
Ho letto e riletto l’intervento di Severino Dianich «Mattarella e Leone XIV sul riarmo» pubblicato su SettimanaNews qualche giorno fa. L’ho fatto perché una prima lettura aveva destato in me alcune perplessità, pur condividendone l’argomento di fondo: non solo quella di una presa di posizione dei cristiani per la pace, ma anche quella di un loro impegno pubblico nel dare forma a una contro-narrazione che smascheri gli interessi che stanno dietro la «ineluttabilità della guerra».
Alcune perplessità sono rimaste e provo a metterle giù sulla carta, perché credo che in questo momento un dibattito teologico su quanto il prof. Dianich propone da tempo sia non solo importante ma anche necessario. Questo per arrivare a una formulazione teologica che non sia solo forte, controcorrente, ma anche concretamente attuabile nell’ordine penultimo del vivere umano e delle istituzioni che lo ordinano.
Dianich parte dalle affermazioni del presidente Mattarella e di papa Leone per affermare una certa contrapposizione tra ragione e fede, tra una ricerca della pace a partire dalla guerra e una pace che esiste e va preservata dalla guerra. Il presidente starebbe così nel passato e il papa nel futuro, come logica argomentativa. Come si argomenta nel presente? Come si costruisce nell’oggi di questo mondo l’irruzione del futuro a cui guarderebbe il papa? Basta l’opinione pubblica “convertita” alla ragione della pace per custodirla (meglio che difenderla) come condizione stabile del vivere umano a livello globale?
L’ordine penultimo è quello delle istituzioni, di cui anche la Chiesa cattolica fa parte – non solo per la ragione, ma anche per la fede. Oggi le istituzioni sono in profonda crisi, quelle che potrebbero accompagnare la custodia della pace sono diventate inefficaci, derise dalla logica del male – dall’ONU al diritto internazionale.
Forse, la distinzione di piani delle argomentazioni del papa e del presidente non è solo questione di ragione vs fede, ma anche di ruoli istituzionali ricoperti dalle due persone. E di un dovere iscritto nel ruolo istituzionale. In un momento come questo, in cui basta un nulla affinché le forze del male si impadroniscano del governo del mondo, sarei più cauto nel giudicare quella che potremmo chiamare la “fede costituzionale” di Mattarella. Lo sarei perché rappresenta una istanza penultima molto prossima a quella custodia della pace che ci viene come dovere, in quanto cristiani, dal futuro di Dio.
La pace c’è e va custodita – e noi non lo abbiamo fatto. Tutti noi, anche i cristiani, anche i cattolici. Ne abbiamo goduto e l’abbiamo data per scontata. È stato un privilegio per una piccolissima fetta di mondo, ma ben poco abbiamo fatto per l’istituzione che l’ha resa possibile. Ancor di meno ci siamo impegnati, anche noi teologi e teologhe, per sostenerla a dovere, per farla fiorire, per dare forma a prassi politiche che potessero ampliarne il raggio di influenza. Dove eravamo quando tutto questo poteva e doveva essere fatto?
La seconda perplessità riguarda le suggestioni di Dianich sul mettere in questione la legittimità della guerra di difesa e sulla indipendenza e libertà di una nazione. Su quest’ultima mi chiedo: che pace è quella che fa vincere il male, che si arrende alla sua diffusione e apre le porte all’allargamento del suo impero? Questa non è la pace che c’è di cui parla Leone XIV, questo è al massimo un cessate il fuoco che dà il via libera alle risorse apparentemente infinite del male.
Anche solo in forma di suggestione, affermazioni di questo tipo, a mio avviso, indeboliscono ogni possibile apporto teologico alla custodia della pace. Offrono al male l’ultima arma che ancora gli manca.
