Il san Francesco di Alessandro Barbero

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Abbiamo chiesto a fra Lorenzo Raniero ofm, preside dell’Istituto San Bernardino di Venezia, di leggere con noi il volume di Alessandro Barbero San Francesco (Laterza, Bari-Roma 2025).

  • Fra Lorenzo, lo storico Barbero, nel suo volume, mostra, attraverso le fonti a disposizione, un Francesco che muta nel tempo. È così?

È indubbio che Francesco, nel corso della sua vita, abbia conosciuto un’evoluzione, perché è così di qualsiasi cammino spirituale cristiano, dal momento che la spiritualità è sempre incarnata in vicende storiche ed esistenziali in trasformazione. La biografia di una persona non è mai una fotografia istantanea.

  •  Ma l’agiografia non ha forse inteso farne un solo – univoco – santo?

L’agiografia medievale seguiva senz’altro criteri diversi dalla storiografia contemporanea; è stata determinata anche da tesi e da linee ecclesiali e politiche da sostenersi nel proprio tempo.

Barbero osserva, ad esempio, che la corrente francescana più spirituale ha esaltato alcuni aspetti, altri molto meno; mentre la biografia ufficiale di Tommaso da Celano – richiesta dal cardinale protettore di Francesco – ne ha presi alcuni in chiara funzione della canonizzazione.

Ogni documento – per quanto scritto in buona fede – va letto e interpretato oggi con una corretta ermeneutica: mi sembra ciò che Barbero ha voluto fare.

  • Possiamo dire quindi che si tratta di una lettura plurale – articolata e complessa – di un santo che, forse, in passato, ci è stato presentato come un “santino”?

Penso che fosse inevitabile che l’agiografia volesse trasmettere l’immagine di un solo san Francesco. Ma la lettura della molteplicità delle fonti non può che trasmettere una pluralità. Già nei primi decenni dalla morte del santo, si è manifestata, infatti, un’abbondante produzione di racconti e “leggende” o “legende”, nel senso di cose “da leggere” e da prendere sul serio. Ogni fonte evidenzia tratti in maniera a volte così forte e convinta da risultare, oggi, persino in contraddizione l’una con l’altra.

L’Ordine francescano ha perciò ben presto avvertito l’esigenza di mettere ordine nella storia del santo: il Capitolo generale di Narbona del 1260, a più di trent’anni dalla sua morte, decretò che di tutte le legende esistenti su Francesco se ne scrivesse una “buona”, affidando il compito al grande teologo Bonaventura, eletto ministro generale dell’Ordine nel 1257, che scrisse quindi la Legenda maior. Egli elaborò un testo intriso di profonde riflessioni teologiche e ripulito da tante notizie e versioni di Francesco che potevano farlo apparire come una figura contrastante.

Barbero ricorda, correttamente, che il Capitolo di Parigi del 1266 dispose di distruggere tutte le legende precedenti la maior, cosa che i francescani hanno fatto, ma solo in parte. Io dico: sana disobbedienza! Così noi oggi abbiamo tante fonti diverse da leggere ma, ovviamente, anche da interpretare con i nostri strumenti storico-critici.

  • Meglio così?

Certamente. Almeno questo è il mio parere: preferisco la polifonia delle voci su san Francesco, tutte da ascoltare con accortezza. Solo la polifonia può dar conto della sua vita e della sua ricchezza spirituale: una vita che ha lasciato, sin da subito, tracce profonde nella storia. Da francescano, resto affascinato da tanta inesauribile ricchezza spirituale del mio fondatore: in alcuni aspetti di questa vita mi rispecchio pienamente, in altri meno, come è normale che sia.

  • Il primo capitolo del libro di Barbero è dedicato a “L’autobiografia di san Francesco”. C’è un’immagine di sé stesso che san Francesco ha voluto trasmettere?

Sappiamo che Francesco ha scritto il suo testamento o, meglio, lo ha dettato, probabilmente a frate Leone, perché non più in grado di scrivere a poche settimane dalla morte. Possiamo dire, dunque, che, nel testamento, troviamo una certa immagine di sé che Francesco ha voluto dare al termine della sua vita.

