvero «come sia piccola l’Europa, quasi inconsistente, e come in fondo sia piccolo e limitato l’intero Occidente e come grande sia la nostra superbia di occidentali».

L’esperienza fatta è tale che Dossetti parla di un’umiliazione di natura spirituale per l’intensità di preghiera e di ricerca spirituale intravista in Oriente che risulta essere un mondo «infinitamente più sensibile ai problemi dello Spirito». Tali impressioni portano a una serie di considerazioni sull’Occidente, sulla polarità con l’Oriente, sulla barbarie che si apre quando si elimina tale polarità in nome di una ragione efficiente e calcolante, sull’Asia come continente del futuro.

Come di consueto, Dossetti propone considerazioni di natura biblica e spirituale accompagnate da valutazioni sociali, politiche e geografiche sul ruolo del continente asiatico. Valutazioni che, rilette oggi, suonano singolarmente lungimiranti. L’effetto di tale percorso è sensibile e lo riconnette a discorsi ascoltati in Concilio:

«L’umanità continuerà a muoversi in una situazione bipolare che neppure la civiltà tecnologica e la nostra cultura neopositivista […] potranno soffocare e che i valori dello spirito, cacciati fuori della porta, rientreranno inevitabilmente dalla finestra dello spirito, inteso nel senso più profondo e più interiorizzato, delle attività superiori dell’uomo non rivolte ad operare sugli altri e sulle cose, ma rivolte ad operare su se stessi. Allora sono tornato confortato, convinto che la vita dello spirito ha nel mondo enormi, indescrivibili ricchezze già depositate dalla provvidenza nei granai, per così dire dell’umanità; attraverso vie misteriosissime che però non sono estranee al piano della salvezza […]».

Questa è – per Dossetti – l’opzione prima che permette di affrontare diversamente tutto il resto: la cura per le attività spirituali fondamentali dell’uomo e l’attenzione a tale scelta fondamentale – che più tardi negli anni egli indicherà come primato dell’uomo spirituale – risultano dirimenti nella società, nella Chiesa, nella vita dei cristiani e nel ministero. Il viaggio in Asia gli dona «un’enorme carica, un’enorme incoraggiamento a tentare, per così dire, l’avventura dello spirito».[5]

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Ministero e fede in Gesù, messia e figlio di Dio

È a questo livello che Dossetti colloca la propria visione del ministero. Per lui il ministro dev’essere un uomo dello spirito, «deve essere un uomo capace di interpretare il polo fondamentale dell’esistenza», in quanto «solamente la fede produce una vera esperienza della Chiesa». La fede viene intesa come il dato fondamentale del ministero che lo abilita all’annuncio, al discernimento cogliendo le esperienze autentiche del popolo di Dio:

«La […] fede scopre le esperienze, le profetizza, non raggiunge solo le esperienze già realizzate dagli altri, ma anticipa le esperienze fondamentali dell’uomo nel suo cammino, e non solo dell’uomo d’oggi, tanto meno dell’uomo di ieri, ma dell’uomo di domani».

Senza questo il ministero fatalmente si svuota e si cerca di riempirlo di attività, di esperienze, di contenuti altri rischiando di rendere i preti degli «sperimentatori inibiti», «sempre alla retroguardia». Tale esperienza spirituale viene qualificata cristianamente nella fede nel Figlio unigenito del Padre, fatto uomo, morto e risorto. Questo è il nucleo incandescente del credere cristiano e delle stesse Scritture che su questo punto non possono essere demitizzate, pena lo svuotamento del cristianesimo:

«Io non potrò mai realizzare il discorso della montagna se colui che ha detto “Beati i poveri, beati coloro che piangono, beati coloro che sono perseguitati” non è il Cristo di Dio, che nell’attimo stesso in cui lo dice crea in me la possibilità di realizzare quello che mi dice, perché quello è il rovesciamento dell’esperienza umana. Questo implica una concentrazione fortissima sull’essenziale, rispetto a questo tutto diventa secondario e in una qualche misura, se credete, anche negoziabile».

E aggiunge:

«In qualche modo per il prete come per il cristiano […] alla fine c’è una sola cosa che noi tutti dobbiamo fare: essere testimoni dell’Unigenito del Padre, morto e risorto. Quindi, noi siamo, viviamo e operiamo, preti e non preti, nella misura di questa fede».

Si tratta di un «rovesciamento interiore», di un «aver marciato nelle vie […] dell’esperienza interiore, negli spessori della spiritualità». Senza questo investimento – che troverà le modalità «più varie e inimmaginabili» – ci saranno solo riedizioni di un modo di pensare e di agire clericale e neo-clericale.