Quando Dianich parla di mettere in discussione la legittimità della guerra di difesa, intende questo come dottrina della Chiesa o come principio giuridico globale? Ma anche fosse il primo caso, chi proteggerebbe tutti coloro che verrebbero così consegnati all’invasione delle truppe del male? Chi si prenderebbe cura di loro? Chi spiegherebbe loro che non essere più liberi è la forma della giustizia più alta della pace?
Con quale diritto consegniamo popoli e nazioni alla dittatura di Putin, nella convinzione che non arriverà mai da noi? Non diventiamo così noi stessi agenti di quel fatto ancora più deplorevole, indicato dal papa, di una dimenticanza del ‘900? Perché proprio il ‘900 ci dice che il suggerimento della «ragione» a cedere territori, popoli e nazioni a Hitler, nella convinzione che questo lo avrebbe fermato, fu drammaticamente sbagliato.






Si, fu sbagliato allora e sarebbe doppiamente sbagliato ora. La difesa dagli invasori in armi è assolutamente legittima. Prevede l’uso delle armi perché è con le armi che si viene offesi. C’è davvero poco da girarci intorno: dobbiamo difenderci opponendo e armi della difesa a quelle dell’offesa. E’ una cosa che non può essere evitata se non con il ritiro del nemico da tutti i fronti, ma se il nemico avanza (e la probabilità è alta, non facciamoci illusioni) dobbiamo difenderci. In questi decenni l’alleanza con gli Usa ha respinto ogni ipotesi di guerra nel nostro continente, ma ora con il mondo stravolto da un presidente Usa che si ritira da ogni accordo a suo tempo stipulato e preferisce farsi amico di chi dopo decenni di pace ha invaso un paese sovrano e lo sta invadendo e distruggendo da quattro anni, c’è poco da stare allegri. Chi aveva pensato che Trump avrebbe messo ordine nel caos attuale si è sbagliato di grosso ed ha sottovalutato la influenza nefasta di uno che per arrivare ai suoi scopi si è fatto aiutare dai russi ed ora deve ricambiare il favore.
Il prof. Neri dice di prendere posizione a favore della pace e poi ci propone la più pericolosa (e inflazionata) di tutte le propagande: la lotta tra il bene e il male. Ci parla di forze del male che vogliono impadronirsi del mondo e di truppe del male. La Russia sarebbe il paese degli orchi mentre noi, quelli del giardino, chiaramente siamo le forze del bene. Il prof. Neri si fa quindi portatore di un realismo pragmatico che ci porta ad affrontare i problemi politici con la favola di Cappuccetto rosso e del Lupo cattivo. Paragonare Putin a Hitler non è solo una menzogna spudorata, ma blocca in partenza qualsiasi possibilità di dialogo e di compromesso e lascia cadere qualsiasi possibilità concreta che la realtà ci offre. Solo gli sciocchi e i codardi preferiscono la verità e il negoziato alla propaganda e alle mitragliatrici. Questi realisti sono talmente innamorati della realtà che non appena i fatti contraddicono le loro idee preferiscono non parlarne o inventarsi nuove realtà. Meglio non parlare della guerra civile che è in corso in Ucraina da parecchi anni: alcuni ucraini (nazionalisti antirussi) sparano ad altri ucraini (secessionisti filorussi). Dunque esistono ucraini buoni e ucraini cattivi? E chi ha stabilito chi sono i buoni e i cattivi? Meglio non parlare dello spaventoso numero di morti e feriti perchè è tutto il popolo ucraino che vuole combattere fino all’ultimo. Meglio non parlare del fatto che in ucraina tutti i partiti di opposizione sono stati messi fuorilegge perchè l’Ucraina è una democrazia. La risposta al dilemma del prof. Neri esiste e si chiama verità e dialogo. Il ‘900 ci ha insegnato molto di più di quell’unico fatto da lei ricordato.
