Polonia: le donne si ribellano alla Chiesa?

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sentenza corte

Per la prima volta i manifestanti attaccano le chiese in Polonia. Per la prima volta i vescovi avvertono come eccessiva la tutela della forza politica del governo. Per la prima volta si registra un’esibita distanza fra la Chiesa e le donne.

Tutto questo avviene in Polonia in una manciata di giorni. Il 22 ottobre la Corte costituzionale ha dichiarato incostituzionale uno dei casi previsti dalla legge sull’aborto in vigore dal 1993. In essa lo si riconosce legittimo quando è in pericolo la vita della madre, quando la fecondazione è avvenuta per stupro o incesto e quando una visita medica abbia certificato la probabilità di danni gravi o irreversibili al feto o una sua malattia incurabile e pericolosa. Quest’ultimo caso è considerato dai giudici della corte suprema come contraddittorio rispetto alla Costituzione del paese.

È anche il caso più frequentemente invocato per ottenere l’aborto che nel paese non supera i 2.000 casi, anche se i gruppi femministi moltiplicano per cento le procedure avvenute in clandestinità o all’estero.

Celebrazioni interrotte

Poche ore dopo la sentenza, il presidente della Conferenza episcopale polacca, il vescovo di Poznan Stanilaws Gadeki, manifesta un pieno apprezzamento alla decisione dei giudici. «La vita di ogni persona ha lo stesso valore davanti a Dio e deve essere protetta nella stessa misura dallo stato». Cita Giovanni Paolo II che ricorda come l’atteggiamento verso i più deboli debba essere considerato la misura della democrazia e della sanità di una società.

Nel frattempo, monta la rabbia dell’opposizione trainata dalle donne che avevano già manifestato mesi fa contro il progetto di legge restrittiva rispetto a quella del 1993. Si accendono le manifestazioni e gruppi più radicalizzati interrompono le celebrazioni liturgiche di domenica 25, deturpano con frasi ingiuriose i muri delle chiese, accusano la Chiesa di avere contribuito in maniera determinante all’esito della sentenza che permetterà al parlamento di approvare la legge più restrittiva.

Il lunedì sera si calcolano in 250 mila le persone che manifestano a Varsavia, 60.000 a Breslavia. Sono numerose anche a Cracovia, Stettino e Lodz.

Mons. Gadeki interviene di nuovo (25 ottobre) per chiedere correttezza nel dialogo e confronto sociale denunciando agli atti di violenza che hanno impedito ai fedeli di partecipare all’eucaristia. Ricorda la continuità e le ragioni della cura della vita sempre difesa dalla Chiesa e sottolinea che «non è la Chiesa a fare le leggi del nostro paese e non sono i vescovi che prendono le decisioni di conformità o meno di esse alla Costituzione della Repubblica polacca».

Pur concedendo qualche spazio alle reazioni emotive, ricorda che la volgarità, la violenza e le profanazioni non sono coerenti con i metodi della democrazia. Incoraggia un dialogo sociale corretto e rispettoso sui diritti della vita e delle donne e invita i media e i politici a non esasperare le tensioni mettendo a rischio la pace sociale.

I crociati e i nichilisti

Le tensioni attraversano anche il corpo ecclesiale. Il portavoce della Conferenza episcopale, p. L. Gesiak, ammette l’esistenza di problemi nel dialogo della Chiesa con la società. «Forse è una sconfitta del nostro linguaggio» non più adatto all’evoluzione delle mentalità. Intervento che ha dovuto puntualizzare per evitare incomprensioni all’interno.

Il 27 ottobre il presidente del consiglio, Mateusz Morawiecki, chiede l’intervento dell’esercito a difesa delle chiese e per disciplinare i comportamenti sociali in ordine all’esplosione dei numeri della pandemia (oltre 16.000).

Più grave l’intervento del presidente del partito di governo (PiS), Jaroslaw Kaczynski, che chiama elettori e simpatizzanti a difendere le chiese «a tutti i costi». «Dobbiamo dire di no a chi vuole distruggerci, difendiamo la Polonia» davanti a chi ha un impianto morale nichilista. Scatenando le ire del’opposizione che denuncia un appello alla guerra civile.

Il 28 ottobre si riunisce in forma straordinaria il consiglio permanente della Conferenza episcopale e lancia un appello per la difesa della vita e la pace sociale. Richiama l’intervento del mattino di papa Francesco durante l’udienza generale.

Dopo aver ricordato la memoria liturgica di san Giovanni Paolo II e la sua esortazione per la cura  «degli ultimi e degli indifesi e per la tutela di ogni essere umano dal concepimento fino alla morte naturale» così Francesco prosegue: «chiedo a Dio di suscitare nei cuori di tutti il rispetto per la vita dei nostri fratelli, specialmente dei più fragili e indifesi, di dare forza a coloro che la accolgono e se ne prendono cura, anche quando ciò richiede un amore eroico». I vescovi invitano le istituzioni e le Chiese locali ad aiutare e a proteggere le madri in difficoltà, denunciano le aggressioni e i linguaggi volgari, chiedendo a «tutti di impegnarsi in un dialogo sociale rispettoso».

I politici vengono esortati «ad analizzare a fondo le cause della situazione, cercando vie d’uscita nello spirito della verità e del bene comune, senza strumentalizzare la fede e la Chiesa». La distanza dal PiS è visibile nelle parole successive: «Ringraziamo i pastori e tutti i fedeli laici che difendono con coraggio le loro chiese. Nessuno può difendere la Chiesa e i suoi tesori sacri meglio di una comunità di credenti. Ringraziamo anche i servizi di polizia. La Chiesa resta aperta a tutti, indipendentemente dalla loro appartenenza sociale e politica».

Si ricorda poi la necessità di ottemperare alle rigide disposizioni per impedire l’esplosione della pandemia, chiamando i credenti al digiuno, alla preghiera e alla solidarietà.

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Un commento

  1. Antonio B 1 novembre 2020

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