
Il professor Riccardo Burigana è direttore del Centro Studi per l’Ecumenismo, insegna Ecumenismo e dialogo interreligioso presso la Sezione San Tommaso d’Aquino della Pontificia Facoltà Teologica dell’Italia Meridionale. Gli abbiamo posto alcune domande di valutazione degli eventi che hanno caratterizzato l’anno anniversario di Nicea, mentre stanno avendo luogo in Italia gli appuntamenti dedicati alla preghiera e al dialogo interconfessionale cristiano e con l’ebraismo.
– Quale valutazione, Riccardo, ti senti di fare dell’anniversario del Concilio di Nicea in ambito ecumenico?
Sul piano personale direi che è stato un anno molto positivo, perché ho partecipato ad un progetto internazionale i cui membri – professori italofoni – hanno lavorato in interazione molto proficua: membri da Chiese molto diverse e dalla stessa Chiesa cattolica con diversi orientamenti.
È stato, quindi, un confronto che, con molta parresia, ha portato ad approfondire le visioni e le interpretazioni storico-teologiche – molto diverse tra loro – che le Chiese hanno di Nicea: un vero esercizio di dibattito franco e costruttivo, che ha prodotto molti articoli e interventi, sia in Italia sia in Brasile (l’altro polo geografico del progetto).
Ho partecipato al convegno conclusivo di Napoli, una due giorni molto intensa, in cui gli stessi accademici sono rimasti sorpresi dalla ricchezza dei contenuti riservati da uno studio in profondità dei documenti di Nicea fatto insieme; quindi, dalle letture che ne possono venire date e soprattutto dalle possibilità di sviluppo delle prassi, riguardo, ad esempio, all’espressione del Credo.
– Quali Chiese hanno partecipato al progetto di cui stai parlando?
Promosso dalla Sezione San Tommaso d’Aquino della Pontificia Facoltà Teologica dell’Italia Meridionale e dall’Università Cattolica di Pernambuco, ha visto la presenza di settantadue studiosi italofoni di tredici Paesi. Per quanto riguarda le Chiese, vi hanno partecipato le Chiese cattoliche, sia di rito latino che greco-cattolico; erano presenti inoltre, Valdesi, Battisti, Luterani, Avventisti, Pentecostali; quindi, Ortodossi serbi, romeni e membri del Patriarcato Ecumenico.
L’evento ha permesso a molti studiosi di conoscersi e di scambiare conoscenze ed esperienze, nonché di confrontarsi da posizioni molto diverse sul Concilio di Nicea, anche all’interno dello stesso mondo cattolico, con esperti di teologia, di dogmatica, biblisti, storici, esperti di diritto, dalla Sezione San Tommaso d’Aquino della Pontificia Facoltà Teologica dell’Italia Meridionale fino all’Accademia di Scienze religiose degli Stati Uniti; senza dimenticare il contributo brasiliano con rappresentanti del Comitato di Scienze storiche che dell’Università Cattolica del Pernambuco, anche qui con la partecipazione di esperti di varie discipline teologiche e di diverse confessioni quali i Battisti e i Pentecostali.
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– Su un piano più globale come valuti l’anno di Nicea?
L’anno si è chiuso – come ben sappiamo – nella stessa Nicea con l’incontro tra papa Leone XIV, il Patriarca Bartolomeo e – ci tengo a sottolinearlo – il Segretario del Consiglio Ecumenico delle Chiese. Durante l’anno ci sono stati tanti incontri di carattere ecumenico e non solo, con molti interventi da parte delle varie Chiese.
Io penso che, in generale, le Chiese siano uscite dalla logica della mera commemorazione, per avviare un esame e un processo serio di considerazione del significato e del valore di quel Concilio, per i cristiani, nei secoli, fino ad oggi.
A mio parere, si può parlare di un vero salto di qualità, accompagnato dalla produzione di molti testi e dall’individuazione di nuove prospettive di ricerca e di sviluppo ecumenico.
– Quali novità sono affiorate nello studio di Nicea? Chiaramente solo per cenni.
Nell’anno dell’anniversario, la possibilità di accesso a nuove fonti e una nuova riflessione sul loro valore ha aiutato a superare la narrazione di un Concilio voluto unicamente da Costantino per ragioni di potere.
Il prof. Morini ha scritto un lungo e interessante articolo – che uscirà nei prossimi mesi – su come è stata letta Nicea nella geografia di provenienza dei Padri Conciliari, il che ci dice come la tradizione orale abbia saputo veicolare affermazioni teologiche così importanti.