È un’autobiografia da collocare nella tipologia testamentaria dell’epoca. Va letta e colta con criteri spirituali più che puramente biografici. Francesco non era certo preoccupato di raccontare o di far parlare di sé stesso, bensì era preoccupato dei suoi frati e di chi gli sarebbe sopravvissuto.

Racconta, tuttavia, anche fatti e circostanze della vita, della sua conversione, ad esempio: il passaggio dallo stare nei peccati al facere misericordiam. Io penso che in quel passo del Testamento lui esprima la più autentica verità della sua esperienza interiore, per quanto ciò sia umanamente possibile: ciò che realmente e profondamente è accaduto in lui.

Racconta come determinante il fatto dell’incontro con i lebbrosi. Poco importa se, storicamente, si sia trattato di un solo lebbroso, come reca l’agiografia, ovvero di un gruppo di lebbrosi, peraltro già assistito da religiosi, come propende Barbero: resta però un fatto indubbio, perché testimoniato da san Francesco.

Anche le due Regole – non bollata e bollata – costituiscono due fonti, per quanto mediate, molto prossime a lui stesso e alle sue volontà: la Regola della fraternitànon bollata – tuttora trasmette il tormento di un Francesco che non avrebbe voluto scrivere una Regola perché ai suoi frati doveva bastare il Vangelo. La prima Regola infatti è zeppa di citazioni evangeliche, manifesta un ideale di estrema povertà e di scarsa architettura istituzionale che non corrispondeva alla poderosa organizzazione in cui si era trasformata la fraternitas.

Nel mentre, il cardinale protettore Ugolino gli aveva fatto capire che, per ottenere il riconoscimento della curia romana, doveva adeguarsi a certe forme giuridiche. E così si è arrivati – non senza tormento personale di Francesco appunto – alla Regola bollata, cioè riconosciuta e approvata. Una lettura attenta delle Regole – che, grazie al cielo, ci sono giunte entrambe – ci dice molto di Francesco.

Da entrambe le Regole, comunque, traspare il nucleo fondamentale della spiritualità di san Francesco e del francescanesimo: la radicale sequela di Gesù, povero, umile e crocifisso. Il segno del crocifisso attraversa le fonti più vicine a lui, perché ha attraversato la vita e persino il corpo del santo: da san Damiamo a La Verna, là dove è avvenuta la più piena conformazione al Gesù nudo e ferito in croce.

Da francescano – e dai miei studi francescani – devo riconoscere che la valorizzazione degli Scritti, le fonti più prossime al “vero” Francesco, è relativamente recente, grazie agli approfondimenti di studiosi come Kajetan Esser e Carlo Paolazzi, perché, per secoli, la figura di san Francesco è stata prevalentemente trasmessa dagli agiografi.

  • Che dire di altri testi scritti “a mano” da san Francesco?

Come noto, sono due i testi autografi – due chartule o biglietti – giunte a noi: la prima è conservata nella Cappella delle Reliquie del santo ad Assisi, la seconda è conservata nel Duomo di Spoleto; entrambe visibili.

Io resto sempre affascinato davanti alla chartula di Assisi – con la benedizione di Francesco a frate Leone e, sul retro, la preghiera delle lodi al Dio altissimo – perché penso alla mano di Francesco sul monte de La Verna, pochi mesi prima che quella mano fosse impressa dalla ferita di Cristo. Rimango assorto davanti a quella calligrafia, che reca a me – forse a tutti noi – qualcosa di molto più profondo di una traccia di scrittura su pergamena.

Barbero ne fa cenno, osservando che si tratta di una calligrafia molto incerta, da principiante della scrittura, perché Francesco sapeva scrivere – non era analfabeta – ma non era neppure un uomo di lettere.

  • Barbero sostiene che san Francesco ha messo in guardia i suoi frati dalle lettere e dallo studio. È proprio così?