Non ho paragonato Putin a Hitler, se legge con attenzione. Il paragone tra ‘900 e oggi riguarda noi – e in particolare la suggestione fatta dal prof. Dianich di una “pace” raggiunta cedendo territori alla Russia di Putin. Nel ‘900 questa fu una strategia adottata dagli inglesi nella convinzione che in questo modo la Germania di Hitler si sarebbe arrestata nell’allargamento della guerra. Sempre dal ‘900 possiamo imparare che risolvere una guerra con una pace che umilia lo “sconfitto” (Versailles) crea un crogiulo di risentimento che può sfociare in un conflitto ben peggiore.
Personalmente, nel momento in cui la realtà contraddice la mia posizione la cambio, perché non funziona. Oppure, nel momento in cui mi confronto con nuove idee ben argomentate, diverse dalle mie, le ascolto e cerco di affinare la mia argomentazione.
Ho sempre avuto molta simpatia per il Lupo della favola, e non solo perché il suo ruolo è funzionale all’insegnamento che essa porta con sé. Ma sul tema in questione ci troviamo fuori dalla favola – e Putin non è sicuramente una figura del bene, a prescindere dalla guerra contro l’Ucraina. Ora è probabile che in politica sia molto difficile approssimare il bene in quanto tale, ma ci sono ampi spazi di manovra per non approssimarsi eccessivamente al male – e ritengo che Putin non li voglia proprio usare (basti guardare alla persecuzione interna alla Russia di coloro che si oppongono alla guerra contro l’Ucraina).
Non ho mai usato il termine bene per indicare coloro che combattono contro la Russia, né tantomeno per il resto dell’Europa che è stata a guardare quando ancora si poteva fare qualcosa prima che la guerra iniziasse. La contrapposizione bene-male l’ha inserita lei nel discorso – se io non l’ho messa in maniera esplicità ci sarà stata una ragione.
Con le ultime sue considerazioni, del tutto lecite e pertinenti, lei tocca una questione che esula il senso del mio intervento – che rimane quello di una interrogazione su come si possano produrre processi di pace che non contraddicano la giustizia davanti alle condizioni reali – e alle possibili conseguenze legate a decisioni che vengono prese. Queste conseguenze non sono aritmeticamente certe, ma non per questo non vanno ponderate nel momento in cui si propone, come fa il prof. Dianich, di mettere in questione la legittimità della guerra di difesa.
Per natura non ho alcun problema su chi porta opinioni e soluzioni diverse dalle mie, anzi è il modo per cercare di arrivare a una visione migliore, capace di coinvolgere un numero più ampio di persone e istituzioni. Per questo mi farebbe piacere sentire da lei come concretamente immagina l’avviamento di processi di pace nei conflitti bellici in atto in questo momento – che, purtroppo, non riguardano solo Russia e Ucraina.
Gentile prof. Neri, la ringrazio per la sua risposta.
Io chiaramente non ho una soluzione per avviare un processo di pace.
Però credo che la pace si possa ottenere solo con la verità e il dialogo, non con la cessione di territori alla Russia, ma neanche con la demonizzazione del nemico, la propaganda e la menzogna sistematica. Perchè la pace non contraddica la giustizia bisogna conoscerle le condizioni reali, non nasconderle con una propaganda fanatica.
Le riporto alcune citazioni prese da un articolo di Fulvio Scaglione sulla rivista Limes dell’11/2021 che parla delle tensioni ma anche dei legami tra Russia e Ucraina ( di recente questa rivista è stata accusata di “putinismo” ma all’epoca era insospettabile):
“Pare incredibile che dall’una come dall’altra parte si vogliano costruire narrazioni monolitiche a proposito di una terra che è stata invece tormentata, spartita decine di volte, frammentata nella pratica religiosa, influenzata dai più diversi paesi”.
“L’Ucraina è uscita dall’Unione Sovietica assolutamente identica a come l’Urss l’aveva disegnata, e ben sappiamo quali fossero i metodi sovietici per dividere le nazionalità e rendere più fragile il senso di appartenenza territoriale. Basterà ricordare che tra il 2014 e il 2021 è emigrato dall’Ucraina verso la Russia più di un milione di persone in una specie di grande ritorno a casa che dice molto sulla prossimità e l’interconnessione dei due mondi”.
