
Al termine dell’analisi del primo Concistoro di Leone XIV (vedi qui), mi proponevo – e proponevo alle varie comunità ecclesiali – di affiancare il procedere dell’anno liturgico a brevi zoom su quanto il Sinodo dei Vescovi ha stabilito al termine dell’ultima assemblea sinodale dell’ottobre 2024 (che – ricordiamolo sempre! – è già magistero, seppur da contestualizzare).
Seguendo poi quanto anche Leone XIV sta indicando, questi zoom potrebbero riguardare, non solo il documento finale dell’assemblea sinodale (DF), ma anche i corrispondenti passaggi presenti in Evangelii gaudium (EG) e nei documenti del Concilio Vaticano II (che mi limiterò a citare, con la viva speranza che “corriate” a rileggerli attentamente).
Siccome l’anno liturgico non è scandito solamente dai tempi forti o ordinari, ma anche da specifiche giornate della memoria o settimane di preghiera, ecco che oggi vorrei puntare i riflettori sul dialogo interreligioso, alla luce della giornata per il dialogo tra cattolici ed ebrei (che si celebra domani, 17 gennaio 2026).
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I padri e la madri sinodali hanno affermato con forza l’importanza della «diffusione» in tutta la Chiesa del dialogo interreligioso (DF 151) [1]. Anzi, di più, hanno sottolineato il «“gusto spirituale” (EG 268)» per questo dialogo interreligioso (DF 17). Poiché grazie ad esso, da un lato, si possono riconoscere nei credenti di altre religioni, coi quali ormai conviviamo in tutto il mondo, «i semi del Verbo» (DF 17; 56; cf. anche Nostra aetate 2; Gaudium et spes 92); dall’altro lato, in un mondo sempre più multiculturale, i credenti (indigeni) di ogni religione «sono messi in discussione dall’ (…) impatto provocato dall’incontro con la diversità di provenienza geografica, culturale e linguistica» (DF 112).
In altri termini – che vado ripetendo da tempo [2] – non solo dono o insegnamento rivolto agli altri da parte dell’eccelsia docens (GS 41-43), ma anche dono ricevuto, ecclesia discens, Chiesa che impara dagli altri (GS 44): in quello che il concilio Vaticano II ha definito essere un «reciproco servizio» (GS 11).
Non è quindi un caso che, con lo spirito e la forza provocatoria di testi come GS 19-21 (sulla responsabilità cristiana dell’ateismo) o EG 41 (sul tradimento linguistico-ortodosso della sostanza del depositum fidei), i padri e la madri sinodali hanno affermato che «la pluralità delle religioni [è] un invito a ciascuno a riconoscere e assumere la propria parzialità, rinunciando alla pretesa di mettersi al centro e aprendosi all’accoglienza di altre prospettive. Ciascuno è portatore di un contributo peculiare e indispensabile per completare l’opera comune» (DF 42) [3].
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In effetti, la realizzazione di tale dialogo presuppone la necessità di «aprirsi alle relazioni con le altre tradizioni religiose», valorizzando «l’incontro e lo scambio dei doni», a partire da quelli che toccano il piano etico (la pace e la giustizia su tutti), ma resistendo pacificamente alle «persecuzioni» che possono derivarne (DF 41), proprio per non minare «la credibilità delle religioni stesse» (DF 56; cf. anche lo straordinario e sempre attuale paragrafo 28 di GS sul rispetto e amore per gli avversari).
In modo più specifico, seguendo le indicazioni del Documento sulla fratellanza umana per la pace mondiale e la convivenza comune di Papa Francesco e del Grande Imam di Al-Azhar Ahmed Al-Tayyeb (4 febbraio 2019), si tratta di un dialogo composto da «conoscenza reciproca» e «collaborazione comune» tra religioni, «condividendo (…) e accogliendo (…) i loro rispettivi doni (…) in spirito di mutuo scambio e aiuto (cfr. GS 40)» (DF 123; cf. anche EG 250-251) [4].
