Saviano, violazione della Grotta

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Valicati i confini della decenza

La trovata di Roberto Saviano di postare un pensiero, o meglio qualcosa, sulla Natività, leggendola nell’orizzontalità più riduttiva, deprivata di ogni dimensione misterica e religiosa, non è accettabile in alcun modo.

Nessuno chiede a Saviano di condividere le dimensioni ora ricordate, ma è giusto pretendere che egli le debba tenere presenti, dal momento che sta scrivendo del primo evento del cristianesimo, che è «oggettivo», come lo qualificava Hegel, e non evapora, perciò, tra le fumerie delle pretese soggettivistiche, le ubbìe più capricciose e le ermeneutiche così cavillose che, alla fine, tentano di distruggere l’oggetto sacrificandolo al parossismo delle interpretazioni.

Il cristianesimo, la cui essenza è la persona stessa di Cristo (come ben sostiene il teologo italo-tedesco Romano Guardini), ha delle coordinate sue proprie, certamente non lasciate alla discrezionalità di poterle omettere, meno ancora di rendere l’intero evento natalizio nella non-forma, come avviene nel breve testo di Saviano, che decurta d’ogni specificità i tre maggiori personaggi del Presepio, e che, in nessun modo, può essere interpreta come un’operazione “veristica”, ma di una vera violazione dei significati unitari e differenti della Grotta della Natività.

Stupisce, soprattutto, la disinvoltura proterva con cui si ritiene di poter valicare tutti i segni demarcanti gli spazi del pudore, della riservatezza, del buongusto, del rispetto, posti a tutela delle comunità credenti che esprimono la loro pietà con codici linguistici propri, irrompendo dentro le plaghe del loro sentire religioso con irruenza a dir poco sguaiata, impropria e arrogante non poco.

natività

Roberto Saviano

Parole di scarso valore umano e culturale

Questo è il testo dello scrittore napoletano: «Stanotte la nascita di un bambino, nato tra contrazioni, dolori e sangue, come tutti. Da una madre carica di una responsabilità troppo grande, come tutte le madri. Con un padre spaventato, incerto su ciò che è giusto fare, come tutti i padri. Nato povero, in una famiglia costretta dalla burocrazia del censimento a un viaggio sfiancante. Celebro la nascita del Gesù uomo che, come tutti, viene scaraventato senza chiederlo nella vita e che, a guardarlo così, mi fa sentire meno solo. Buon Natale!».

Ma di quale bambino, di quale madre, di quale padre Saviano sta parlando? Veramente il suo dire è, di per sé, ermetico e incomprensibile, a meno che dia per scontato che bisogna intendere quello che egli intende su Gesù, Maria e Giuseppe, accettando perciò la riduzione dai lui compiuta sulle essenziali dimensioni cristiane riguardanti la loro identità personale…

Dottor Saviano, lo dico con schietta sincerità e all’inizio di quella che considero una specie di lettera a lei: questo suo intervento “natalizio” non è una carezza per i cristiani, ma un colpo violento, sferrato a braccio accorciato. Francamente, la grezza costrizione del compito di Gesù, Maria e Giuseppe (a questo punto non so se indovino il termine) in tre brevi espressioni all’insegna del “come tutti gli altri”, mi ha suscitato l’impressione di un parlare con i calcagni, vuoto, proprio come un dare calci all’aria.

Dottor Saviano, con quei suoi come tutti i bambini, come tutte le madri, come tutti i padri, lei ha piallato tutto, mentre i misteri cristiani non si prestano a essere livellati: così c’è una dimenticanza della singolarità cui il cristianesimo, invece, tiene tanto quanto tiene alla comunità, tanto che l’oscuramento della dimensione della singolarità è da ascrivere tra i più grandi rischi dell’odierna cattolicità.[1]

… e immagine del tutto inopportuna

Al suo testo Saviano ha fatto seguire l’immagine di una donna nell’atto di partorire, volendo evocare Maria che mette al mondo Gesù: è tale questa immagine da creare imbarazzo e forti perplessità, non attenuate dall’idea presumibile di Saviano che con essa non si vuole creare irriverenza o addirittura recare sfregio alla nascita di Gesù, ma richiamare semplicemente il realismo dell’atto biologico del generare in un contesto di discorso che vuole ricordare la normalità dei tre maggiori personaggi del presepio.