“Quel che fa della Crimea un pezzo di Ucraina è, fondamentalmente, il gesto di Khruscev del 1954. A quell’epoca, però, che la Crimea fosse Ucraina o Russia non faceva alcuna differenza. Anche e soprattutto perchè l’Urss era viva e vegeta, la Nato non stava per dilagare nell’Europa dell’Est e il porto di Sebastopoli non era certo destinato a diventare un approdo per il naviglio da guerra degli Usa”.
In una situazione così complessa e delicata, l’Europa avrebbe potuto (e potrebbe ancora) fare tanto per impedire la guerra o bloccarla sul nascere se solo avesse mantenuto una posizione imparziale anzichè soffiare sul fuoco del nazionalismo fanatico e dell’escalation militare. Per la sua posizione storica e geografica l’Ucraina deve essere un ponte fra Oriente e Occidente, non può essere un avamposto della Nato. Penso che la sua idea di raccogliere opinioni diverse ma costruttive su come raggiungere una pace giusta sia molto positiva.
Neri molto più convincente di Dianich.
Sono comunque abbastanza convinto che se Prevost non fosse il papa, quindi nel ruolo di chi parla in termini generali al mondo intero, ma il presidente della repubblica, che ha una responsabilità politica specifica sull’Italia e sull’Europa, direbbe le stesse cose che dice Mattarella
Pienamente d’ccordo su tutto. Prima liberiamo l’Ucraina e poi ne parliamo come prevenire altre guerre.
E ci risiamo con la visione manichea della realtà: c’è il bianco e il nero; il bianco naturalmente siamo noi, popoli facenti parte dell’Alleanza atlantica, e il nero, il male assoluto, sono Putin e la Russia. Da una parte c’è il lupo cattivo pronto a sbranarci e dall’altra l’agnellino innocente che sta per essere aggredito. Tutto ciò che è successo prima dell’invasione russa dell’ Ucraina non conta, anzi, è rigorosamente ignorato. Ma davvero la Russia, che è lo Stato più esteso del mondo, con una densità di popolazione bassissima dovrebbe invadere l’Europa per procurarsi spazi vitali? o materie prime di cui sovrabbonda al punto da vendercene? E se in quattro anni non è riuscita ad occupare nemmeno tutto il Donbass, come si può pensare che voglia lanciarsi alla conquista dell’ intera Europa, scontrandosi frontalmente con la NATO e provocando una terza guerra mondiale, magari con impiego di armi nucleari, che sarebbe la fine di tutti? Putin è un despota cinico, ma non è scemo. Eppure la propaganda ufficiale su quasi tutti i mezzi di informazione continua ad agitare lo spauracchio di una prossima guerra che Putin vorrebbe scatenare e alla quale dovremmo prepararci aumentando i già massicci armamenti. Vorrei citare, a questo proposito, un passo del messaggio di papa Leone, ignorato vergognosamente da quasi tutti i media (chissà perché?) che denuncia la propaganda finalizzata a diffondere la paura della guerra perché venga accettata la politica di riarmo: ” si promuovono campagne di comunicazione e programmi educativi, in scuole e università, così come nei media, che diffondono la percezione di minacce e trasmettono una nozione meramente armata di difesa e sicurezza”.
E a proposito dell’Ucraina, c’è ancora chi pensa che il conflitto possa essere risolto sul campo di battaglia, magari con la sconfitta della Russia? La soluzione potrà esserci solo mediante trattative anche a costo di rinunce. Continuare ad alimentare la guerra fornendo armi significa perpetuare massacri di soldati e di civili, distruzioni, freddo e fame. E’ così che si viene incontro al popolo ucraino?