Al convegno di Napoli ho presentato una ricerca sulla presenza del Concilio di Nicea all’Università di Wittenberg nel XVI secolo: ho studiato come il Concilio di Nicea sia stato usato per definire la dottrina della nascente confessione: i teologi luterani hanno aperto la Confessione di Augusta proprio con una citazione da Nicea e questo schiude una nuova pista di dialogo ecumenico in vista del 500° anniversario della Confessione di Augusta (1530–2030).
– Chi c’era con il papa a Nicea nel novembre scorso? E chi – forse – non c’era?
Quando l’incontro è stato pensato – con papa Francesco –, l’idea era quella di riunire tutti i capi delle Chiese, mentre, alla fine, come abbiamo visto, si è trattato di un incontro tra Roma e Costantinopoli, tra papa Leone e il patriarca Bartolomeo; ma c’era anche il Segretario del Consiglio Ecumenico delle Chiese, il sudafricano Rev.do Jerry Pillay, presbiteriano, una persona che si è spesa e si spende molto per il dialogo ecumenico.
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– Il mondo ortodosso russo non ha avuto alcuna parte nella memoria di Nicea?
Nell’attuale situazione, così complessa nel mondo ortodosso e tra gli stessi mondi della ortodossia, era del tutto impossibile la partecipazione del Patriarcato di Mosca.
Ho colto però, qua e là, segnali positivi di presenza, in varie sedi, con vari interventi, di rappresentanti della diaspora dell’Ortodossia russa: ad esempio, di professori di teologia americani e francesi.
– Altre Chiese assenti?
Al contrario – ma in positivo – mi ha sorpreso la presenza del mondo pentecostale a molti incontri, il che ha portato una riflessione propria su di un tema che avrebbe potuto risultare divisivo: dalle Chiese del XX secolo, infatti, il tempo di Nicea avrebbe potuto essere ignorato; ma non è stato così.
– Hai accennato al Credo: che lavoro è stato fatto? Pensi che si possa arrivare ad una riformulazione ecumenica?
Il Credo è stato certamente uno dei grandi temi dell’anniversario. È indubbio che sia stata posto anche il tema di una sua riformulazione: personalmente ritengo che sia giusto pensarci in chiave inclusiva, che ci aiuti, cioè, a rinnovare la centralità e l’unicità di Cristo.
Talvolta la riflessione ecumenica tende a scivolare, secondo me, su un piano eccessivamente interreligioso e interculturale, mentre le Chiese non possono mai perdere di vista, “neppure per un attimo”, Cristo e la missione. Nel Credo e con il Credo si tratta di riaffermare perché le Chiese non possono che camminare insieme, ovvero riaffermare la centralità di Cristo e della conversione del cuore a Lui.
– Cosa pensi di alcune proposte di riformulazione del Credo in ambito cattolico?
Penso che un tale argomento sia di tale e vitale importanza da meritare l’indizione di un Concilio Ecumenico ad hoc, per ribadire e chiarire ciò che i cristiani hanno in comune oggi, in termini più diretti ed efficaci.
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– E riguardo all’unificazione dalla data della Pasqua – tra cristianesimo occidentale e orientale – cosa pensi?
Durante quest’anno si è parlato molto anche di questo, tanti si sono espressi a favore di una soluzione che metta fine allo scandalo di celebrare la Pasqua in date diverse, anche se non sono mancate le voci di chi ritiene inutile questo dibattito.
Io penso che unificare la data sarebbe un atto altamente significativo di comunione tra le Chiese, e non solo una questione pratica di calendario. Per papa Francesco – la data unitaria della Pasqua – era uno degli obiettivi del pontificato; poi, nel 2025 anche la sua voce si è affievolita…
È curioso il fatto che non si sia dato rilievo a tutte quelle esperienze che, in giro per il mondo, già ci sono: esiste già una prassi della Pasqua in comune, se non altro per il fatto che molti cristiani orientali vivono in Occidente e viceversa.
Leone XIV ha rilanciato questa idea, ma le resistenze sono ancora molte: quando, ad esempio, papa Francesco fece un passo in tal senso, ci furono forte resistenze nel mondo ortodosso. I Protestanti sarebbero invece d’accordo.
Questo tema sarebbe l’occasione non solo di mettere in discussione una data, bensì di parlare di come si celebra la Pasqua tra cristiani, poste le forti differenze teologiche e liturgiche esistenti nel mondo cristiano.