Gli è che uno scrittore vero non deve pensare di poter trattare la gente (parlo qui di quella cristiana) da credulona e sciocca: queste ragioni non convincono affatto.

Ma poi: quale sarebbe la normalità dei soggetti presenti al Natale? Non basta considerare solo quello che Saviano ritiene essere la Natività di Gesù, ma ciò che ritengono i destinatari del suo sgraziato “post”. Egli lo saprà che moltissimi dei suoi destinatari sono cristiani, almeno in un qualche modo, e che essi avrebbero diritto ad essere rispettati nella loro sensibilità religiosa e nel loro “Credo”. La libertà di tutti, anche quella dello scrittore, non è ipotetica e astratta, ma reale e situata nella vita delle comunità, le quali hanno diritto, al minimo, di non essere offese mai, nemmeno nella loro esperienza religiosa.

Saviano non ha considerato o non si è preoccupato del fatto che molti cristiani di limpida fede, a motivo delle sue parole e dell’immagine pubblicata a loro corredo, hanno creato vera sofferenza; anzi, il dolore incava ancora nelle nostre anime e probabilmente continuerà a farlo per molto. E speriamo che quella immagine scioccante non sia caduta sotto gli occhi di fanciulli e ragazzini, altrimenti chi potrebbe sedare il loro singhiozzo gelato e quello delle loro madri? Dottor Saviano, non bisognerebbe lasciare aperte, almeno ai bambini, le porte azzurre del sogno?

Un tonfo nello stile

Il “verismo” con la trovata natalizia di Saviano non c’entra nulla; né possiamo parlare di decostruzione, poiché questa è un’operazione culturalmente utile, doverosa e intelligente, quando vi sono le condizioni per farla e viene condotta e realizzata bene.

Neppure è il caso di parlare di demitizzazione che, sebbene discutibile in tanti punti e specialmente in alcune sue pretese eccessive, è il nome di un’operazione esegetica collocata nella storia della cultura biblica.

E credo che non sia avvicinabile neppure al cosiddetto “pensiero laterale” escogitato dallo psicologo maltese Edward De Bono, che intende proporre una modalità di risoluzione di problemi logici che prevede un approccio particolare al fine di sviluppare idee originali.

Qui si tratta semplicemente di caduta o di tonfo nello stile di uno scrittore che non ha espresso il meglio di sé con questo piccolo brano on line, anzi ha mostrato un basso livello sia di tipo culturale che comunicativo, a meno che si ritenga che il primo canone della comunicazione debba essere la volontà di stupire, cosa inaccettabile e irritante ormai.

Ebbene, nella sortita di Saviano il sospetto è che ci sia la volontà di non far perdere l’eco dell’attenzione alla sua persona nella folla dei possibili uditori e, questa volta, di visitatori di “post” con la targatura qualificativa dell’«in» in termini di sorpresa. è riprovevole che, per accrescere la rete di tale sequela, si usino i fili rugginosi della dissacrazione.

È proprio necessario riserbare maggiore attenzione all’uso eticamente corretto della comunicazione su Internet perché un messaggio, ad esempio problematico o scorretto o offensivo dato con tale “mezzo”, non è più controllabile e i suoi danni possono diventare permanenti o comunque avere un’eco lunga. «Internet – ha scritto il presidente del Pontificio Consiglio delle comunicazioni sociali – può unire le persone, ma può anche dividerle, sia come individui sia come gruppi diffidenti l’uno nei confronti dell’altro […]. È già stato utilizzato in modo aggressivo, quasi come un’arma di guerra, e si parla già del pericolo rappresentato dal “ciber-terrorismo”».[2]

La limpida laicità non autorizza mai a offendere

Il non credente non ha motivi in più per offendere. Mi pare di sapere che Saviano non sia credente. Nel caso fosse vero, mi permetto di dire che questo mi toglierebbe una amabilissima sorpresa, quella che talora fa lietamente imbattere sulla parete di un lucido stupore, come quando un intellettuale non credente si mostra tollerante e rispettoso col pensiero cristiano.