Sconfitta della russia non significa arrivare con l’esercito a Mosca ma far comprendere che quando un prepotente agredisce un debole ci sono altri 15 che vengono in aiuto a questo debole. Bisognava farlo con decisione e forza ma si ha avuto paura e si è divisi. E, sì, imperialismo significa proprio questo: invadere e allargarsi sempre più e la russia non lo fa da decenni ma da SECOLI.
Anche lei continua a voler ignorare la politica ottusa ed espansionista della NATO dopo lo sfacelo dell’ URSS e la fine del Patto di Varsavia, una politica che, considerando sconfitta la Russia, pretendeva di trattarla come un cagnolino da tenere al guinzaglio. La guerra andava prevenuta (cosa che non si è fatto assolutamente, anzi!) , ma, una volta scoppiata, la soluzione non doveva essere quella di parteciparvi “con decisione e forza”, ma cercare di fermarla mediante trattative che, in effetti, erano state avviate a Istambul e sembrava stessero per portare ad un cessate il fuoco, ma furono proprio alcune potenze europee a non volerne sapere, nell’illusione che la continuazione della guerra avrebbe portato alla sconfitta della Russia. Il risultato è quello che vediamo.
Il riferimento a Ucraina e Russia è funzionale al fatto che a questa guerra si riferiva il prof. Dianich con la sua suggestione di mettere in discussione la legittimità della guerra di difesa, da un lato, e concedere con la pace alla nazione che ha aggredito quello che non è riuscita a ottenere con la guerra. Non è certo il centro del mio intervento.
Credo che leggere la storia che sta alle nostre spalle, per capire cosa lì è successo e quanto questo possa dire a noi oggi, almeno nel non ripetere errori fatti che si sono rivelati poi madornali, abbia poco a che fare con una “propaganda a diffondere la paura della guerra”.
In questa direzione va la citazione per intero del passaggio di papa Leone: “Per di più, oggi alle nuove sfide pare si voglia rispondere, oltre che con l’enorme sforzo economico per il riarmo, con un riallineamento delle politiche educative: invece di una cultura della memoria, che custodisca le consapevolezze maturate nel Novecento e non ne dimentichi i milioni di vittime, si promuovono campagne di comunicazione e programmi educativi, in scuole e università, così come nei media, che diffondono la percezione di minacce e trasmettono una nozione meramente armata di difesa e di sicurezza”.
Oggi, credo, che la minaccia della guerra non sia questione di propaganda, purtroppo, ma un duro dato di realtà anche per luoghi in cui essa non è combattuta. Il mio articolo chiedeva al prof. Dianich di esprimere in maniera concreta e viabile come è possibile organizzare una “nozione di difesa e sicurezza” che non sia solo armata. Perché questo è il vero nocciolo duro della questione – e bisogna avanzare proposte che siano realizzabili in questo momento della nostra storia, dove il diritto internazionale, l’ONU, e le relazioni multilaterali sono precipitati in una crisi che ne ha spuntato qualsiasi efficacia.
Scegliere di concentrarsi solo su una diplomazia bilaterale, come stanno facendo gli Stati Uniti di Trump, è del tutto legittimo sul piano geopolitico; ma, al tempo stesso, crea continue fibrillazioni, perché ci sarà sempre qualcuno che potrà sentire come una minaccia l’accordo a 2 trovato da USA e il partner di turno, senza essere minimamente coinvolto anche quando quell’accordo ricade in un modo o nell’altro su questi terzi esclusi.
Questo è il contesto odierno, qui bisogna affermare il primato della pace, qui bisogna custodirla dalla guerra – quello che io chiedo con questo intervento è “come?”, credo sia abbastanza chiaro. Ed è su questo “come” che dovremmo discutere, perché immagino che preservare la pace dalla guerra interessi anche a lei – a prescindere dal fatto che la pensiamo in maniera diversa su Ucraina e Russia.
