Leone XIV ai diplomatici: salviamo l’Occidente

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Leone XIV incontra il corpo diplomatico, 9 gennaio 2026 (Foto: Vatican Media)

Nel suo primo discorso al corpo diplomatico (9 gennaio) papa Leone, nell’ambito di una argomentata presentazione geopolitica, non risparmia critiche alla cultura occidentale. Non per prenderne congedo e ancora meno per dare fiato alle destre «simil religiose», ma piuttosto perché esso abbia un ruolo nel futuro culturale e geopolitico mondiale. Come già papa Francesco, esprime l’urgenza che un rinnovato disciplinamento mondiale sia coerente con le domande dei «nuovi popoli», oltre i rapporti di forza e le pretese delle ideologie colonizzatrici.

Per forza di cose l’intervento di quest’anno risente del maggior peso della Segreteria di stato ed è interno ai temi, al linguaggio e alle attenzioni degli ultimi decenni. Ma non mancano le considerazioni più specificatamente legate al pontefice: dal richiamo fondate ad Agostino al tema dei vecchi e nuovi diritti, dalla questione delle persecuzioni alla esigenza di un linguaggio condiviso.

De civitate Dei e i diritti

Il riferimento agostiniano è alla De Civitate Dei (La città di Dio) e all’urgenza di risponde all’accusa alla fede cristiana di essere all’origine della decadenza imperiale. «Come allora siamo in un’epoca di profondi movimenti migratori; come allora siamo in un tempo di profondo riassetto degli equilibri geopolitici e dei paradigmi culturali; come allora siamo, secondo la nota espressione di papa Francesco, non in un’epoca di cambiamento, ma in un cambiamento d’epoca».

Della profonda mutazione in atto fa parte la discussione dei vecchi e nuovi diritti. Sull’abbrivio dell’ampliamento dei diritti fondamentali del 1948 (del fanciullo, della donna, dell’anziano, dell’ambiente, della pace ecc.) si è giunti ai «diritti sessuali» ai «diritti riproduttivi», alla «salute riproduttiva», cioè all’affermazione di «diritti individuali» che, rispetto ai «diritti fondamentali» (libertà personale, di pensiero, di movimento ecc.) non tollerano alcun limite e trasformano la «non discriminazione» da condizione per affermare il diritto a diritto in sé. Essi talora si sovrappongono ai primi, di fatto annullandoli, e creano le condizioni per una loro progressiva irrilevanza e rimozione (cf. qui su SettimanaNews).

Il papa si riferisce a un «pacchetto» che contiene, fra gli altri, la legislazione sulla famiglia, la cura per la vita nascente (aborto), la maternità surrogata, la morte fra cure palliative ed eutanasia. Nel contesto attuale «si sta verificando un vero e proprio corto circuito dei diritti umani. Il diritto alla libertà di espressione, alla libertà di coscienza, alla libertà religiosa e perfino alla vita, subiscono limitazione in nome di altri cosiddetti nuovi diritti con il risultato che l’impianto stesso dei diritti umani perde vigore, lasciando spazio alla forza e alla sopraffazione. Ciò avviene quando ciascun diritto diventa autoreferenziale e soprattutto quando perde la sua connessione con la realtà delle cose, la loro natura e la verità».

Le persecuzioni e le parole

Non meno esplicita la denuncia circa le risorgenti persecuzioni antireligiose, particolarmente verso il cristianesimo. Il 64% della popolazione mondiale ne soffre e in essa sono 380 milioni i cristiani interessati, uno su sette. Vi è un esplicito riferimento al Bangladesh, alle regioni africane del Sahel, alla Nigeria, al Medio Oriente e al Mozambico.

In parallelo annota «una sottile forma di discriminazione religiosa nei confronti dei cristiani che si sta diffondendo anche in paesi dove essi sono numericamente maggioritari, come in Europa o nelle Americhe, dove talvolta si vedono limitare la possibilità di annunciare le verità evangeliche per ragioni politiche o ideologiche, specialmente quando difendono la dignità dei più deboli, dei nascituri o dei rifugiati e dei migranti o promuovono la famiglia». È ancora imprecisa la connessione fra persecuzione e quello che si può chiamare «cristianofobia»: dalla consistenza alle rispettive ragioni (cf. qui su SettimanaNews).

