
Louvre, Galleria dei cinque continenti
Recentemente, il Louvre di Parigi è stato sulle prime pagine di molti giornali a causa del furto rocambolesco durante il quale una banda di ladri in pieno giorno ha sottratto alcuni gioielli della corona. Meno commentato dai giornali è stato un avvenimento che testimonia come questo museo continui ad essere un attore imprescindibile per ragionare sui grandi temi che agitano i musei.
La notizia è questa: a inizio dicembre è stata inaugurata una nuova galleria dedicata alle arti dei cinque continenti.
Situata nell’ala Denon del Louvre e accessibile direttamente dalla porta dei Leoni, la Galleria dei cinque continenti espone 130 opere provenienti da ambiti culturali diversi presentati in un allestimento chiaro e luminoso a firma di Jean-Michel Wilmotte.
Quarantadue opere tra cui sculture, oggetti d’arte, antichità greche, romane, egizie e del Vicino Oriente, arte islamica e arte bizantina provenienti dalla collezione del Louvre sono esposte accanto a settantasette capolavori del Musée du Quai Branly – Jacques Chirac, insieme a prestiti del Musée Guimet, del Musée d’Aquitaine, del Château-Musée de Boulogne-sur-Mer, della Bibliothèque Nationale de France e del Musée National de la Marine, nonché a sculture concesse in prestito dalla Nigeria.
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Lo scopo del nuovo allestimento è quello di esplorare le affinità tematiche, concettuali e formali di opere provenienti da culture diverse in epoche diverse.
Le opere sono raggruppate secondo grandi temi comuni: i cicli della vita, la rappresentazione del potere, credenze, alterità. In questo modo, la grande testa monumentale Moai proveniente da Rapa Nui (Isola di Pasqua) è esposta vicino a maschere funebri egiziane, minoiche e romane; una statua gotica della vergine con il bambino è presentata nella stessa sala di una maternità africana.
Il riallestimento aggiorna, allargandolo e integrandolo con opere europee, la presentazione del Pavillon de Sessions che nel 2000 aveva accolto per la prima volta al Louvre capolavori di Africa, Americhe e Oceania.
L’apertura del Pavillon de Sessions era stata voluta da Jacques Chirac, amante delle «arti prime» e promotore del museo ad esse dedicato che porta il suo nome (Quai Branly-Jacques Chirac). All’epoca, l’inserimento nei percorsi espositivi del Louvre di opere non europee aveva suscitato non poche perplessità.
L’allora direttore del museo, Pierre Rosenberg, aveva accettato suo malgrado il diktat presidenziale, ritenendolo un omaggio temporaneo ad opere di indubbio valore artistico, ma che non «potevano insegnare niente al pubblico del Louvre» e che dopo la pausa espositiva al Louvre avrebbero trovato la loro giusta collocazione nel museo a loro dedicato del Quai Branly.
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Sulla reazione di Rosemberg ritorna il filosofo senegalese Souleymane Bachir Diagne, che ha appena pubblicato per i tipi di Albin Michel un volume dedicato al tema dell’universalità dell’arte (Les Universels du Louvre), oggetto di cinque lezioni tenute al Louvre lo scorso anno.
Per certi versi dunque il libro di Bachir Diagne è un’introduzione alla riapertura della Galleria dei Cinque Continenti. Bachir Diagne si interroga sul significato dell’affermazione di Rosenberg, che aveva giustificato il suo rifiuto verso le arti prime dicendo che il Louvre non era un museo universale ma un museo della tradizione europea e quindi solo a questa poteva essere dedicato.
Ma, insiste il filosofo, la tradizione europea si è spesso ritenuta portatrice di valori universali, e quindi sostenere che le arti di interi continenti non possono dialogare con essa di fatto le segrega. Dare dignità a sculture africane, mesoamericane o oceaniche ma esporle in luogo separato ricorda, dice Bachir Diagne, la regola dell’apartheid: «uguali ma separati». Non riconoscere un valore universale ad opere non europee riflette una visione hegeliana della storia.
Secondo la visione del filosofo tedesco Georg Wilhelm Friedrich Hegel, la storia si sviluppa come un processo razionale attraverso cui lo Spirito (Geist) realizza progressivamente la libertà. Ogni epoca storica esprime un diverso grado di consapevolezza della libertà: nell’Oriente antico è libero uno solo, nel mondo greco-romano alcuni, nel mondo moderno tutti in quanto cittadini. Per Hegel lo spirito libero genera bellezza.