A me pare che le comprensibili e legittime perplessità di Marcello Neri riflettano quelle di molti cattolici sinceramente desiderosi della pace e sicuramente non bellicisti né asserviti agli interessi del complesso militare-industriale-finanziario delle armi. Ma – provando ad argomentare nel dibattito teologico auspicato – queste perplessità e le conclusioni che sembra ne vengano fatte derivare vanno, a mio avviso, nella direzione sbagliata e per questo devono essere a loro volta criticate, per almeno tre ragioni, di carattere rispettivamente tecnico-politico, etico-filosofico, teologico-ecclesiale.
1. Nel parlare di “guerra di difesa” si tralascia del tutto la possibilità tecnico-politica (già teorizzata e proposta da tempo a istituzioni rimaste però sorde a questi suggerimenti) di cercare e realizzare alternative concrete alla guerra, alla sua preparazione e all’uso delle armi, per costruire e garantire forme di difesa efficace e nonviolenta delle popolazioni e dei territori. Ciò richiederebbe ovviamente educazione, formazione, volontà politica, investimenti economici, conversione di strutture industriali e dei relativi posti di lavoro, ecc… che fino ad ora non sono state messe in cantiere, ma vi sono state e vi saranno proposte di legge in questa direzione. Si tratta di conoscerle, valutarle, condividerle e sostenerle ad ogni livello.
2. Con il giusto obiettivo di opporsi al male individuando le scelte politiche da compiere concretamente, sembra venga seguito qui di fatto l’insegnamento etico-filosofico di Machiavelli, che accetta di usare il male (in questo caso la violenza della guerra) per raggiungere fini buoni (in questo caso la pace). Si tralascia, però, sul piano delle istituzioni che si collocano nell’ordine penultimo, la ricerca (suggerita già da Kant e poi nel Novecento da Capitini) di vie alternative che rinuncino a mezzi eticamente non buoni per raggiungere fini buoni. Nel Novecento la ricerca di pratiche nonviolente è stata efficacemente sperimentata da Gandhi nella liberazione dell’India dal colonizzatore britannico. Un altro esempio di recezione di questo approccio etico-filosofico, che rifiuta mezzi cattivi per ottenere il bene, si trova negli ordinamenti legislativi che vietano la tortura dei prigionieri, anche quando intenzionalmente rivolta a prevenire crimini.
3. L’evangelico discorso della montagna, che proprio sul Gandhi seguace dell’induismo esercitò un fascino così profondo per il suo carattere così provocatoriamente rivoluzionario e profeticamente capace di interpellare, dovrebbe continuare ad esercitare questo fascino nonviolento soprattutto su di noi credenti cristiani. Per provare a migliorare il corso della storia di questo nostro mondo, non dovremmo troppo presto rinunciare a chiederci – come teologi e come Chiesa tutta – se vi possa essere qualcosa di politicamente efficace, anche su grande scala e sul piano delle istituzioni, nell’amare i nostri nemici, nel non opporci (violentemente) al malvagio, nel porgere l’altra guancia a chi ce ne percuote una, nel raddoppiare la distanza percorsa insieme a chi ci costringe ad accompagnarlo lungo la strada, nel lasciare anche il mantello a chi ci porta in tribunale per toglierci la tunica. Allo stesso tempo, invece, dovremmo diffidare – chiedendoci se non rappresenti una subdola tentazione diabolica – di chi ci suggerisce: “Accettate, per difendere voi e le vostre nazioni, di usare la violenza della guerra e delle armi e noi vi daremo la pace che tanto desiderate…”
La ringrazio per il suo apporto al dibattito auspicato, che spero si allarghi perché lo ritengo estremamente necessario.
1) La ritengo una via auspicabile e da percorrere – si tratta di un processo sociale e istituzionale, mediazione a mio avviso necessaria per dare sempre più ampiezza alla pace. Un problema è che non vi abbiamo messo mano finora, quando ne sentiamo tutta l’urgenza e la necessità.