Sono andato a verificare un passo della Regola in cui, a proposito di questo argomento, Francesco raccomanda che i frati che non sanno leggere non si preoccupino di imparare, ma soltanto di «fare attenzione, sopra ogni altra cosa, di avere lo Spirito del Signore e la sua «sancta operatione».

San Francesco non ha sconsigliato, né tanto meno proibito, lo studio, ma ha stabilito una gerarchia di valori: l’orazione e la sancta operatione – cioè, la carità che viene dalla preghiera – sono prima di tutto. Quindi, il senso è questo: se un frate è illetterato, non si preoccupi; ma se sa, è pure un bene.

Francesco stesso “studiava” la Scrittura: ma – attenzione – qui il termine corrisponde al senso latino di studium, ossia lo zelo, la passione, l’amore, l’ardore per la sacra Scrittura, non certo per un approccio intellettualistico e cerebrale.

Da altre parti, nelle fonti, si desume l’atteggiamento di san Francesco di fronte a dotti che chiedono di entrare nell’Ordine: li mette – sì – in guardia, e li invita ad essere vigilanti, perché il possesso delle scienze può gonfiare di orgoglio, creare differenze e turbare la fraternità.

Vero è che, in alcune legende, sono state messe in bocca a Francesco parole di totale avversione per lo studio. Ma penso che siano da ricondursi a circostanze storiche in cui, effettivamente, alcuni frati dotti e letterati, avevano alterato l’ideale di umiltà evangelica di san Francesco.

  • Secondo Barbero, Francesco voleva essere «l’ultimo». Cosa voleva dire essere ultimo?

«Voglio chi i miei frati si chiamino minori»: sono le parole proprie di san Francesco. Essere frati minori significa essere ultimi: è lo stesso linguaggio. Ma essere ultimo e ultimi significa, per Francesco, assomigliare a Gesù Cristo. Dalla sua conversione, Francesco ha voluto seguire Gesù povero e crocifisso, quel Signore del mondo che non aveva ove posare il capo (Lc 9,58) e che diceva venite a me che sono mite e umile di cuore (Mt 11,28-30).

Questa scelta di fondo – di essere ultimo in ogni circostanza della vita – a Francesco era connaturata, evidentemente, per una straordinaria, spontanea, conformità a Cristo; mentre i suoi frati arrancavano, facevano fatica a seguirlo.

  • San Francesco ha coltivato quindi un’aspettativa impossibile per i suoi?

A Francesco non deve essere parsa impossibile. Certo, se la vediamo come una richiesta di perfezione, era e resta impossibile. Ma la dobbiamo piuttosto vedere come l’attesa di una sempre più piena conformazione a Cristo, quale orizzonte – polo di attrazione – verso i cui i frati (e i cristiani) camminano.

  • Secondo Barbero, Francesco non è solo il santo dolce e buono della tradizione, ma anche una persona con asprezze di carattere: verosimile?

Anche altri autori hanno approfondito questo aspetto che è verosimile. Io mi sono fatto questa idea: Francesco era figlio di Pietro di Bernardone, un uomo molto determinato per i suoi interessi; così come era figlio di una madre dolce e gentile, incline alla poesia (come sappiamo, di origine francese). È indubbio che, in Francesco, si possano riscontrare gli stessi tratti, paterno e materno, persino in contraddizione.

Quando nelle Regole detta «ammonisco», «esorto», «ordino fermamente», tanto più in un tempo in cui non era più generale dell’Ordine, manifesta quel carattere di determinazione – e forse più – a cui accenna anche Barbero.

Ma anche in questo caso penso si debba cogliere, innanzi tutto, il proprio evangelico di san Francesco: ricordo, tra gli aneddoti raccolti da Tommaso da Celano, la fermezza e la severità nei confronti dei mormoratori che minavano la vita fraterna delle comunità; di questi sarebbe arrivato a dire – col giusto peso che bisogna dare all’espressione – che andavano messi nelle mani del «pugile di Firenze», un frate così chiamato per la sua forte corporatura, a cui Francesco affidava i fratelli che mormoravano o disobbedivano alla Regola, perché li rimettesse in riga con la sua stazza fisica (2Cel: FF 769).

