
Cerco affannosamente di rintracciare un filo logico che mi permetta di tentare almeno di capire ciò che sta accadendo al mondo, il perché di questa danza folle sull’orlo dell’abisso. Inseguo notizie, provo a farmi un’idea. Mi impegno ad ascoltare chi ne sa più di me: apprezzo chi riesce a tenere il passo e a ricomporre in ordinata architettura i colpi di mano che si susseguono di ora in ora nel gran teatro del mondo, chi non si lascia sorprendere dai coup de theatre che sparigliano le carte e buttano all’aria principi che davamo per fermi e non negoziabili, chi con ostinazione encomiabile persiste nel voler dispiegare la formula che mondi possa aprirci, la chiave esplicativa, la giustificazione che intreccia con intelligenza cause prossime e cause remote.
Ci provo a capire ma, lo confesso, gli intrichi delle trame geopolitiche oggi più che mai mi confondono e davanti allo gnommero inestricabile del presente il pensiero, ancorché dipanare, mi si impania e si accascia sfinito.
Torno così a sfogliare pagine antiche. Ed è alla storia di Archimede e alla sua morte a Siracusa che, questa volta, voglio fare ritorno.
La conquista romana di Siracusa
Nel corso del V e del IV secolo a.C. la piccola Roma dei sette re, diventata repubblica, si era lanciata alla conquista delle genti che popolavano la penisola italica. Dopo aver chiuso, nel 290 a.C., la partita con i sanniti, i romani cominciarono a guardare di là dal mare all’ubertosa et fructifera isola della Sicilia, ricca di cereali e in posizione strategica al centro del Mediterraneo.
Tra l’VIII e il III secolo a.C. la Sicilia era stata un vero e proprio condominio greco-cartaginese, spartito in zone di influenza punica ad occidente e zone di influenza greca ad oriente, con le popolazioni locali indigene (Siculi, Sicani, Elimi) che avevano variamente tentato di districarsi tra le conflittualità dei sopraggiunti nuovi padroni di casa, o lottando per la propria indipendenza o alleandosi ora con l’uno ora con l’altro contendente.
L’arrivo dei romani scompaginò il già precario equilibrio dell’isola e, alla conclusione della prima guerra punica, nel 241 a.C., i territori siciliani cartaginesi vennero inglobati nella res publica a titolo di provincia governata da un magistrato romano. Non tutta la Sicilia, però, fu assoggettata: sulla costa orientale la greca Siracusa, fiera del suo glorioso passato e forte della presenza di un sovrano come Gerone II, riuscì a preservare la propria autonomia ancora per un trentennio.
Gerone era un uomo di Stato intelligente, colto e per di più longevo – cosa non priva di conseguenze sul piano politico. Stabilì relazioni di buon vicinato con i Romani e intrecciò relazioni importanti con l’Oriente ellenistico, così da garantire pace e benessere alla parte orientale dell’isola, mentre tutto intorno era conflitti e instabilità.
Politico accorto, il sovrano di Siracusa chiamò a lavorare alla sua corte il grande matematico Archimede il quale, in tempi non ancora sospetti, prestò la sua scienza alla costruzione di un armamentario difensivo fatto di macchine e ordigni bellici, che si rivelarono quanto mai utili alla città quando, una volta morto Gerone nel 215 a.C. e venuto meno il patto di alleanza fra Roma e Siracusa, i romani si lanciarono alla conquista di quell’ultimo lembo di Sicilia ancora fuori dalla loro giurisdizione.
Guidato dal console Claudio Marcello, l’esercito romano strinse in assedio Siracusa; le straordinarie macchine difensive progettate dal genio di Archimede riuscirono a tenere in scacco per due anni gli assalitori finché, a seguito di un tradimento, le porte della città non vennero aperte ai soldati romani che, entrati, si abbandonarono con ferocia a massacri, stupri, devastazioni e saccheggi.
Fra le vittime dei conquistatori ci fu anche lo scienziato Archimede. Nella Vita di Marcello Plutarco racconta che, all’arrivo della rozza soldataglia romana, Archimede era così concentrato nei suoi studi sulla circonferenza da non accorgersi neppure del soldato che gli era penetrato in casa per intimargli di seguirlo subito, pena la morte, o forse con l’ordine di ucciderlo immediatamente.
