Leone VII

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Figura spesso trascurata dagli storici e quasi dissolta nelle nebbie dell’alto medioevo, Leone VII sorprende per lucidità spirituale, per senso della Chiesa e per una rara capacità di leggere la fede dentro i mutamenti politici del suo tempo.

Servo dei servi di Dio nella Chiesa che Cristo acquistò col suo sangue.

«Come già l’Israele secondo la carne peregrinante nel deserto viene chiamato Chiesa di Dio (Dt 23,1 ss.), così il nuovo Israele dell’era presente, che cammina alla ricerca della città futura e permanente (cf. Eb 13,14), si chiama pure Chiesa di Cristo (cf. Mt 16,18); è il Cristo infatti che l’ha acquistata col suo sangue (cf. At 20,28), riempita del suo Spirito e fornita di mezzi adatti per l’unione visibile e sociale».[1]

Questo testo del Concilio ecumenico Vaticano II, istituendo un parallelo tra antico Israele secondo la carne e Chiesa di Cristo, propone la bella teologia della Chiesa acquistata col sangue di Cristo, peraltro in linea con un versetto degli Atti degli apostoli.

Che la Chiesa sia stata generata dal fianco di Cristo, cioè generata dall’acqua, vivificata e “acquistata” col sangue, è, peraltro, un antico tema patristico, presente, ad esempio, già in Ilario di Poitiers.[2]

Questa linea teologica – che vede nella Chiesa un organismo vivo, generato pasquale – costituisce il retroterra obbligato per comprendere l’autorappresentazione del papato in epoca altomedievale, quando la forza simbolica del sangue di Cristo non era retorica, ma fondamento giuridico dell’autorità ecclesiale.

È significativo, pertanto, che quest’antico tema risulti all’opera, anche nei suoi riverberi giuridici, negli atti della cancelleria di papa Leone VII, prodotti nella prima metà del secolo X. Lo si legge in alcuni provvedimenti (epistole, bolle, privilegi e concessioni) emessi dalla cancelleria pontificia di questo settimo papa di nome Leone (gli atti segnalano sempre la presenza di un redattore e di un notaio, a conferma dell’esistenza di una struttura di cancelleria in Roma): questi testi del settimo papa di nome Leone ascrivono, appunto, la genesi della Chiesa – che è in Roma e sovrintende a tutte le altre Chiese – all’acquisto che ne fece Gesù Cristo sulla croce, con il proprio sangue.

Morto papa Giovanni, fratello di Alberico, viene costituito papa di Roma, come riferisce la fonte,[3] appunto il servo di Dio, Leone.

Tre anni e sei mesi di pontificato o, secondo una variante del Bullarium magnum vaticanum, tre anni e tre mesi (era stato ordinato il giorno precedente, 9 gennaio dell’anno 936) sono il periodo di questo Leone sul soglio di Pietro, a cui si rivolgono principi, re e abati, e soprattutto ecclesiastici, che ribadiscono il riconoscimento come di “un tribunale di ultima istanza”, per ricevere orientamenti liturgici e disciplinari, ma anche per rivendicare antiche proprietà, consuetudini e diritti acquisiti nel sistema ormai divenuto feudale, caratterizzato da privilegi proprietari, tentativi di sopraffazione, difesa di antiche consuetudini e – come vedremo – anche da un certo degrado nella disciplina morale del clero e dell’episcopato.

I diversi privilegi e bolle di Leone VII lo apostrofano, secondo il linguaggio tipico della cancelleria, Leo episcopus, servus servorum Dei, tratteggiandolo a volte, significativamente, non solo come un possibile argine alle prepotenze di laici e vescovi conti, ma anche come un segno concreto dell’amore con cui Cristo nostro Signore amò la sua Chiesa fino ad acquistarla con il proprio sangue; raccomandandola agli apostoli e loro successori, Cristo soprattutto decretò che essa fosse organizzata mediante i prìncipi degli apostoli, Pietro e Paolo, di cui i papi sono successori, sia nella sede di Roma che dovunque su tutto l’orbe: essi sono, infatti, coloro che vissero di fede e sono stati chiamati a dedicarsi a reggere la Chiesa, ciascuno nel proprio tempo, in linea con la forma dell’istituzione apostolica.

