Toh, è sparito l’altare!

di: Carlo Gelmuzzi

Il nuovo parroco, giovane, ha abolito l’altare posto nel presbiterio e rivolto verso il popolo. Mi sono sentito un po’… Allora gli ho scritto così.

Caro don Gabriele,

ho messo a punto queste note cercando così di portare a galla in modo ragionato alcuni sentimenti o sensazioni che vivo adesso ogni volta che vengo alla messa domenicale. Te le comunico volentieri. Tu fanne quello che vuoi. Puoi cestinarle, puoi rispondermi, puoi girarle a qualche tuo amico prete se vuoi. Fanne quello che vuoi. In ogni caso, questo è quello che c’è nel cuore e nella testa di un tuo parrocchiano.

Manca qualcosa

Venendo alla messa domenicale, all’improvviso e senza alcuna spiegazione io mi sono sentito privato di qualcosa. Qualcosa da me percepito come importante. Importante, perché vissuto così fin dagli anni della mia giovinezza, vale a dire da pochi anni dopo avere smesso di essere stato un chierichetto attento e sempre presente alla messa domenicale e anche feriale, alla messa “come si diceva una volta”, avrebbe detto mio padre.

Ebbene, nonostante una ritrovata vivacità comunicativa nell’omelia, e non solo nell’omelia, quando vengo adesso a messa la domenica, ho netta la sensazione che mi manchi qualcosa che ho sempre vissuto come significativo, eloquente, efficace nella sua funzione simbolica fin dagli anni della mia giovinezza.

La messa di una volta e quella di adesso

Rispetto alla messa “come si diceva una volta”, cioè quando io ero chierichetto, e un chierichetto già consapevole perché, nel 1967, anno della riforma liturgica, io avevo già 19 anni, la messa che ora viene celebrata qui a Colombaro è ricca di tanti di quegli elementi che il decreto conciliare Sacrosanctum concilium aveva riproposto e raccomandato. Elementi ripresi da una tradizione che li aveva dimenticati. Elementi che, appunto negli anni della mia vita da chierichetto bambino e preadolescente, non avevo mai conosciuto, vissuto e praticato in quella liturgia “di una volta”.

C’è bisogno di elencarli? Forse sì, anche perché, don Gabriele, tu sei venuto al mondo dopo che la riforma liturgica era già stata introdotta e dunque non hai conosciuto né vissuto nulla del mondo liturgico nel quale invece io sono cresciuto e nel quale ho ricevuto la mia educazione alla preghiera personale e collettiva, come singolo credente e come Chiesa.

Venendo a messa la domenica, penso sempre che, per te, quella antica liturgia deve essere un po’ come era per me la vicenda della guerra vissuta da mio padre. Guerra da lui vissuta giusto poco prima di mettermi al mondo. Cosa potevo avere io, nella mia mente, nella mia coscienza, di quella storia e di quella esperienza che invece aveva segnato profonda-mente la vita di mio padre? Ovviamente quasi nulla.

Ecco quindi qualcuno di questi elementi, elencati a caso, che hanno fatto uscire me da quella “preistoria” liturgica che tu, per ragioni anagrafiche, non hai né conosciuto né vissuto:

  • la ricchezza biblica nel ciclo delle letture
  • l’omelia imperniata sui testi biblici appena proclamati
  • la preghiera dell’assemblea formulata direttamente da chi vuole dei suoi membri
  • la lingua italiana che ha dissolto quel clima di mistero, di riservato, di esclusivo che faceva del prete celebrante un’altra cosa rispetto a noi fedeli riuniti
  • l’unità e la pari importanza di due mense, e non più una sola: quella della Parola e quella del pane e del vino
  • la partecipazione all’eucarestia in entrambe le sue dimensioni: il pane e il vino, togliendo al vino eucaristico un’esclusiva riservata al prete che escludeva i fedeli
  • la concelebrazione quando sono presenti più preti. A questo proposito quante messe ho servito agli “altari laterali” mentre gli altri miei colleghi chierichetti servivano altri preti intenti a dir messa per loro conto nella stessa chiesa agli altri “altari laterali”!