  • Nel libro da cui partono le nostre domande – ma anche da certa agiografia – risulta il carattere ribelle di Francesco: è giustificato questo aggettivo?

Non penso che Francesco volesse, di proposito, essere ribelle verso la sua famiglia, la comunità e la Chiesa del tempo. Penso, piuttosto, che possa apparire in tal modo per la sua scelta di vita radicalmente evangelica. Era – ed è – il Vangelo a porre scelte di vita radicali. San Francesco ha avvertito che il Vangelo e lo stile di vita borghese della sua famiglia, della società in cui viveva, e anche della Chiesa, cozzavano. Leggeva queste parole di Gesù «non sono venuto a portare pace, ma divisione» (Mt 10,34) e ne assumeva il senso: vivere il Vangelo sino in fondo può portare alla divisione, dal padre, dalla famiglia e da altro.

Quindi: non ha voluto essere ribelle, semmai è stato di fatto, per il suo tempo, un rivoluzionario, perché rivoluzionario è il Vangelo.

  • Possiamo cogliere anche una valenza politica?

Se scorgiamo nella fraternitas francescana il modo evangelico di intendere la polis, certamente sì: c’è tenore politico nella vita di san Francesco. La mentalità politica medievale – fortemente gerarchizzata – era, evidentemente, molto lontana da lui.

  • Ma come san Francesco pensava e voleva vivere la fraternità evangelica?

Più che alla fraternità delle prime comunità cristiane, testimoniata dalle Lettere e dagli Atti degli Apostoli – modello per lo più delle comunità monastiche –, Francesco pensava alla fraternità vissuta da Gesù con i suoi “dodici”.

  • Un capitolo del libro è dedicato al rapporto di Francesco con santa Chiara e quindi con la figura femminile: Barbero depone per una certa, prevedibile, prevenzione nei confronti del femminile, specie verso la fine della sua vita. Cosa ne dici?

Io penso che san Francesco abbia tenuto un rapporto abbastanza equilibrato col femminile. È certo che ha accolto la giovane Chiara alla Porziuncola nella notte della domenica delle Palme – fatto davvero straordinario per quel tempo! – ritenendola del tutto libera e in grado, come donna, di seguire in maniera radicale il Vangelo di Gesù: non pensava ad alcun primato religioso maschile sul femminile.

Ricordo due episodi che dimostrano la sua particolare attenzione per le religiose e per il femminile: quando – malato – si trovava in San Damiano e, al di là del muro della clausura femminile, ha scritto un canto, pieno di tenerezza, per le clarisse addolorate per la sua malattia (Audite poverelle riscoperto solo nel 1976); e poi quando, prossimo alla morte, alla Porziuncola ha scritto un biglietto a donna Jacopa de’ Settesoli che stava a Roma, quasi a sollecitare una sua visita per portargli quei dolcetti che gli preparava durante le sue visite romane, di cui si definisce «ghiotto».

Certo, questi casi riguardano figure femminili selezionate, e tuttavia gli episodi, secondo me, ben rappresentano la libertà, la novità e, insieme, l’equilibrio del suo rapporto col femminile.

Barbero fa riferimento ad un passo della Regola bollata in cui – al capitolo undicesimo – Francesco ordina ai suoi frati di «non avere rapporti o conversazioni sospette con donne, e di non entrare nei monasteri delle monache». Si tratta di una normativa che risente di molti influssi che risalgono alla legislazione antica riguardante monaci e monache con problemi legati al celibato dei chierici e, per certi aspetti, anche ad una concezione negativa della donna che, dall’antichità classica e poi cristiana, era giunta fino al Medioevo. Questa prescrizione di Francesco non va intesa come una totale chiusura verso le donne, perché il divieto riguarda solo relazioni o conversazioni sospette, quelle che possono compromettere la castità dei frati (incontri frequenti, colloqui privati ecc.).

