Entrare nel gioco

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Il gioco è irresistibile. L’uomo non ne può fare a meno, perché esso rappresenta la vita in modo simbolico, drammatico e con questo rivela che l’esistenza stessa ha un carattere ludico. Il gioco è simbolo, metafora, teatro, medium e realtà insieme. In esso si realizzano la libertà, la spontaneità, il rischio del vivere, nonché la sua regolarità e causalità, la doppia eventualità che è quella di perdere o vincere.

Sarà proprio per questo allora che la lingua attinge a piene mani dal campo semantico del gioco: entriamo in gioco e ne usciamo; giochiamo un ruolo; ci mettiamo in gioco, ci impegniamo (ci mettiamo come pegno) e lo facciamo perché è la nostra stessa vita a essere “in gioco”, perché ne va del nostro onore, della ricchezza del nostro esserci. La posta in gioco dunque è molto alta. Si deve poi stare al gioco, c’è chi bara persino; a volte è anche necessario fare il doppio gioco, ma solo perché la dinamica del gioco chiede la nostra forza inventiva perché le sue combinazioni e costellazioni volgano al meglio. Così eseguiamo e ascoltiamo la sinfonia della nostra esistenza, ogni giorno scendiamo in campo per reggere alla gara che essa ci impone.

Questo carattere estremamente polare del gioco, il quale è circoscritto in un tempo e uno spazio limitato, vive di partecipazione e competizione, regole e libertà, chiede un arbitro che accerti la trasgressione, si presta ora a rivelare la sua significatività anche per la religione. Anche essa infatti appare un campo dove si rappresentano, riflettono ed eseguono le dinamiche e le diverse dimensioni del gioco. Essa stessa è un gioco (sacro?) che rivela come il cosmo e la vita presentino un carattere ludico, in cui elementi pesanti, a volte persino tragici, convivono accanto a istanti ameni, graziosi.

La Bibbia, soprattutto i libri sapienziali, ci presentano il cosmo come una sfera ludica: niente s’intende da sé, tutto è creato, ha uno sfondo immane che retrocede fino ad una Sapienza prima, a un Puer ludens che assiste all’opera divina, la rende leggera, vivibile, giocosa (Prov 8, 22-33). Nei primi capitoli della Genesi si allestisce il palco dell’esistenza, l’ordine del tempo e dello spazio, il giardino come luogo della sintonia tra cielo e terra, natura e cultura, lavoro e ozio. Sotto l’albero di Genesi 3 appare però per la prima volta il grande Baro. L’azione del serpente introduce una tensione inedita nel gioco primordiale: fra parola e realtà, fra pensiero e azione non vi è più corrispondenza immediata. L’incontro diventa scontro. Ciò che prima era innocenza ludica, armonia fra norma e libertà (Gen 2,16) è esposto ora al gioco delle interpretazioni, alle proiezioni, all’ambivalenza, alla rivalità. Giocando con le parole il serpente squalifica l’immagine di Dio, trasformandolo da partner in arbitro malfidato. Invece il Creatore è anzitutto colui che per primo si è messo in gioco creando. E lo ha fatto nel momento in cui ha concesso all’uomo quella facoltà senza la quale non può farsi gioco alcuno: la libertà. Dopo il fallo di Genesi, la partita si svolge fra due rivali in lizza, fra pezzi neri e pezzi bianchi. Ma saranno ambedue, Dio e l’uomo, a pagarne il fio, un prezzo che può apparire troppo alto. Cosi il gioco diventa teodramma, che giunge al suo vertice massimo nell’Incarnazione del Logos divino, nello scontro sulla Croce (dove il Figlio viene inchiodato perché giudicato un guastafeste, uno che disturba il gioco della religione e della legge) e in una vittoria che si sottrae ad ogni verifica. Di questa croce, drammatizzazione di un ludo sacro, la Chiesa porta le stigmate: l’apostolo Paolo si definisce spettacolo per angeli e uomini, si sa esposto al ludibrio della sorte e al giudizio del mondo.

La storia della teologia è riuscita a cogliere molte delle dimensioni di questo grande agone. Ne individuiamo qualche tappa. Gregorio di Nissa legge tutto questo come sequenza musicale e drammatica del poter iniziare, di un Dio che ama e suscita sempre nuovi inizi. Massimo il Confessore descrive il mondo come teatro e liturgia cosmica. Cusano rappresenta la vita umana come un giocatore che lancia la propria palla, avendo come fine e centro il Cristo (De ludo globi). Per Pascal la vita è una scommessa aperta, in cui si mette a pegno il finito per aver un lucro infinito. E la figura di Cristo rappresenta per lui la sintonia sofferta di questa avventura, la filigrana nascosta della nostra esistenza esposta ed ardita.

I mistici traspongono questo scenario cosmico nell’intimo del cuore e si comprendono come giocattoli di Dio (Santa Teresa di Lisieux). Grande il contributo di Hans Urs von Balthasar, che ne ha saputo cogliere il carattere drammatico, estetico e lo ha dispiegato sul piano della creazione (dramma della libertà), della redenzione (lo scontro sulla croce) e dell’escatologia, quale sintonia sinfonica di ciò che sembrava escludersi. Nel suo solco Klaus Hemmerle pensa tutto questo come già iscritto nella dinamica ludica della vita trinitaria e concepisce la teologia come gioco in e con Dio, che pur appare sulla scena di questo mondo. Hugo Rahner offre un panorama sublime ed elementare dell’homo ludens (anche sulla scia del famoso trattato antropologico di Huizinga) fino all’ultimo momento toccante, quando noi figli della terra verremo richiamati a tornare a casa in modo definitivo: è sera, il gioco è finito e ne inizia uno ben diverso. E se la liturgia fosse l’esecuzione simbolica di tutto ciò che abbiamo cercato di esplicare? Così Romano Guardini, che ripensa il rito liturgico proprio sul filo conduttore del gioco.

Allora rito, mistica e mito potrebbero rappresentare le forme originarie della religione, le quali ci permettono di non soccombere alla pesantezza del gioco di questo mondo con la sua tendenza a chiudersi in sé. Per questo si entra nella teologia per rimanere freschi, vulnerabili, gioiosi e giocosi, partecipi di una vita che non perde mai il gusto dell’avventura teandrica e del Dio trinitario, quale spazio di prospettive incommensurabili, nel quale ogni uomo, a partita finita, troverà la sua dimora.

  • L’Osservatore Romano, 2 giugno 2021.
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