Tra tutti questi elementi, già presenti nella Sacrosanctum concilium, ha poi preso forma anche un altro elemento, anch’esso molto eloquente e tratto dalla più antica tradizione: l’altare posto al centro del presbiterio, o in mezzo ai fedeli, comunque riproposto maggiormente come mensa dove i commensali gli stanno attorno, dove il pane e il vino eucaristici stanno in modo più evidente al centro della assemblea e dell’azione liturgica, e dove il prete presiede e celebra mettendo meglio in evidenza la comunione che si attiva tra lui, i fedeli e il Signore in mezzo a tutti.

Ecco, mentre gli elementi precedenti sono ora in qualche modo presenti nella messa domenicale, quest’ultimo elemento è stato improvvisamente abolito. Stavo per dire: mi è stato improvvisamente sottratto. E io ogni domenica mi chiedo: perché?

Un “davanti” e un “didietro”

E mentre non trovo una ragione che mi risponda in modo convincente a questo “perché?”, vengono a galla altre sensazioni, altri pensieri. Con l’abolizione improvvisa di questo elemento così caratteristico della riforma liturgica, mi sono ritrovato improvvisamente a dovere fare mia, di nuovo, una modalità di dare importanza e significato all’eucaristia che è secentesca e barocca. Modalità figlia di una concezione dell’altare così come aveva preso corpo nelle nostre chiese settecentesche e barocche. Bello artisticamente, di una solennità spettacolare e teatrale tipica del barocco, ma proprio per questo appartenente a un mondo che non è il nostro, nel quale non ci muoviamo con immediatezza con le fibre più profonde di noi stessi.

L’altare barocco è concepito con una facciata sfavillante e molto teatrale, appunto come il fondale di un palcoscenico, e con un retro che, nell’uso che oggi se ne fa in tutte queste chiese, è poco più di un ripostiglio, uno spazio in cui appoggiare arredi.

Attenzione bene: in origine, il retro dell’altare era uno spazio di preghiera, anzi il più importante spazio di preghiera, ancora più importante della navata riservata ai fedeli, in quanto si trattava di un coro riservato alle autorità religiose. Un coro di tipo monastico per gli ecclesiastici, i quali erano appunto obbligati alle ore del breviario monastico.

Ma, da quando questo mondo non esiste più, il retro di questi altari teatrali è sempre stato quasi un ripostiglio. Lo so bene perché per molti anni io ne ho fatto questo uso da chierichetto.

Adesso, all’improvviso, con la sparizione dell’altare nel presbiterio, mi viene riproposta di nuovo questa modalità del teatro barocco, per di più con un coro per la preghiera delle ore forzatamente ridotto a ripostiglio, come fosse un modo più consono, più adeguato, più alto per esprimere il senso e l’importanza che ha l’eucaristia per me, per la comunità cristiana.

Io mi trovo un po’ spaesato. Infatti, non riesco a buttare fuori dalla mia testa una domanda irriverente. E riconosco che è irriverente e forse superficiale, ma è la teatralità barocca a cui sono stato ricondotto che me la impone.

E la domanda è questa: abbiamo introdotto nella considerazione e nella venerazione che dobbiamo avere dell’eucaristia il concetto di un “davanti” e di un “didietro”? Esiste un “davanti” che riconosco facendo inchini, genuflessioni, accendendo candele, e un “didietro” che, invece, non ha bisogno di questi riconoscimenti perché centra poco con l’eucaristia, così come il retro di un fondale non ha importanza per ciò che avviene sul palcoscenico?

Io faccio fatica a fare mia, di nuovo, questa modalità di dare importanza all’eucaristia come fosse il modo migliore, anzi l’unico modo. La presenza dell’altro altare in mezzo al presbitero, mi aiutava, invece, ad avere una comprensione che mi sembrava più vicina e più adeguata sia all’eucaristia sia alla nostra sensibilità.