Tutto questo volare alto non resta però nei cieli della teologia o della spiritualità, ma plana anche sul terreno delle strutture che dovrebbero concretizzarlo. Per questo, i padri e le madri sinodali hanno previsto che negli organismi di partecipazione, seguendo «criteri (…) appropriati a ciascun contesto» territoriale, sarà «opportuno prevedere la partecipazione (…) dei rappresentanti di altre religioni presenti sul territorio» (DF 106); mentre «nello svolgimento di assemblee ecclesiali a tutti i livelli con una certa regolarità» sarà necessario essere «attenti alle altre religioni presenti sul territorio» (DF 107), soprattutto quando si tratterà di praticare quel «discernimento che permetterà ai Vescovi, collegialmente, di assumere le decisioni (…) relative alla missione della Chiesa» (DF 127). Senza dimenticare che, nelle «istituzioni formative» cattoliche (scuola, formazione professionale, università, impegno sociale e politico, sport, musica, arte), un’azione educativa ispirata al dialogo interreligioso, magari sottoforma di «laboratorio di relazioni amicali e partecipative», sarà «apprezzata anche da persone di altre tradizioni religiose come forma di promozione umana» (DF 146).
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In conclusione, non resta che porci e porre la seguente domanda: a livello di CEI, di diocesi o di singola parrocchia, dal punto di vista sia della visione teologica sia delle strutture che la sostengono, come stiamo messi con queste autorevoli indicazioni sinodali, papali e conciliari?
Onestamente, quanto nelle Chiese che sono in Italia si pensa e si pratica il dialogo interreligioso, a partire da quello con i fratelli e le sorelle di religione ebraica? Quanto ci si ferma a messaggi ed eventi, a volte incisivi ma altre volte decisamente più irrilevanti? Vedremo tutto questo in una delle prossime – puntute – puntate…
- Pubblicato su Vino Nuovo (qui).
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[1] Sulla stessa linea si pone il paragrafo 29 del Documento di sintesi del Cammino sinodale delle Chiese che sono in Italia: «Nel contesto attuale la Chiesa italiana è chiamata a confrontarsi anche con le altre religioni presenti sul territorio. “Uno stile di Chiesa rinnovato chiama a una forte pratica di dialogo per una positiva convivenza con le altre realtà religiose […], per una vera conoscenza oltre stereotipi e pregiudizi, per coltivare insieme germi di pace e prendersi cura della casa comune” (LAS 11). Pertanto, l’Assemblea sinodale avanza le seguenti proposte: a) che le Chiese locali istituiscano Tavoli di incontro fra i rappresentanti (o i membri) delle religioni presenti nel territorio o che partecipino a Organismi già attivi; b) che le Chiese locali pratichino il dialogo interreligioso soprattutto negli ambiti di impegno comune nella protezione del creato, nella costruzione di un’economia più giusta, nel contrasto all’oppressione e all’esclusione» (laddove il paragrafo 28, lett. e) aveva già chiesto alle stesse Chiese di condividere «con le comunità appartenenti (…) alle diverse religioni le azioni volte» a tali fini).
[2] Cfr. Sergio Ventura, Imparare dal vento. Sulle tracce della sinodalità di papa Francesco, EDB, 2024 (pp. 10, 15, 53, 88, 113, 115, 146, 152-153, 170, 175).
[3] È interessante notare che il capitolo citato venga ripreso alla lettera dal paragrafo 22 del Documento di sintesi del Cammino sinodale delle Chiese che sono in Italia.
[4] I paragrafi citati di EG devono essere letti insieme almeno ai paragrafi 26 e 40 (ma anche 45, 116, 118), onde evitare che il riferimento in essi contenuto alla verità – sempre da purificare e approfondire – e all’identità – sempre convertita e da convertire – svuoti il senso profondo del richiamo magisteriale al dialogo interreligioso.