La ricerca della sapienza

Una volta fissata tale prospettiva di fondo, si parla della pluralità delle esperienze spirituali, cristiane ed extra-cristiane, che Dossetti mostra di apprezzare nella loro autenticità e nello sforzo di un loro discernimento alla luce del Vangelo. In tale contesto egli formula la proposta di un sacerdozio sapienziale cioè che percorra «un itinerario formativo e un esercizio effettivo» che ne faccia un uomo di sapienza spirituale.

«L’ideale della formazione del prete per il domani, perché la sua fede sia quella che deve essere e perché la sua formazione anche di uomo, il suo equilibrio umano possa estrinsecarsi in pienezza […] è e dev’essere formato in maniera sapienziale».

Si tratta quindi di una formazione sulle Scritture, sulla tradizione spirituale, sull’esperienza effettiva di vita umana e cristiana insieme con il contatto con un maestro «che abbia lui stesso, prima di tutto, una esperienza spirituale e che abbia la conoscenza profonda delle Scritture». Il modello assunto da Dossetti è il modello presente anche in Paolo che si dice «formato ai piedi di Gamaliele».[6]

Questo non implica una formazione meno seria o improvvisata ma l’esclusione di ogni formazione standardizzata, conformista, automatica, che non tenga conto della storia, delle persone, dei tempi e dei cammini. Questo itinerario di formazione viene pensato in maniera «umanamente inquadrabile» così da permettere agli uomini «di inserirsi nel loro momento storico», soprattutto non rompendo «l’equilibrio interiore dell’uomo».

Cosa intende qui per tale frattura interiore dell’equilibrio umano? Un discorso pronunciato nello stesso anno – 1969 a Borgo Tossignano – può aiutare a comprendere:

«L’impostazione passata o riusciva a sfondare veramente i limiti della natura e a creare degli esseri violentemente trasferiti sul piano sovrannaturale, e allora faceva i santi, oppure, molte volte o almeno non poche volte, sterilizzava l’amore, la capacità di amare. Per esempio, un certo sradicamento dalla famiglia, dalla comunità di base, dal contesto dei fratelli e delle sorelle, operato fin dall’infanzia, la preoccupazione estrema con la quale nell’ambito della stessa comunità del seminario si perseguivano tutte le forme di amicizia particolare, caricando quest’aggettivo di tutta una serie di preoccupazioni, tutto questo faceva sì che, se questo tipo di educazione non era riuscito a sfondare verso l’alto, ad aprire veramente il tetto, comprimeva verso il basso, o per lo meno sterilizzava. Si capisce allora come accanto ai santi, modellati, per così dire, sulla grande figura del curato d’Ars, ci potevano essere tanti altri preti che si immeschinivano, si inaridivano, non solo perdevano lo slancio apostolico, ma, molte volte, finivano col perdere la loro stessa umanità, col rinsecchirsi».

Dossetti prosegue fornendo alcuni esempi puntuali:

«Adesso per voi giovani è una figura di prete completamente scomparsa, grazie a Dio, o quasi completamente scomparsa, la figura, per esempio, del prete avaro. Noi ne abbiamo ancora conosciuti. Non erano pochi quelli che si riducevano a vivere per i soldi, in una forma proprio di idolatria dell’oro, di libidine nell’accumulo di soldi. Quanti ne abbiamo conosciuti nell’avarizia! Un’altra figura scomparsa è quella del prete beone, quello cioè che annegava nel vino la sua sterilità. Ne abbiamo conosciuto, e non erano casi ridicoli, erano casi tragici. E, via di questo passo, si potrebbero evocare altre figure. Queste figure in fondo trovavano la loro giustificazione proprio in un’operazione troppo radicale di spegnimento dell’affettività».[7]

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Giuseppe Dossetti con Athos Righi davanti alla Basilica di San Pietro

Questa trasmissione sapienziale misurata sull’esperienza costituisce la vera base per il ministero ossia un cammino da uomini, da discepoli e – quindi – da ministri. In questo contesto si afferma che tale percorso di umanità e di fede non ha come sola declinazione la via celibataria:

«Dico subito che sono favorevole all’ordinazione degli uomini già coniugati. E credo che non potrà stare molto tempo senza che la nostra Chiesa di Occidente si ponga in questo – di nuovo – sulla via della tradizione. Tradizione comune a tutte le Chiese, non solo d’Oriente ma anche d’Occidente. E credo che ci sia un certo tipo di servizi e di vita spirituale che anche i sacerdoti coniugati possono esercitare […]».

