Siria: piena cittadinanza ai Curdi

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Mossa a sorpresa (non del tutto) del presidente siriano al-Sharaa. I curdi tornano a essere cittadini con pieni diritti civili, negati loro per decenni dal regime degli Assad; la loro festa nazionale, il capodanno curdo, diviene festa nazionale; il curdo seconda lingua del Paese.

È un fatto storico, non solo per i curdi, ma per l’idea di pluralismo, tutta ovviamente da elaborare ma che senza il riconoscimento dell’altro non può neanche iniziare a respirare. Infatti il decreto presidenziale riconosce la cultura curda come componente essenziale della complessa e diversificata identità nazionale.

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La decisione di al-Sharaa però arriva con dieci mesi di ritardo rispetto al suo primo ufficiale impegno in tal senso e nel pieno del conflitto con la potente milizia curda SDF. Durissimi combattimenti hanno costretto i curdi a lasciare due quartieri di Aleppo e villaggi limitrofi, producendo nuovi profughi, e ora gli uomini delle SDF hanno annunciato di ritirarsi da tutti i territori a ovest dell’Eufrate, una richiesta decisiva di Damasco per evitare altri e più gravi combattimenti. Dunque i negoziati sulla Siria di domani, si spera, potrebbero riprendere nonostante la durezza dei recenti scontri.

Si potrebbe immaginare che dietro la decisione di Damasco ci sia la pressione americana, visto che proprio in queste ore l’inviato statunitense incontra il comandante delle SFD. Il compromesso complessivo tra Damasco e le SDF è decisivo per la stabilizzazione della Siria, alla quale è molto interessata anche la Turchia, che ha una sorta di primazia politico-militare su al-Sharaa e intende ottenere un risultato che le consegni il controllo della porzione più ampia possibile della Siria. Ma nel comportamento del leader siriano si potrebbe forse scorgere anche una sua “abilità”.

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Giorni addietro infatti al-Sharaa aveva rilasciato un’intervista alla principale emittente curda, nella quale riconosceva ai curdi il loro ruolo di componente fondamentale dell’identità siriana, ma contestava le scelte politico militari dell’SDF. Dunque al-Sharaa ha voluto inserire un cuneo: un conto è (o sarebbe) il rispetto dei curdi, un conto è l’accordo con un gruppo miliziano che – secondo lui – prenderebbe ordini dall’estero, cioè dai curdi turchi del PKK.

Secondo alcune fonti, questa parte dell’intervista non è stata trasmessa dall’emittente curda, sostenendo che si volevano evitare tensioni. Altri affermano che l’intera intervista non è stata trasmessa dall’emittente curda, per le stesse ragioni. Resta comunque la rilevanza della decisione. I curdi sono il 10% della popolazione siriana complessiva.

Al-Sharaa dunque ha certamente risollevato la sua posizione negoziale, non solo sconfiggendo i curdi ad Aleppo, ma anche accreditando l’impressione di non essere il solito integralista; no, lui sa (o saprebbe) riconoscere l’esistenza dell’altro.

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Se il negoziato ripartirà, al-Sharaa spera che ciò accada in un contesto in cui ha preso di sorpresa l’interlocutore. Come è noto da mesi sono due i punti nevralgici su cui non si trova ancora un’intesa: come i miliziani curdi entrerebbero nell’esercito siriano e quanta autonomia avrebbero i curdi sui territori siriani che rivendicano. Oggi hanno piena autonomia amministrativa e piena autonomia militare, domani non potrà essere così.

Il punto è come risolvere il nodo della loro confluenza nell’esercito siriano sottoposto, come tutti gli eserciti, al governo nazionale (i curdi vorrebbero essere un corpo unico e autonomo, l’ipotesi sarebbe di dividerli in tre reggimenti) e quanta autonomia amministrativa avranno. Da questo può dipendere anche il rapporto tra governo centrale e altre minoranze.

È inutile ripeterlo: il vecchio schema delle minoranze persiste, l’idea di un decentramento territoriale non è molto di moda. Poi c’è da portare a un punto di convergenza possibile il negoziato con Israele per il fianco sud e i protocolli sulla sicurezza, un capitolo certo non facile. L’inviato americano non ha voluto fare commenti, dimostrando estrema prudenza e riservatezza, a conferma della delicatezza del momento.

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Il fatto meno citato, ma molto rilevante, è che in Siria fa molto freddo, da settimane, e un’ampia fetta di popolazione non può permettersi di comprare legna da ardere o gasolio per le stufe. Non hanno i soldi. Così alcune ONG presenti sul territorio hanno constatato che molti sono costretti a riscaldarsi bruciando immondizie, vecchi vestiti usati, con la venefica presenze di plastiche e nylon.

Questa è la “realtà politica” del territorio, sia dell’uno sia dell’altro gruppo in lotta e prima che la rimozione delle sanzioni da parte della comunità internazionale possa tradursi in cambiamento fattuale per la gente in carne e ossa occorrerà ancora molto. Difficile pensarlo per il prossimo inverno.

Intanto fa discutere il fatto che nonostante il decreto sull’identità siriana il Paese si chiami ancora Repubblica Araba Siriana, come è stato nella lunga epoca precedente, dove quell’araba contraddice quanto scritto nel decreto sull’identità. Che ovviamente, anche qui, sarebbe un cambiamento dovuto e importante, una premessa logica per negoziare e una conseguenza elementare di quanto riconosciuto finalmente dal decreto presidenziale, oltre che dalla realtà evidente.

Ma sarebbe meglio discuterne con la legna o il gasolio a disposizione della popolazione, non mentre ci si scalda intossicandosi con le immondizie, che producono dannose esalazioni, non solo nelle campagne ma anche nelle desolate periferie.

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