Sui legami da benedire

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benedizione omosessuale

Il recente documento della Congregazione della Dottrina della Fede (15.3.2021) definisce le benedizioni uno strumento con cui «la Chiesa “chiama gli uomini a lodare Dio, li invita a chiedere la sua protezione, li esorta a meritare, con la santità della vita, la sua misericordia”» (Rituale Romanum).

Di conseguenza, nota la Congregazione, «per essere coerenti con la natura dei sacramentali, quando si invoca una benedizione su alcune relazioni umane occorre – oltre alla retta intenzione di coloro che ne partecipano – che ciò che viene benedetto sia oggettivamente e positivamente ordinato a ricevere e ad esprimere la grazia, in funzione dei disegni di Dio iscritti nella Creazione e pienamente rivelati da Cristo Signore. Sono quindi compatibili con l’essenza della benedizione impartita dalla Chiesa solo quelle realtà che sono di per sé ordinate a servire quei disegni».

Pertanto si afferma che «non è lecito impartire una benedizione a relazioni, o a partenariati anche stabili, che implicano una prassi sessuale fuori dal matrimonio».

L’amicizia

A questo punto mi chiedo se sia lecito benedire relazioni stabili che non implicano un esercizio della sessualità (genitalità), quale, per esempio, una relazione di amicizia, prescindendo dall’orientamento sessuale.

È sorprendente che nel Benedizionale non sia previsto un formulario per la benedizione di due amici che intendono vivere non una relazione fugace e passeggera, ma stabile, salda, fedele.

Il tema dell’amicizia era centrale nella riflessione filosofica degli antichi. Ne parlano Platone nel Liside, Aristotele nell’Etica Nicomachea, Cicerone nel Lelio. Basti pensare ai due amici per eccellenza della mitologia greca: Oreste e Pilade, uniti sempre, nella buona e nella cattiva sorte.

Nel rapporto con Pilade, il giovane Oreste trova la sua vera famiglia. «Siamo parenti: ma non per sangue, per amicizia», dice Oreste della sua relazione con Pilade in una tragedia di Euripide.

Mi chiedo: in una relazione di amicizia è ravvisabile ciò che è «oggettivamente e positivamente ordinato a ricevere e ad esprimere la grazia», come si afferma nel Responsum della Congregazione?

Non ritengo possa ravvisarsi alcun impedimento da parte della Chiesa per disporre del potere di benedire una relazione di amicizia, senza l’assillo per una possibile confusione con l’amicizia erotizzata (amore).

Non dimentichiamo che è proprio degli amori stabili la capacità di permettere di vivere amicizie limpide, come del resto è proprio delle vere e profonde amicizie aiutare le storie d’amore ad aprirsi e a dare respiro.

È opportuno specificare che «l’amicizia sarà esperienza di similitudine nell’alterità, mentre l’amore sarà avventura della differenza in tensione verso l’unità»[1].

Ma l’amicizia permette anche all’amore di purificarsi: «Quel fuoco oscuro delle passioni viene in un certo senso purificato dall’amicizia, che lo sublima e lo spiritualizza»[2], consapevoli che nell’amicizia vi è un funzionamento della sessualità del tutto specifico, che si può chiamare molto semplicemente castità.

La castità sarà quella virtù che aiuterà a vivere, gesti e parole secondo l’amore di Gesù, considerando ogni occasione di incontro con l’altro come opportunità di realizzazione del dono di se stessi. La castità domanda di permanere in un normale stato di conversione da tutto ciò che in ciascuno spinge per il possesso dell’altro, per la sua strumentalizzazione, il renderlo oggetto, il considerarlo in ordine alle proprie esigenze e alla propria “fame”. E ognuno, al di là del suo orientamento sessuale e del suo stato di vita, conosce le cadute e la vera fatica di questa conversione.

La castità è un equilibrio in continua evoluzione: la proporzione tra gesti corporei e profondità dei legami. È una strada di verità e di armonia, in cui il corpo si educa a una vastissima gamma di espressioni, arginando il brutale istinto a possedere. A ogni stagione, situazione e rapporto si adattano determinate forme di contatto, mentre altre possono risultare insufficienti o distruttive.