  • Vediamo qualche aspetto per la contemporaneità. San Francesco è stato un ambientalista e un animalista ante litteram?

Francesco non avrebbe capito queste parole. Non gli attribuirei patronati sull’ambiente in maniera funzionale ai nostri problemi. Questa sua spiccata sensibilità per le creature tutte è da ricondurre alla grande capacità empatica di Francesco, che lo metteva in contatto con le cose in modo profondo. I biografi lo riconoscono: «La forza dell’amore aveva reso Francesco fratello di tutte le altre creature» (2Cel: FF758; LegM: FF 1168). Vedo, anche qui, il suo desiderio di conformarsi a Cristo, incarnazione di Dio, quindi la sua partecipazione a tutti gli esseri animati e inanimati, verso cui percepiva, con le dovute proporzioni, quello stesso senso di fraternità proprio degli umani.

Il testo francescano più emblematico, in tal senso, è ovviamente il Cantico di frate sole, anche se è vero che nel Cantico si appella solo a creature inanimate. Ma il senso è chiaro: tutto viene da Dio e perciò – per il tutto – va a Dio la gratitudine e la lode.

Altre fonti, sempre naturalmente da interpretare, attestano il rapporto fraterno con gli animali, con alcuni in particolare. Ricordo come dicano certe fonti che fosse attratto e affascinato dalle allodole: forse per il piumaggio di color marron chiaro che le assimila ai frati in saio, o forse per la loro umiltà, visto che hanno il colore della terra. Provava poi una tenerezza unica per gli agnelli, quale immagine di Cristo, Agnello immolato. È noto l’episodio – riportato dalla Vita seconda del Celano – del riscatto dell’agnellino che il mercante stava portando al macello.

Il fatto che sia passato alla storia come il santo che sapeva parlare agli animali esalta, allora, il valore della relazione con tutto ciò che esiste, che è cosa ben lontana od opposta alla odierna mercificazione degli animali e di tutte le cose.

  • San Francesco è stato un pacifista?

Non risulta che Francesco abbia contestato la quinta crociata voluta dal Concilio Lateranense IV: era una decisione della Chiesa, e san Francesco era obbediente alla Chiesa. Non si è messo contro, ma ciò non vuol dire che ne fosse sostenitore o che giustificasse l’uso delle armi.

Noto è l’episodio dell’incontro col sultano Malik al-Kamil a Damietta, alle foci del Nilo, nel 1219. Barbero scrive che Francesco volesse convertirlo. Ciò che, secondo me, è indubbio è che fosse mosso dal desiderio di annunciare il Vangelo ai musulmani. Ricordo che già prima, nel 1213, era partito per il Marocco per evangelizzare quelle genti: solo la malattia lo aveva fermato. Ma, insieme, c’era il suo grande desiderio di conformarsi a Gesù anche nel martirio, se fosse accaduto. Pure Barbero lo dice.

Metterei, dunque, in evidenza sempre questo desiderio di assomigliare a Cristo, annunciando il suo Vangelo, in maniera libera, povera, disarmata, subendone, nel caso, le conseguenze.

  • Il libro di Barbero è intitolato San Francesco, anziché “Francesco”: è giustificato?

Dico che è un libro che aiuta a mostrare un Francesco santo proprio perché ci appare un uomo molto umano, concreto, afflitto da tante difficoltà, contrasti, sofferenze, ma sempre abbracciato a Cristo Gesù. La santità non gli ha risparmiato nulla dell’umano del Figlio di Dio.

Questo libro ci aiuta a togliere a Francesco quell’aura di santità soprannaturale che forse gli abbiamo attribuito, così da toglierci la responsabilità di voler essere veramente cristiani, al seguito di Gesù.

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6 Commenti

  1. Fabio Cittadini 21 ottobre 2025
  2. Giuseppe 21 ottobre 2025
  3. Non credente 20 ottobre 2025
    • 68ina felice 20 ottobre 2025
  4. 68ina felice 20 ottobre 2025
  5. Roberto Beretta 20 ottobre 2025

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