– Un altro tema – da Nicea – è quello sinodale. Dopo papa Francesco, la sinodalità è all’ordine del giorno dell’ecumenismo?
Direi che ci lasciamo alle spalle un anno intenso di produzione storico-teologica proprio perché Nicea ha storicamente aperto il metodo sinodale universale: un metodo su cui il movimento ecumenico si interroga e che pratica da anni, apportando un contributo significativo al percorso delle Chiese.
– Come sarà la “Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani” in Italia?
Sto preparando il numero di Veritas di gennaio in cui si presentano gli incontri diocesani della Settimana: centinaia di incontri, con il coinvolgimento della quasi totalità delle diocesi; ma diventa sempre più complicato compilare un elenco delle molteplici iniziative, perché vi sono eventi che accadono anche al di fuori degli ambiti diocesani ufficiali; sempre più la Settimana si configura come un tempo non solo di preghiera ma anche di scoperta e di conoscenza reciproca, con un’attenzione crescente dei giovani per le tradizioni e le spiritualità non cattoliche.
In genere si va, sempre più, verso una preghiera sulla “Parola di Dio” e sempre meno secondo la formula di un presidente (cattolico) e di un ospite, a confronto sulla stessa Parola. Si va verso formule più libere, partecipate, paritarie.
– Parteciperanno alle celebrazioni rappresentanti del Patriarcato di Mosca, in Italia?
Non mi risulta, per ora, ma spero di sbagliarmi, perché è un grave vulnus.
– Mentre del Dialogo ebraico-cristiano – in cui sei, da sempre, impegnato – cosa puoi dire quest’anno, in un clima così politicamente teso?
Attorno alla Giornata del 17 gennaio ho registrato trentadue eventi promossi dalle diocesi. Sono spesso a “due voci”, secondo la formula degli anni ’90: si sceglie un passo biblico e si ascoltano le due voci; è rimasta, cioè, l’idea che siano il Rabbino e il Vescovo (o un biblista per lui) ad incontrarsi e a commentare il passo biblico.
In altri casi si fa riferimento al 60° anniversario di Nostra aetate – caduto pure l’anno scorso –, documento che rimane di fondamentale importanza sia per il dialogo interreligioso sia per il rapporto con l’ebraismo.
Rimane il fatto che la Giornata del 17 gennaio non ha mai avuto grandi numeri.
– Tu dove sarai impegnato in questo mese?
Sarò a Bari per una due giorni di conversazione tra Cattolici e Ortodossi, organizzata dalla Comunità di Gesù, presieduta da Matteo Calisi, col sostegno dell’arcidiocesi di Bari, in collaborazione col Centro Studi per l’Ecumenismo in Italia e l’Associazione Italiana Docenti di Ecumenismo, che ha saputo convocare Ortodossi ucraini e russi della diaspora, Greco-Cattolici bielorussi, Ortodossi romeni e del Patriarcato, dell’Albania, della Serbia, Anglicani inglesi e statunitensi, oltre che varie anime del mondo cattolico.
Sarà presente anche il Presidente della Conferenza delle Chiese europee, l’arcivescovo Nikitas di Tyatheira e Gran Bretagna del Patriarcato Ecumenico di Costantinopoli, che parlerà della Carta Ecumenica da lui stesso firmata. Tra gli interventi mi piace segnalare quello di mons. Donato Oliverio, vescovo dell’Eparchia di Lungro, del padre domenicano Emanuel Albano, coordinatore dell’Istituto di teologia ecumenica San Nicola, e di Vito Mignozzi, preside della Facoltà Teologica Pugliese.
Il 22 mattina mi è stato chiesto di presentare lo stato dell’ecumenismo alla riunione del clero dell’Eparchia di Lungro; sempre il 22, nel pomeriggio terrò un incontro, in modalità remota, di presentazione della nuova versione della Charta Oecumenica. Il 23 sarò a Arino di Dolo per parlare, in occasione del 40° anniversario dell’incontro delle religioni ad Assisi, del contributo del dialogo ecumenico e interreligioso alla pace.
Il 25 sarò a Empoli, dove vivo, per una giornata di preghiera per l’unità in famiglia, perché, come ci ricorda il Concilio Vaticano II, l’unità parte dalla conversione del cuore, da vivere ogni giorno, sempre, nei luoghi dove più forte è l’esperienza di fede: i miei tre figli sono i miei maestri di dialogo nell’ascolto non solo delle parole, ma anche di cosa sta nel cuore del prossimo.
E avrà luogo ad Empoli, per la prima volta, una preghiera ecumenica.