Qui pongo qualche domanda semplice e – penso – legittima: il non credere è forse una patente che abilita a una delle strumentalizzazioni peggiori, quale tenere il proprio nome o la propria idea sempre nel focus del dibattito, della polemica, della quaestio? Si spera che ciò non sia, meno ancora se fosse per vanità, per esibizionismo infrenabile o per motivi d’interesse.

Ma qui non è già pronta la risposta sulla democraticità e, più ancora, sulla laicità che autorizzerebbero all’uso della libertà più ampia nell’espressione del proprio pensiero e nella scelta delle proprie iniziative? La risposta a questa domanda è pacifica: sulla bontà della laicità non ci sono dubbi in gran parte del mondo cattolico, soprattutto dopo che essa è stata riconosciuta e insegnata dal concilio Vaticano II (cfr. Gaudium et spes, n. 36).

Deve però trattarsi di limpida laicità. Porto un solo esempio della pratica di siffatta laicità. è quello di Norberto Bobbio. Di cultura laica, si dispiaceva di non credere. All’inizio del nuovo Secolo si rifiutò di firmare un manifesto sulla laicità, motivando il suo diniego con queste parole: «[C’è] un linguaggio insolente da vecchio anticlericalismo, irrispettoso, posso dirlo in una parola? non laico, umorale, che non si esprime attraverso argomenti e quindi sembra voler rifiutare ogni forma di dialogo».[3]

Tornare alla cultura del rispetto

Sul tema della laicità, dunque, occorre un’attenzione continua: deve trattarsi sempre di inequivoca laicità che, pertanto, come tale va osservata, custodita e motivata, nella reciprocità fra i soggetti che la debbono realizzare, ossia fra credenti e non credenti, fra non credenti e non credenti, fra credenti e credenti, non dimenticando che sempre c’è la tentazione di assumere posizioni intolleranti e irrispettose dentro le stesse aggregazioni religiose e dentro le stesse Chiese cristiane, ma anche dentro le stesse militanze culturali e politiche. Quando non è limpida, la laicità può diventare, ad esempio, una forma viscida di relazioni e può assumere la forma di un assemblaggio senza regola alcuna, che autorizza a passare a piedi sporchi anche sulle icone più care e amate del cristianesimo.

è un fatto: messaggi dissacranti si rivolgono spesso con altera supponenza al mondo cristiano e talora si tessono reti ostative all’azione pastorale della Chiesa appunto in nome di una non limpida laicità che, ironicamente, finiscono per entrare in contraddizione e smentire se stesse apparendo come pretese cavillose e immotivate, insomma più volte a ferrare l’oca che a fare qualcosa di buono.

è ora di tornare al rispetto rigoroso dell’altro, ossia dell’altro volto, dell’altro colore della pelle, dell’altro rappresentato dalla non credenza (che è la religione), dell’altra religione, dell’altra cultura… L’etica dell’alterità dei Neoebraici (Buber, Lévinas, Rosenzweig), alla quale il mondo cattolico volge lo sguardo con ammirato rispetto, non ha convinto molti?

Non siamo in grado di sopportare tutto

La mancanza di rispetto è da rielencare fra i doveri e i valori, scomparsi in modo impressionante in questi ultimi tempi. Scrittori e giornalisti debbono anch’essi entrare in quest’opera di salvaguardia, di ricostruzione e di custodia di questi aspetti educativi e umanistici venuti meno nel vivere odierno. Bisogna che gli intellettuali tornino ad aiutare gli uomini a farsi uomini e a restare tali. Un proverbio dei cabili del Nord Africa lo insegna col registro della cultura di popolo: «L’uomo è uomo tramite gli altri uomini; Dio solo è Dio grazie a se stesso».

Dottore, questo punto è uno degli appuntamenti necessari d’incontro fra credenti e non credenti. Lo dico a lei con fiducia, proprio quando non è l’ora più alta del suo mestiere di scrittore e di giornalista. Torniamo tutti alla bellezza policroma del rispetto, della tolleranza e della convivialità. Finisca questo brutto non-stile dell’aggressività culturale e comunicativa perché non se ne può più di tale grevità del dire e dell’agire a offesa di molti e, in modo più colpevole, a danno dei poveri d’ogni natura.