Nell’analisi di Hegel il continente africano (o per meglio dire l’Africa subsahariana) è fuori dalla storia e quindi non appartiene a questa progressione. Le opere africane non sono portatrici di una bellezza né possono dialogare con la civiltà europea che è coronamento di un processo universale e quindi porta con sé valori universali.
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Pubblicate nel 1837, le lezioni di filosofia della storia di Hegel nascono nell’età della grande espansione coloniale europea e ad una lettura contemporanea risultano essere intrise di razzismo. Non si vuole qui screditare la filosofia di Hegel, ma solo notare che alcuni suoi concetti oggi sono insostenibili.
Nonostante questo, però, l’idea dell’arte europea come unica portatrice di valori universali resiste. Ad esempio molti in Italia credono che l’arte italiana sia universale, a volte scambiando richiamo turistico con condivisione di valori. E’ possibile e probabile che l’arte italiana sia universale, ma non è affatto ovvio che lo sia più di un intaglio maori.
Per contrastare queste affermazioni Bachir Diagne traccia la felice storia delle contaminazioni che l’arte non europea presente in Europa ha saputo ispirare, a partire dalla stretta relazione tra arte africana e modernismo.
Poeti e artisti del primo Novecento hanno visto e sentito nelle forme dei feticci africani una via per capire il proprio mondo e dar corpo alla propria visione artistica. Certo, dice Bachir Diagne, le opere d’arte africane non hanno valore solo perché sono e possono essere «riconoscibili» da altre culture.
Sono prima di tutto espressione delle comunità che le hanno formate. Riconoscere la loro universalità non vuol dire disconoscere il loro significato intrinseco che rimane intraducibile.
Ma il punto è che, nonostante la loro apparente impenetrabilità, questi oggetti parlano una lingua che «insegna» a tutti. Il nuovo allestimento del Louvre riconosce l’universalità di queste opere d’arte, promuovendo oggetti etnografici a opere d’arte e per converso presentando opere d’arte (europee) come oggetti etnografici.
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La nuova Galleria dei cinque continenti al Louvre apre al visitatore la possibilità di interrogarsi sui rapporti tra culture diverse nel corso del tempo fuori da stereotipi disciplinari. Lo scorso maggio, il Metropolitan Museum di New York ha inaugurato il riallestimento dell’ala Michael C. Rockefeller in cui la collezione di arte africana e quella greco-romana sono ravvicinate a dimostrazione dei rapporti tra questi mondi in età antica.
La nuova galleria dei cinque continenti del Louvre, mette fine a anni di polemiche iniziate al momento della creazione del museo del Quai Branly in cui erano confluite le collezioni del Musée de l’Homme e quelle del museo delle arti dell’Africa e dell’Oceania, e che sanciva il desiderio del presidente Chirac e del suo consulente Jacques Kerchache di vedere riconosciuto il valore artistico e non solo antropologico delle arti prime.
All’epoca questo stravolgimento fu inteso sia come un atto di colonialismo culturale (da parte degli antropologi), sia come un affronto all’integrità culturale del Louvre (da parte degli storici dell’arte).
Il magnifico testo di Souleymane Bachir Diagne interpreta questo allestimento in una visione dialogante dell’arte e dei suoi significati, mettendo a nudo l’inerente razzismo delle categorizzazioni di specie. Senza fare sconti a nessuno sulla necessità delle restituzioni ai Paesi di origine di opere depredate in epoca coloniale, Bachir Diagne ci insegna a riconoscere il valore universale dell’arte non europea e della sua forza vitale che supera ogni forma di confinamento interpretativo.
Purtroppo, troppo spesso il processo di decolonizzazione dei musei, ha come risultato quello di ridurre queste opere a mero emblema di violenza e sopraffazione. La Galleria dei cinque continenti del Louvre, esponendo capolavori di arte mondiale nel tempio della cultura occidentale, mette in atto l’idea di universalismo senza suscitare particolarismi sclerotici, ma generando conversazioni e rinascite.
- Dal Substack di Stefano Feltri, Appunti, 1 gennaio 2026