La possibilità di un dialogo per superare i crescenti conflitti richiede «che le parole tornino ad esprimere in modo inequivocabile certe realtà». Un indebolimento della parola è paradossalmente rivendicato in base alla stessa libertà di espressione, mentre «la libertà di parola e di espressione è garantita proprio dalla certezza del linguaggio e dal fatto che ogni termine è ancorato alla verità. Duole invece constatare come, specialmente in Occidente, si vadano sempre più riducendo gli spazi per l’autentica libertà di espressione, mentre va sviluppandosi un linguaggio nuovo, dal sapore orwelliano, che nel tentativo di essere sempre più inclusivo finisce per escludere quanti non si adeguano alle ideologie che lo animano».

L’insieme delle osservazioni critiche alimenta una interpretazione filo-destrorsa e persino una assonanza con le parole del vicepresidente americano J.D. Vance alla conferenza di Monaco (febbraio 2025), dimenticando la puntuta risposta dell’allora card. Prevost al fantasioso richiamo dell’americano all’ordo amoris di Agostino per giustificare le leggi anti-immigrati.

Multilateralismo e diritto umanitario

Più prevedibili, ma decisivi, due riferimenti essenziali alla convivenza fra i popoli: il multilateralismo fra gli stati e il vincolo del diritto umanitario nel caso dei conflitti.

La Santa Sede denuncia la progressiva e insensata erosione delle istituzioni internazionali. «Ad una diplomazia che promuove il dialogo e ricerca il consenso di tutti si va sostituendo una diplomazia della forza, dei singoli o di gruppi di alleati. La guerra è tornata di moda e un fervore bellico sta dilagando. È stato infranto il principio stabilito dopo la seconda guerra mondiale che proibiva ai paesi di usare la forza per violare i confini altrui».

Si pretende una pace gloriosa attraverso la guerra. «È proprio questo atteggiamento che ha condotto l’umanità nel dramma della seconda guerra mondiale, dalle cui ceneri sono poi nate le Nazioni Unite il cui 80° anniversario è stato da poco celebrato».

La corsa al riarmo e a nuovi strumenti bellici sempre più devastanti ha oggi una giustificazione poco riflessa. Un ammonimento grave che si accompagna alla richiesta accorata del diritto umanitario per almeno mitigare gli effetti devastanti della guerra. «Non si può tacere che la distruzione di ospedali, di infrastrutture energetiche, di abitazioni e di luoghi essenziali alla vita quotidiana costituisce una grave violazione del diritto umanitario». Non c’è alcuna esigenza statuale o militare superiore all’inviolabilità della dignità umana e della sacralità della vita.

È evidente il duplice riferimento al presidente americano Trump e a quello russo Putin. Al primo si rimprovera la volontà di distruggere il multilateralismo, di ignorare i diritti dei migranti, di non rispettare la volontà del popolo venezuelano. Al secondo di aggredire paesi indipendenti come l’Ucraina, di ignorare il diritto umanitario, di cancellare il rispetto dei detenuti, soprattutto politici. Solo marginale il richiamo alla Cina di Xi Jinping col suggerimento di un approccio pacifico e dialogante di fronte alle contese.

184 stati

Tornano con insistenza i richiami alla difesa dei poveri, dei migranti, dei detenuti, delle famiglie, dei bambini, dei tossicodipendenti, dei morenti. Essenziale ma preciso l’elenco dei conflitti maggiori ancora aperti: dall’Ucraina alla Terra santa, dai Caraibi (Venezuela) ad Haiti, dai Grandi Laghi al Sudan, dal Myanmar all’Asia Orientale.

Il consenso e il sostegno all’ONU è accompagnato dalla necessità della sua riforma senza inseguire ideologie di tipo colonialista. Il papa segnale anche elementi positivi come la tenuta degli Accordi di Dayton, la dichiarazione di pace fra Armenia e Azerbaigian, la disponibilità ad accordi del Vietnam. Parole singolarmente positive nei confronti dell’Italia per il nuovo accordo sull’assistenza spirituale alle forze armate, per l’impianto agricovoltaico a Santa Maria di Galeria, per la cordialità dei rapporti con il Quirinale e la gestione del giubileo appena concluso.

Complessivamente sono 184 gli stati che hanno relazioni diplomatiche con il Vaticano e per 93 casi le missioni diplomatiche hanno sede a Roma. Oltre gli stati anche organismi sovranazionali hanno la loro rappresentanza: dall’Unione Europea alla Lega Araba, dall’Organizzazione internazionale per le migrazioni all’alto commissariato delle Nazioni unite per i rifugiati.

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2 Commenti

  1. Marina Umbra 12 gennaio 2026
  2. Francesco 12 gennaio 2026

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