E poi c’è un’altra cosa, anch’essa irriverente e forse superficiale, a cui questi altari barocchi con i loro tabernacoli modellati per le particole ci hanno assuefatti. Ed è una concezione dell’eucaristia fortemente limitata al solo pane, alle particole. Infatti, nell’immediata comprensione dell’eucaristia, tutti pensiamo sempre e solo alle particole di pane. Ma i Vangeli ci attestano che Gesù ha legato la sua forza, il suo spirito, la sua vita alla condivisione dei due elementi del pane e del vino. In modo uguale. Non, per esempio al solo vino. E infatti se già la mettessimo così, il vino anziché il pane, andremmo subito in imbarazzo!

Ma questo tipo di altare ha modellato la nostra concezione dell’eucaristia essenzialmente come pane, come particole. Invece, l’altare nel presbiterio, spoglio, simile a una mensa, privo di tabernacolo, più facilmente sollecitava in me una comprensione dell’eucaristia nella sua duplice dimensione di pane e di vino.

Capisco che possano sembrare osservazioni bizzarre. Ma quante sono le bizzarrie nella vita che, per via dell’assuefazione, non avvertiamo nemmeno!…

Però per me era così, l’altare posto al centro del presbiterio, concepito appunto come una mensa, proprio per la sua valenza simbolica mi aiutava molto a pensare e comprendere l’eucaristia in un modo che avvertivo come più adeguato, più completo, meno parziale, meno soggetto a eventuali stramberie come possono sembrare questi pensieri. Stramberie sì, ma tant’è… non riesco a togliermeli dalla testa.

Perché l’altare è stato rimesso al centro

Ma c’è anche un’altra ragione, e forse questa è più condivisibile anche da parte tua. Ed è la ragione più forte che mi spinge a mettere in fila questi pensieri ogni volta che vengo a messa la domenica. Noi sappiamo bene come, alla pari con il pane e il vino eucaristici, sia “corpo” di Cristo anche la sua comunità, la sua Chiesa. Sono parole sue, ben interpretate da Paolo (Mt 18,20; 1Cor 12,27; Col 1,18). Chiesa di cui lui è la testa e noi tutti le sue membra. Dunque, quando l’assemblea si ritrova “in suo nome” la domenica, i “corpi” di Cristo sono almeno due: appunto la sua comunità radunata nel suo nome e il pane e il vino eucaristici. Entrambi – entrambi! – sono presenza viva del Signore risorto.

Ed è tenendo presente soprattutto questo dato che mi sono spiegato perché, con la sparizione improvvisa dell’altare posto in mezzo al presbiterio e rivolto verso i fedeli, ho netta la sensazione che mi sia venuto a mancare qualcosa, qualcosa di significativo.

E questo qualcosa mi è venuto a mancare perché sappiamo bene come la liturgia sia fatta di simboli, e la disposizione dell’altare è senz’altro uno di questi simboli, anzi forse il più potente ed eloquente di tutti. Tanto è vero che, insieme con l’introduzione della lingua italiana, è sempre stato percepito come l’elemento più significativo della riforma liturgica introdotta a partire dal 1967. Riforma liturgica sulla quale la mia generazione è cresciuta e si è formata.

E dunque il primo messaggio, così efficacemente segnalato dal simbolo dall’altare posto nel presbiterio e rivolto verso l’assemblea, è che è l’assemblea tutta, in quanto corpo di Cristo, che celebra l’eucaristia.

Il celebrante la presiede, certo, ma l’azione eucaristica è un’azione corale, di tutta la comunità riunita. Chi la presiede non “dice messa” più di quanto non “dica messa” tutta la Chiesa riunita intorno all’altare. Chi la presiede pronuncia la grande preghiera eucaristica, l’anafora, ma lo fa in quanto portavoce di tutta l’assemblea. E l’Amen finale dell’assemblea dice tutta la sua partecipazione.