Dottor Saviano, non dimentichiamo uno dei sicuri esiti memorabili di Immanuel Kant, benché maestro “anceps” della cultura contemporanea: siamo nell’epoca del limite… Ci sono i limiti da rispettare da parte di tutti: nei tempi, nelle misure, nelle parole e anche nei… pesi. Non siamo in grado (anche volendo) di sopportare e di tollerare tutto e – attenzione! – ricordiamo, con responsabilità per noi e per gli altri, che «di pesantezza si muore», come ammonisce, anche per i nostri giorni, Blaise Pascal.

“Scherza con i fanti e lascia stare i santi…”

Dott. Saviano, voglio chiudere questa convinta critica alla sua “sorpresa” natalizia, che ha lasciato una grigia mestizia in molti cattolici. Lo faccio immaginando di essere nelle vicinanze, quasi ai lembi di quella Grotta lontana, che andrebbe tenuta fuori sia da approcci aggressivi sia da utilizzazioni, da parte di altri, come se quella benedetta Grotta potesse essere usata come fosse un talismano o un monile utilizzabile per la propaganda politica.

Si lasci quella Grotta a rappresentare il segno della più profonda vicinanza di un “Dio piccino”, che si è umilmente piegato al lungo e umile tirocinio del farsi uomo nella scuola di Maria, che l’ha realizzato sulla traccia di molteplici verbi: il lallare, l’imparare a sillabare, a parlare, a mangiare, a bere, a camminare, a relazionare… E questo nella logica dell’Incarnazione che prevede che il Piccolo di Dio e di Maria condivida in tutto, meno la colpa, la condizione umana, che è chiamato a salvare da vicino e dall’interno, dacché «Dio non si è legato alle pietre ma alle persone» (Joseph Ratzinger).

In cambio di tutto questo, accettiamo l’invito della sapienza di popolo: “Scherza con i fanti e lascia stare i Santi”. Bisogna rimettersi a camminare sulla via pulchritudinis. La bellezza ci è necessaria a tutti i livelli. Le plaghe della nostra società e della Chiesa non possono diventare gli spazi degli odi, del cinismo, del brutto, dell’uso irresponsabile dei mezzi di comunicazione sociale per scopi non degni della gente che, prima d’ogni altra considerazione, andrebbe aiutata e rispettata tanto di più.

Dottor Saviano, mi astengo in modo netto dal giudicarla, ma debbo parteciparle alcune mie percezioni ed esporle un qualche sommesso desiderio. Anzitutto, col tema che lei ha schizzato su Gesù, Maria e Giuseppe, davvero non siamo arrivati al diapason, perché risulta un brutto testo che non conosce punti alti a nessun livello.

Le suggerirei di non piallare più i misteri, le identità personali, gli ossimori del cristianesimo: questi non sopportano tale operazione. Infine, le chiederei di non toccare più, con espressioni grezzamente semplificative, la figura di Maria di Nazaret e di non rievocarla con immagini inadatte, almeno per il motivo che i cristiani (e non solo loro) la ritengono la Donna più degna dell’intera storia umana.

Il mio desiderio sincero è che lei non lasci di dedicarsi al tema mariano, ma lo accosti col garbo di Massimo Cacciari che, or non è molto, ha scritto un piccolo libro su di lei, trattando il suo stesso tema (Generare Dio, il Mulino, Bologna 2019), ma lo ha fatto con rispetto alto e soprattutto con la limpida laicità di cui si parlava.


[1]Cf. K.  Rahner, Pericoli del cattolicesimo contemporaneo, Paoline, Alba 19942.
[2] John P. Foley, Etica in Internet, 22 febbraio 2002.
[3] Manifesto laico, a cura di Enzo Marzo e Corrado Occone, Laterza, Roma-Bari 1999, p. 123.

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8 Commenti

  1. Fabio Dipalma 7 gennaio 2020
  2. The white knight 1 gennaio 2020
    • Vito Romaniello 1 gennaio 2020
      • The white knight 2 gennaio 2020
  3. Claudio Bargna 1 gennaio 2020
  4. Vito Romaniello 1 gennaio 2020
  5. Vito Romaniello 1 gennaio 2020

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