2) La mia provocazione non intendeva dismettere la questione etica – che è essenziale e si pone alla coscienza di ogni credente. Come passare, però, dal piano della coscienza individuale a quello collettivo in questo momento, in cui mancano istituzioni internazionali che possano sorreggere forme di nonviolenza come opposizione al male. L’esempio da lei fatto, ma si potrebbe anche rimandare a Mandela per il Sudafrica, è stato efficace in un contesto molto diverso da quello attuale in Ucraina. Concretamente come si può organizzare una difesa non violenta davanti all’imperialismo di Putin?
3) La conclusione del terzo punto, se mi permette, è una caricatura e travisatura di quello che ho scritto. A parte questo, la mia interrogazione coincide con il suo auspicio: dobbiamo lavorare, a partire dall’ingiunzione evangelica che mi/ci riguarda, per dare forma a pratiche politiche e istituzioni che cerchino di approssimarla il più possibile. D’altro lato, non mi sento di chiedere che altri vivano il prezzo del comandamento evangelico, perché finire sotto il giogo di Putin non è né una bella cosa, né assomiglia lontanamente alla pace.
Ringrazio Marcello Neri e aggiungo:
1) Concordo sul ritardo con cui proviamo a mettere mano al problema e ritengo che ci si debba tutti impegnare – meglio tardi che mai – per farlo, nel miglior modo possibile e fin da ora.
2) A proposito del nostro ritardo e della praticabilità della nonviolenza in contesti più vicini a noi, come è quello ucraino, se fosse stata recepita la proposta sull’istituzione dei “Corpi Civili di Pace Europei”, avanzata da Alex Langer al Parlamento Europeo nel lontano 1992
https://www.micromega.net/i-corpi-civili-di-pace-europei-una-piccola-concreta-utopia-allopera, e se l’Unione Europea avesse potuto inviare per tempo – anziché armi – questi mediatori professionisti e volontari adeguatamente formati nelle zone in cui iniziavano a manifestare segnali crescenti di conflittualità tra le popolazioni ucraina e russofona, forse l’escalation violenta e militare, con le sue tragiche conseguenze, avrebbe potuto essere evitata. Ma sarebbe un errore, ora, posticipare ulteriormente quanto possiamo e dobbiamo fare fin da ora, con lungimiranza, nella direzione indicata da Alex Langer.
Concordo sulle difficoltà nel passare dal piano dell’etica individuale a quello dell’etica collettiva, soprattutto in questi tempi di drammatica insufficienza delle istituzioni e delle politiche nazionali e internazionali. Proprio per questo (mentre auspichiamo il maturare e l’emergere di una generazione di politici eticamente e culturalmente all’altezza dei tempi) mi pare che la direzione più promettente sia quella, già indicata da Aldo Capitini, di un “potere” (inteso come verbo prima che come sostantivo) “dal basso e di tutti” e cioè della promozione capillare di una crescente partecipazione attiva, consapevole, informata e formata, della popolazione a tutti i livelli della “cosa pubblica”.
3) Non era mia intenzione fare una caricatura di quanto scritto da Marcello Neri – e chiedo scusa a lui e a chi legge per aver dato motivo di intendere questo – perché il ricorso alla figura biblica ed evangelica del subdolo e diabolico tentatore voleva rappresentare un invito più generale (in forma, sì, di caricatura-vignetta) a operare un intelligente discernimento evangelico ed ecclesiale nei confronti delle contraddittorie voci, interiori ed esterne, che ci promettono pace a condizione di seguire determinati mezzi. Coltivare una vigilanza critica sulle proprie opinioni è importante per tutti, a partire da me, e in questo senso la caricatura-vignetta potrebbe essere declinata anche sostituendo la frase “usare la violenza della guerra e delle armi” con la frase “usare tecniche nonviolente”.