Ecco, con la sparizione dell’altare posto simbolicamente al centro del presbiterio e rivolto simbolicamente verso l’assemblea, questo messaggio mi arriva depotenziato, svalutato, come superfluo. E’ un po’ come ricacciato sotto quel tappeto che adesso tiene il posto dell’altare.

E poi c’è anche un altro messaggio, altrettanto importante, che, sempre sul piano simbolico, mi è venuto a mancare. Ed è la centralità del pane e del vino, memoria vivente e vivificante del Signore Gesù, in mezzo alla sua Chiesa, in mezzo ai suoi discepoli. Centralità e punto di incontro che ci fa tutti “fratelli”, più che fedeli devoti. Gesù non ha detto: “dove sono due o tre riuniti nel mio nome io sono davanti a loro”, ma “io sono in mezzo a loro” (Mt 18,20).

Dalla riforma liturgica in poi io non ho più avvertito come una mancanza di rispetto e di considerazione il fatto di riunirci intorno alla mensa eucaristica, anziché davanti, lontani, tutti in fila. Come accadeva a me quando, da militare, ci mettevano tutti in fila perché là, davanti, in alto, si mostrava un superiore.

La comunione vale più della scenografia

E così, ogni volta che vengo alla messa domenicale, avverto molto più di quanto non l’avvertissi prima un rischio. Il rischio di essere costretto a dare significato a qualcosa che solo indirettamente solennizza e dà importanza alle cose che si stanno facendo. E sono gli elementi cerimoniali: candele, inchini, genuflessioni ecc.

Avverto maggiormente il rischio di dovermi attaccare a queste cose secondarie, e che l’altare barocco e scenografico sollecita, anziché percepire in modo più evidente la cosa principale, cioè la comunione che dovrebbe pervadere le menti e i cuori dei presenti. Comunione che l’altare posto in mezzo ai fedeli invece, data la sua valenza simbolica, suggeriva e sollecitava. Comunione accesa in modo percepibile nella relazione che più facilmente si instaura tra i presenti con un qualche scambio, con un po’ di affettività, una qualche possibilità di comunicare agli altri ciò che si pensa, si sente, si vive, si esperimenta quando si è intorno a una mensa piuttosto cha davanti a un palcoscenico.

Non è che l’altare posto nel presbiterio e rivolto verso l’assemblea automaticamente sia capace di questo, ma lo indica meglio, lo suggerisce in modo più diretto ed eloquente. Invece, di fronte all’altare barocco e scenografico siamo più facilmente sollecitati a stare tutti in silenzio, non dico a ignorare il fratello che mi sta di fianco, ma a metterlo in second’ordine rispetto alla solennità di ciò che mi sta di fronte.

Durante la celebrazione eucaristica poi siamo tutti rivolti alle spalle del prete che, a sua volta, è rivolto ad un impercettibile ed estraneo punto cardinale che nessuno di noi trova immediatamente significativo per se stesso, per il Vangelo e per la fratellanza a cui siamo chiamati.

Per me è più difficile in questo modo ritrovare la forza che potrebbe scaturire dal pane e dal vino che abbiamo tra noi, ritrovare la fraternità, la comunione, la solidarietà in Gesù che ci aiuta a vivere un po’ meglio. Non dico che tutto questo sia assente, dico che è meno significato, meno suggerito, meno posto in evidenza.

Sono perfettamente consapevole che la mia generazione non è la tua. So bene che io faccio parte dei vecchi, del tempo passato, e che questo passato pesa sulle mie spalle e che mi segna profondamente. Tu invece sei giovane, fai parte della generazione che è il presente, che modella il futuro. Ma questa è stata l’esperienza della mia generazione. Non posso né uscirne né, tanto meno, fingere di dimenticarla.

Certo della tua amicizia sincera e della tua comprensione.

Con stima altrettanto sincera da parte mia e con affetto.

Carlo Gelmuzzi

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2 Commenti

  1. Alberto 9 dicembre 2017
  2. Alberto 3 dicembre 2017

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