«La morte di Archimede» di Karel Čapek
Nel clima teso e angosciato degli anni Venti del Novecento, tra gli strascichi della Prima guerra mondiale e i presagi della Seconda, lo scrittore ceco Karel Čapek rilesse le pagine plutarchee dedicate alla presa di Siracusa e alla morte di Archimede facendone l’emblema di una inconciliabile contrapposizione tra sublimità del pensiero e brutalità della guerra.
Nel racconto «La morte di Archimede», Čapek mette in scena un gustoso dialogo tra Archimede e Lucius, colto e ambizioso capitano di stato maggiore che conosce e apprezza le competenze tecnico scientifiche del grande scienziato greco, tanto da invitarlo a lavorare per i romani.
Perché? — borbottò Archimede — Casualmente noi siracusani siamo greci. Perché dovremmo venire con voi?
La risposta di Lucius è perentoria:
— Perché vivete in Sicilia, e noi abbiamo bisogno della Sicilia.
Ma perché mai i romani avrebbero bisogno della Sicilia, chiede ancora Archimede. In modo altrettanto perentorio Lucius risponde:
— Perché vogliamo avere il dominio sul mar Mediterraneo.
Guardando pensoso la sua tavoletta, Archimede incalza con un’altra domanda e chiede a Lucius perché i romani vogliano il dominio sul Mediterraneo.
— Chi domina il mar Mediterraneo — disse Lucius — domina il mondo.
Archimede è perplesso: perché mai dominare il mondo? E Lucius risponde:
— Sì. La missione di Roma è di avere il dominio del mondo. E ti dico che lo avrà.
Impassibile, continuando a tracciare le sue linee geometriche, Archimede parla a Lucius delle atroci lotte a cui i romani dovranno andare incontro se vorranno conquistare il mondo e dell’inutile fatica che ne verrà. Non importa, risponde Lucius, ciò che conta è che i romani avranno un grande impero. A quel punto Archimede pone la questione decisiva:
— Un grande impero — bofonchiò Archimede — Se disegno un cerchio piccolo o uno grande, è sempre e solo un cerchio. Le frontiere ci sono sempre; non potrete mai non avere delle frontiere, Lucius. Pensi che un cerchio grande sia più perfetto di uno piccolo? Pensi di essere un miglior geometra se disegni un cerchio più grande?
La domanda di Archimede — Pensi di essere un miglior geometra se disegni un cerchio più grande? — spazientisce Lucius: i greci giocano con le parole, gli ribatte, mentre i romani fanno i fatti e i fatti dimostrano che loro, romani, hanno preso Siracusa e che quindi Roma sarà grande, così grande da essere la più forte di tutto il mondo.
Se è per una questione di forza, dice Archimede, c’è in fisica una legge elementare che afferma che la forza si applica:
— È una specie di legge, Lucius. Una forza che agisce deve applicarsi. Quanto più sarete forti, tanto più consumerete per questo la vostra forza; e un giorno verrà il momento…
— Che hai voluto dire?
— Ma niente. Non sono un profeta, ragazzo; sono solo un fisico. La forza si applica. Di più non so.
Lucius appare confuso, non riesce a seguire Archimede sulla via del ragionamento. Torna così a proporgli di lavorare per i romani, dedicandosi alla costruzione delle migliori macchine da guerra, macchine che gli permetteranno di dominare su tutto e su tutti:
— Archimede, non ti attira raggiungere con noi il dominio del mondo? Perché non parli?
— Scusa — borbottò Archimede chino sulla sua tavoletta — Cosa hai detto?
— Che un uomo come te potrebbe raggiungere il dominio del mondo.
— Hm, il dominio del mondo — fece Archimede assorto — Non arrabbiarti, ma ora ho qualcosa di più importante da fare. Sai, qualcosa di più durevole. Qualcosa che davvero rimarrà.
— Che cos’è?
— Attento, non mi cancellare i miei cerchi! È il metodo con cui si può calcolare l’area di un settore circolare.