Aggiungo, riguardo al “prezzo del comandamento evangelico”, che il pensiero e la pratica della nonviolenza – pur essendo in piena sintonia con il discorso della montagna – non sono proposti, ad esempio da Aldo Capitini, come specifici e tanto meno esclusivamente praticabili dall’etica cristiana e che lo stesso Capitini non intendeva imporre a nessuno comportamenti eroici. Addirittura, persino parlando di sé non come di “un nonviolento” ma come di “un amico della nonviolenza”, intendeva precisamente sottolineare la necessità di lasciare ciascuno libero di scegliere come interpretare personalmente, nel caso ne fosse rimasto persuaso, l’ispirazione e la pratica nonviolenta.
Detto questo, rimane per tutti noi, cristiani o non cristiani, la urgente necessità e responsabilità di rispondere alla domanda se – nel qui e oggi dei contesti più drammatici e soprattutto nella posizione di chi ne subisce più direttamente le conseguenze – la guerra, la violenza e il riarmo siano davvero una risposta migliore (o se si preferisce meno peggiore) rispetto alle pratiche nonviolente.
Basterebbero le grandi encicliche sociali, dalla Populorum Progressio alla Caritas in Veritate, che hanno accompagnato i processi di decolonizzazione e globalizzazione. La violenza è sempre frutto di una forte ingiustizia, da parte Nato una specie di superbia che non ha saputo tenere conto delle resistenze del resto del mondo, da parte Russia il rancore per la perdita del proprio protagonismo.
Le organizzazioni internazionali sono ferme al secondo conflitto mondiale nonostante i rapporti (reali) di forza siano ormai del tutto mutati.
Grazie per questo approfondimento del dialogo e del dibattito. La proposta di Langer mi affascinò in età molto più giovane (avevo poco meno di 30 anni) e con meno competenze di oggi. Questo detto non per metterla da parte, ma proprio per rilanciarla: perché era fattibile, viabile e realistica. Un punto dal quale possiamo e dobbiamo ripartire, proprio per creare quel “potere” civile della società. Se non ricordo male, ma andrò a rileggerla per bene, si strutturava come mediazione e negoziazione, che avrebbe evitato la coppia vincente-perdente, chi è nel giusto e chi è nel torto. A mio avviso, questo spirito della proposta consente che alla sua realizzazione civile possano partecipare insieme anche cittadini che hanno opinioni diverse sul conflitto in atto o su quello possibile. Questa è una sua vera e propria forza, sia nel conflitto, sia nella creazione del consenso oggi verso quella proposta dimenticata di più di 30 anni fa.
Una cosa sul discorso della montagna. Lohfink, ripreso poi da Martini, metteva in risalto come esso non fosse destinato al singolo ma alla comunità (piano sociale, quindi). Qui un primo innesto per il passaggio dalla coscienza individuale a quella collettiva. Poi indicava il senso del discorso nella creazione di una “comunità alternativa”, che Lohfink declinava a mio avviso in senso comunitarista (e in teoria dovrebbe essere la Chiesa, ma forse lui aveva in mente la Comunità Integrata di cui era membro). Credo sia possibile cercare di interpretare il discorso della montagna come suggestione per un ordinamento alternativo della comunità umana – certo controfattuale rispetto a quello esistente, ma che ha di mira tutta la collettività e non solo una parte al suo interno. E questa protebbe essere una seconda linea di sviluppo.
Io sono pienamente d’accordo con quanto scritto qui. Una pace disarmata e disarmante ci mette nelle mani del male. Improponibile.
Senza inerpicarsi in discorsi troppo astratti esiste già il concetto di proporzionalità. Che non è così diverso da quello valido per i cittadini. Ad esempio posso difendermi da un furto ma non vendicarmi uccidendo. Il problema è che non esiste un esercito terzo iin grado di garantire la difesa della popolazione a causa della debolezza Onu ostaggio dei veti incrociati ecc. La Santa Sede chiede da anni un rinnovamento Onu.