E aggiunge: «Credo nella verginità. Non credo che la si possa imporre, neppure per l’esercizio del servizio ministeriale». La possibilità di un ministero nella duplice forma coniugata e celibataria non significa un’uscita dalla tradizione e nemmeno una svalutazione della verginità, tutt’altro. Infatti, la verginità

«quando è vissuta come dev’essere vissuta, inevitabilmente nella lotta, ma anche nella libera scelta, e pertanto nella gioia e nella consolazione dello Spirito, è una esperienza di cui tutti gli uomini, anche gli sposati, hanno bisogno. Non è una motivazione, è una integrazione dell’uomo e dell’umanità, assolutamente indispensabile».

Anche in relazioni a queste tematiche il viaggio in India fa sentire il suo influsso permettendo un allargamento del discorso:

«Mi ha fatto molta impressione scoprire che […] nei quattro stadi della vita umana visti dall’induismo, il primo è quello di studente di cose sacre; la introduzione prima è fatta dal padre poi dal maestro spirituale. Nel secondo stadio l’uomo si sposa e fa figli. Nel terzo si mette al servizio della comunità. Nel quarto abbandona tutto, persino il servizio della comunità, per la sola attività contemplativa».

Queste notazioni implicano un senso acuto e originale della temporalità del cammino umano e del cammino spirituale che per essere in un equilibrio – dinamico – sono chiamati a dialogare in maniera continua e approfondita. Non a caso il discorso si conclude con alcune notazioni sull’importanza della vita orante, dello spazio di silenzio e di raccoglimento, della celebrazione dell’eucarestia e di una preghiera che consacra – e ricapitola – le ore, i giorni e il tempo della vita umana.

Un orizzonte allargato

La rilettura della riflessione di Dossetti propone almeno due osservazioni. La prima verte sull’importanza del viaggio in Asia e sull’allargamento d’orizzonte che questo ha comportato. Tale viaggio è nato da una «aspirazione verso un’inserzione nel grande flusso universale della Chiesa, specialmente nei suoi orizzonti nuovi, fuori dall’Europa e della civiltà occidentale».[8]

Il tema sembra remoto rispetto alla questione del senso e delle forme del ministero ordinato, ma credo che possa dare un’utile indicazione di metodo. La sanazione di un sistema in seria crisi è, per Dossetti, possibile solo se avviene una, per così dire, fecondazione e un innesto extra-sistemico, ossia un significativo allargamento d’orizzonte con la correlativa acquisizione di prospettive, rappresentazioni e strumenti nuovi.[9]

Se quindi le forme storiche del ministero ordinato nella Chiesa sono oggi in una situazione descrivibile come crisi di sistema – e, certo, questa è una tesi che viene affidata all’attenzione e alla riflessione dei lettori – probabilmente il recupero di elementi della grande tradizione[10] insieme a un discernimento spirituale attento dei segni dei tempi potrebbero donare insights capaci di allargare gli orizzonti per immaginare forme ministeriali rinnovate.

Per un ministero unitario e pluralistico

Si colloca qui una seconda osservazione che verte sulla feconda polarità tra unità del ministero e pluriformità possibile delle forme storiche. Vi è l’unità del senso del ministero ordinato nel suo essere a servizio dell’apostolicità della fede delle comunità cristiane tramite la guida e la custodia dell’unità comunitaria, l’annuncio del Vangelo e la celebrazione dei sacramenti raccolti intorno al sacramento fontale dell’eucarestia.[11]

L’assunzione di un servizio così delicato – che suppone una esperimentata sapienza esistenziale – viene preparato attraverso un cammino di maturazione umana, cristiana e ministeriale. Questo percorso ha alcune caratteristiche precise: non può essere un percorso valido allo stesso modo per tutti, non può quindi essere routinario e appiattente le singole personalità, ma consiste in un dialogo tra chi si prepara a un ministero e uno o più maestri di vita cristiana; ha come obiettivo la conoscenza approfondita delle Scritture e delle fonti della grande tradizione cristiana consapevoli che l’orizzonte di tali testi è nutrire l’adesione di fede, la consolazione dei credenti e l’impegno per la giustizia e gli oppressi.

Si tratta di un cammino sapienziale attento a imparare dalla vita e finalizzato al discernimento dei legami, delle dissonanze e delle tensioni tra il Vangelo e le condizioni concrete dell’esistenza personale e collettiva. Un ministero che sia, dunque, a servizio della trasmissione fedele del Vangelo che è stato annunziato[12] e, nello stesso tempo, capace di leggere e illuminare in maniera sapiente le intermittenze del cuore e dell’esistenza umana.