Grammatica dell’amore

Ritengo che per le nuove generazioni, sia eterosessuali sia omosessuali, una fenomenologia dell’amore casto è ancora da scrivere. Ma ciò non avverrà senza di loro, perché è la coscienza il santuario delle decisioni e in essa maturano risposte sempre nuove alla Legge.

Non dimentichiamo che ciò che nel Nuovo Testamento si chiama “dottrina” riguarda la salvezza che si sprigiona dalla carne di Gesù (2Gv 1,7-9). Il contatto liberatore con tale umanità è il cuore dell’ortodossia e fa saltare da principio ogni forma legalistica di morale.

In realtà, già nell’esodo è chiaro: il Sinai viene dopo il Mar Rosso, la Legge dopo la liberazione ed è un dono per non smarrirne la potente intensità. I comandamenti custodiscono il nuovo e la dignità di ciascuno. Il contrario di un ordine che uccide. Non c’è pagina dei vangeli in cui non appaia che per ogni persona, così com’è trovata, la via verso Dio è riaperta e che nemici di Dio sono coloro che usano la sua Legge per condannare, chiudere, dividere. A tutti gli uomini e le donne del nostro tempo e di ogni tempo la Chiesa non deve mostrare che questo. In modo comprensibile. Dal vivo.

Nella Bibbia si raccontano storie di amicizia. Si rimane positivamente sorpresi se si passeggiasse nella Bibbia alla ricerca di luoghi significativi che parlano, narrano e inneggiano alle dimensioni dell’universo dei legami.

Ci si trova dinanzi a quadri di rara bellezza sull’amicizia, l’amore coniugale, l’amore paterno e filiale. Nel viaggio attraverso l’universo dei legami, si va alla scoperta dei vari volti dell’amore, dell’amore d’amicizia, dell’amore di coppia, dell’amore di famiglia.  Se è vero che il Novecento ha segnato un ritorno alle sacre Scritture, dobbiamo rilevare che la sensibilità delle figure bibliche hanno solo debolmente inciso sulla proposta educativa cristiana.

L’amicizia non è solamente una forma di affetto o di passione, ma è una virtù. Per questo, con ragione, l’amicizia va intesa come un cammino in cui l’esperienza sempre nuova fa scoprire la gioia di ritrovarsi, il piacere di stare insieme gratuitamente, la facilità di comunicare reciprocamente in piena libertà, in un’atmosfera di essenzialità.

Tutto questo, a parer mio, è «oggettivamente e positivamente ordinato a ricevere e ad esprimere la grazia in funzione dei disegni di Dio iscritti nella Creazione e pienamente rivelati da Cristo Signore», come ribadito del Responsum.

«L’amicizia con l’altro è un’epifania dell’amicizia con Dio», ha scritto Thomas Merton. «Il sacro deve d’ora in poi liberarsi da una corteccia troppo fredda e troppo ieratica per entrare nel calore dell’amicizia, perché la comunicazione con la vita divina ha come sorgente l’Amico (cf. Gv 15,12-17)» (J. Galot, L’amicizia, valore evangelico).

Nella pace dell’anima e nella sintonia della comunione è più facile per analogia risalire all’Amico, a colui che “ci ha chiamati amici”. Sono significative al riguardo le parole di san Pier Damiani che scrive a un amico: «Portando gli occhi sul tuo viso, a te che mi sei caro, io elevo il mio sguardo a Colui che desidero di raggiungere unito a te».

Nella relazione amicale perfetta, «l’uomo mediante l’amico diventa amico dell’Uomo-Dio». Così Aelredo di Rievaulx parlava di ciò che possiamo considerare la dimensione teologica dell’amicizia.

Perciò una delle grandi sfide è saper guardare le amicizie con gli occhi della fede, che disvelano un senso profondo su di sé e la realtà storica che si vive. In fondo tutto è da ricondurre alla sete di relazioni che gli uomini hanno.

Roger Schutz si chiedeva se alla radice di questa intuizione esistenziale non vi fosse «una comunione altra, più essenziale, da raggiungere con Cristo». Lo dice in un altro modo Khalil Gibran, il poeta libanese dalla sensibilità spiccata per l’anima: «Nell’amicizia, non vi sia un altro fine che l’approfondimento dello spirito».

