Una storia della teologia giapponese

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La Storia della teologia giapponese, curata da Yasuo Furuya e tradotta ora in italiano dal saveriano Tiziano Tosolini, ha avuto un’evoluzione singolare e un accidentato percorso di diffusione.

È uscito nel 1992 in Giappone per i tipi della Jordan Press di Tokyo con il titolo Nihon no Shingaku, prima di arrivare nel 1997 alla prima traduzione inglese. Singolarmente, però, la sua prima edizione assoluta è stata in lingua tedesca, pubblicata con il titolo Theologiegeschichte der Dritten Welt, Japan da Christian Kaiser Verlag a Monaco nel 1991.

L’edizione in lingua italiana propone dunque un testo fondamentale per la comprensione di un campo di studi poco o nulla conosciuto all’estero ma che ha originalità e ampie possibilità di sviluppo. A tradurre il volume dalla versione inglese e giapponese e inserirlo nella collana “Monumenta Missionalia” edita dal Centro Studi asiatico dei Saveriani di Osaka (il volume è ora pubblicato da Chisokundo Pubblications), è stato padre Tiziano Tosolini, per lungo tempo in Giappone e docente di Filosofia all’Università Gregoriana, che, nel nel 2014 ha arricchito la stessa collana del volume Dizionario di Shintosimo, altro testo mancante e necessario nel panorama editoriale italiano per accedere alla tradizione spirituale autoctona del Giappone.

Un libro, quello di Furuya, importante per i cambiamenti significativi e per certi aspetti radicali che manifesta nel pensiero teologico nipponico, in particolare dal 1970. “Avevo letto questo piccolo libro di Furuya appena arrivato in Giappone nel 1999 e ero rimasto colpito dalla sua originalità e profondità, ma anche dalla difficoltà, non solo linguistica”, ricorda Tosolini. “Perché – sottolinea il missionario – è la raccolta di esperienze di teologi che raccontano se stessi o anche i loro maestri, senza interpolazioni o pericoli di fraintendimenti, essi stessi fautori di questa teologia giapponese che vanno sviluppando”.

Da quello che è il primo libro di teologia giapponese tradotto nel nostro paese, emerge anche, sottolinea padre Tosolini, “un bel dibattito tra filosofia e teologia insieme autoctona e in dialogo”, rendendo quindi l’impegno esemplare, “perché inserisce un tassello tra altre teologie più strutturate, dando una visione più estesa del quadro teologico”.

Gli autori del testo (oltre a Furuya: Akio Doi, Toshio Sato, Seiichi Yagi, Masaya Odagaki) sono più protestanti che cattolici, ai margini dell’orizzonte teologico anche orientale. Il discorso di cui sono espressione i saggi contenuti nel volume è nato all’interno dei loro circoli, ma con il tacito desiderio di diffondere il proprio pensiero anche all’esterno.

Nei prime tre capitoli il libro propone quindi una storia della teologia giapponese senza discuterne gli esiti, nel quarto (che copre il periodo successivo al 1970), vi è un apporto di rilievo degli autori a una teologia alla ricerca di una nuova centralità. Elaborando anche le tesi sulla necessità di conservare la propria unicità pur nella convergenza con altre fedi sostenuta dal buddhista Nishida Kitarō, esponente di punta della Scuola di Kyoto e considerato il maggiore filosofo giapponese moderno. Inoltre, è in quel periodo che si iniziano a sviluppare teorie teologiche autoctone e non di origine o ispirazione anzitutto americane come avveniva in precedenza. Non a caso, il presbiteriano statunitense James M. Phillips, ha individuato nel volume uno strumento che cerca di penetrare “la cortina di bambù” che aveva fino ad allora separato la teologia giapponese da osservatori ed esperti che non conoscevano il giapponese.

Nell’epilogo del libro, Furuya avvia una riflessione sulla situazione teologica successiva al decesso dell’imperatore Hirohito (Showa) nel 1989. Un evento che per molti giapponesi ha rappresentato la fine di un’era lunga e tormentata della storia giapponese, segnata da militarismo, conflitti e devastazione nucleare, ma anche dalla rinascita e da uno sviluppo accelerato.

Parlando del testo da lui tradotto, padre Tosolini spiega l’interesse per le tematiche affrontate.

«L’ho ripreso in mano dopo 18 anni di permanenza in Giappone – ricorda – trovandolo molto stimolante, anche perché la teologia successiva al 1970 ha molti riferimenti alla scuola filosofica di Kyoto – (Kyōto-gakuha), movimento che, in particolare nell’Università imperiale di quella città, tentò una revisione degli aspetti religiosi e morali della tradizione estremo-orientale alla luce della fede e della filosofia dell’Occidente – che avevo imparato a conoscere, oltre che a tradurre per il più vasto pubblico italiano».

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