Tale unitarietà di significato del ministero e di percorso sapienziale non implica – ed è il secondo polo – alcuna visione rigidamente uniformante delle forme con cui il ministero può essere esercitato. Anzi. la riflessione di Dossetti mostra che un certo modello unitario può aver rappresentato – e forse rappresenta ancora – una sorta di gabbia d’acciaio che soffoca la necessaria pluralità delle forme ministeriali e dei percorsi umani e spirituali con la correlativa – e multiforme – rigidità rispetto a un contesto sociale e umano in veloce trasformazione.

Queste forme concrete possono assumere la varietà presente già nel Nuovo Testamento e in sezioni molto ampie della tradizione cristiana: il ministro può, infatti, essere un uomo che lavora e guadagnandosi il pane condivide la sorte della maggior parte dei suoi contemporanei, oppure, per il tipo di compito ministeriale, può essere sostenuto dalla comunità ecclesiale in forme e modi evangelici.

Ugualmente, il ministro può aver scelto la via del celibato come risposta a un appello profondo e personale proveniente dal mistero dell’amore di Dio, oppure può essere chiamato a una vita famigliare di condivisione della vita con la moglie e i figli nelle comuni – ma non certo meno esigenti – condizioni della vita.

Il ministero può, inoltre, avere una forma più domestica e più residenziale, dedicata alla cura di una comunità parrocchiale sul territorio, oppure può avere una forma più apostolica, maggiormente itinerante, di servizio intellettuale o sociale, legata ai contesti pluralistici e liminali del proprio tempo.

A ben vedere queste sono possibilità ben attestate dalla tradizione cristiana che – se adeguatamente riconosciute e valorizzate, se liberate da una visione canonica appesantita e invasiva,[13] se disincagliate da un sistema clericale preoccupato della gestione di brandelli di un potere[14] residuo della cristianità, se integrate in una vita di Chiesa con rappresentazioni e prassi all’altezza dei tempi[15] – potrebbero aiutare a riconoscere le inesplorate risorse che lo Spirito vivificante continua a disseminare nel popolo di Dio e nella storia umana per sostenere l’annuncio del Vangelo nel nostro tempo.

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[1] Cf. G. Dossetti, Sacerdozio carismatico. Relazione alla congregazione presbiterale del 2 luglio 1969 a Felina, pro manuscripto (disponibile qui sul sito «Studiare Dossetti»).

[2] Cf. F. Mandreoli – A. Righi, L’esistenza cristiana del presbitero Dossetti, in «Il Margine» 4-5(2010), 45-60; 34-56.

[3] Cf. G. Dossetti, Lettere alla comunità (1964-1971), a cura della Piccola Famiglia dell’Annunziata, Paoline, Milano 2006.

[4] Si tratta del viaggio che lo porterà a Bangkok al convegno monastico mondiale dove avviene anche la morte di Thomas Merton, cf. T. Merton, Diario asiatico, Edizioni Gabrielli, Verona 2015.

[5] Cf. G. Dossetti, Lettere alla comunità (1964-1971), a cura della Piccola Famiglia dell’Annunziata, Paoline, Milano 2006, 255.

[6] At 22, 3.

[7] G. Dossetti, L’identità del cristiano, EDB, Bologna 2000, 188.

[8] Cf. Incontro con una rappresentanza della diocesi di Ivrea, in Giuseppe Dossetti e il Medio Oriente, in «Egeria» 11/2017, 108-109.

[9] Sul tema della ‘crisi’ significative osservazioni in papa Francesco, Discorso ai membri del collegio cardinalizio e della curia romana, Roma 21 dicembre 2020.

[10] Cf. H. Wolf, Krypta. Unterdrückte Traditionen der Kinkengeschichte, C.H. Beck, München 2015.

[11] Cf. E. Castellucci, Il ministero ordinato, Queriniana, Brescia 2002.

[12] Cf. Gal 1, 6-10.

[13] Cf. M. Neri, Fuori di sé. La Chiesa nello spazio pubblico, EDB, Bologna 2020.

[14] Vedi le notazioni sul sistema clericale in Le ferite degli abusi I, a cura di A. Deodato – A. Cencini – G. Ugolini, Servizio nazionale per la tutela dei minori della CEI, Roma 2020, (disponibile online).

[15] Qui il discorso sul ministero dovrebbe allargarsi al diaconato maschile e femminile, cf. S. Noceti (a cura), Diacone. Quale ministero per quale Chiesa?, Queriniana, Brescia 2017.

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