Da qui si potrebbe parlare di una dimensione sacramentale dell’amicizia[3]. Siamo infatti dinanzi a una forma di “trasfigurazione” quale compito sublime della relazione amicale: diventare amici di Dio, essere divinizzati.

Poetica

Vorrei concludere con un testo che, visto l’autore, può rassicurarci che parlare di amici non è evasione intimistica, non è sconfinamento nella privatezza, nella separazione. Il testo è una poesia di D. Bonhoeffer, pastore e teologo protestante, vittima dei campi di sterminio nazisti.

Nella sua poesia – intitolata L’amico[4] – parla di altri campi, i campi della vita, dove convivono le due necessità, quelle del grano – ci è necessario il grano – e quella del fiordaliso, l’amicizia.

A fianco del campo di grano che dà nutrimento
che gli uomini rispettosamente coltivano e lavorano
cui il sudore del loro lavoro
e, se bisogna,
il sangue dei loro corpi sacrificano,
a fianco del campo del pane quotidiano
lasciano però gli uomini
fiorire il bel fiordaliso.

Nessuno lo ha piantato, nessuno lo ha innaffiato,
indifeso cresce in libertà
e con serena fiducia
che la vita
sotto il vasto cielo
gli si lasci.

A fianco di ciò che è necessario,
formato dalla grave materia terrena,
a fianco del matrimonio, del lavoro, della spada,
anche ciò che è libero
vuol vivere
e cresce e in faccia al sole.

Non solo i frutti maturi
anche i fiori son belli.
Se i fiori ai frutti
o i frutti servano ai fiori
chi lo sa?
E però sono dati ambedue.

Il più prezioso, il più raro fiore
– nato in un’ora felice
dalla libertà dello spirito che gioca,
che osa, che confida –
è all’amico l’amico.

Non solo i frutti maturi
anche i fiori sono belli.
Se i fiori ai frutti
o i frutti servano ai fiori
chi lo sa?

Può essere provocatoria questa poesia di Bonhoeffer, per noi, che “sappiamo tutto”, noi uomini del realismo, abbiamo risolto il problema, cancellando o, quanto meno, esiliando tra le cose periferiche l’amicizia, forse non valutando gli esiti di questo deperimento.

Dovremmo forse chiederci come mai questa dimensione così preziosa nell’antichità e così innovativa in ambito biblico sia stata lasciata deperire fino a farla diventare quasi un optional nei rapporti umani, una modalità non rilevante, non incisiva, non necessaria nella vita delle persone se non nella loro fase adolescenziale e giovanile, mentre nella vita adulta si smarrisce quasi del tutto nel mosaico delle molteplici, e a volte intercambiabili, relazioni interpersonali, da non meritare neanche un formulario nel Benedizionale.

Dobbiamo ammettere che nella storia cristiana certamente le idee di fraternità e fratellanza sono prevalse su quelle di amicizia. Il principio è incontestabile: siamo figli di un unico Padre, e dunque inevitabilmente fratelli e sorelle. Ma l’immagine di fraternità andava letta nell’ottica di un generale appiattimento delle relazioni, un grigio livellamento? C’è il campo di grano, ma c’è anche il fiordaliso.

Sulla benedizione delle coppie omosessuali

Congregazione per la dottrina della fede: Responsum
Andrea Grillo: Coppie omosessuali: benedizione e potere
Roberto Oliva: Dio benedice il peccatore


[1] Cfr. R. Comte – J. Lacroix – R. Schutz et Al., L’avventura dell’amicizia, Magnano (Bi), Qiqajon, 2007, p. 117.

[2] Ivi, p. 22.

[3] Cfr. C. Caltagirone, L’amicizia come sacramento, San Paolo, Cinisello Balsamo (MI), 1998.

[4] D. Bonhoeffer, Poesie, Edizioni Qiqajon, Magnano (BI), 2011.

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3 Commenti

  1. Adelmo li Cauzi 21 marzo 2021
  2. giordano cavallari 18 marzo 2021
    • Domenico Marrone 18 marzo 2021

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