Se ne può ricavare che la sede romana ha ormai pienamente maturato la propria configurazione giuridico-canonica, però sulla base di una precisa argomentazione teologica: generata e “acquistata” dal Signore col proprio sangue, la Chiesa è stata, quindi, affidata agli apostoli e ai loro successori, ma soprattutto mediante i prìncipi della Chiesa, i beatissimi Pietro e Paolo, Cristo decretò (= il verbo all’infinito è: disponere) che essa fosse governata da loro e dai loro successori, sia nella sede di Roma che dovunque sull’orbe terrestre: i papi avrebbero avuto, perciò – come recitano gli atti notarili – il dovere di provvedere a reggere, ciascuno nel suo tempo e ciascuno secondo la forma dell’istituzione.

Non è un caso che questa concezione teologico-giuridica ritorni negli attuali riti di dedicazione del luogo di culto e del suo altare, come si legge in un’orazione liturgica: «O Dio, che reggi e santifichi la tua Chiesa accogli il nostro canto in questo giorno di festa; oggi con solenne rito il popolo fedele dedica a te per sempre questa casa di preghiera; qui invocherà il tuo nome, si nutrirà della tua parola, vivrà dei tuoi sacramenti. Questo luogo segno del mistero della Chiesa santificata dal sangue di Cristo, da lui prescelta come sposa, vergine per l’integrità della fede, madre sempre feconda nella potenza dello Spirito».[4]

Vescovo di Roma e delle Chiese dell’Europa altomedievale

«Una seconda fase di sviluppo e consolidamento della feudalità ecclesiastica si inaugura sotto il dominio degli Ottoni (962-1002) e perdura fino al regno di Enrico IV (1056-1105). Durante questo periodo, la Chiesa imperiale (Reichskirche) andò a costituire il principale strumento di amministrazione in Italia e in Germania. Tuttavia, le modalità di questo sistema di governo, nuovo soltanto in parte, vanno chiarite.

Un’interpretazione storiografica inaugurata da Ludovico Antonio Muratori e ancora presente come vulgata in alcuni manuali scolastici, sostiene, infatti, che gli Ottoni avrebbero adottato il sistema dei cosiddetti “vescovi-conti”, preferendo questi ultimi ai conti laici. Questo sarebbe accaduto sia per ragioni ideologiche, sia, soprattutto, in quanto il dominio vescovile, non essendo ereditario perché i vescovi non potevano avere discendenza legittima, sarebbe ritornato alla corona con la morte del prelato, assicurando dunque all’imperatore la disponibilità del bene.

Lo stereotipo dei “vescovi-conti”, pensato come un sistema escogitato per arginare la dinastizzazione delle cariche, è stato completamente rivisitato dalle ricerche degli ultimi decenni, le quali hanno mostrato come, in realtà, l’azione degli Ottoni non fosse propositiva ma responsiva».[5]

Nell’orizzonte storico descritto, Leone VII è da ritenere, dunque, anch’egli un papa feudale?

Lo storico Aurelio Musi ha già dimostrato che l’intero spazio italiano, in età non solo medievale, ma anche moderna (per il sud Italia fino all’inizio dell’Ottocento), è stato interessato dal cosiddetto fenomeno feudale, sia in aree a forte dominanza politica, economica e sociale, sia in aree in cui il feudalesimo non è predominante ma continua ad essere presente, oppure è in via di estinzione, notando, in particolare, che la giurisdizione laica ed ecclesiastica abbia fortemente caratterizzato il cosiddetto sistema feudale, diversificando in varie direzioni quella che è una più ampia dinamica economico-sociale.[6]

Nelle zone del nord Italia, particolarmente in Lombardia, risulta evidente l’incontro tra la cosiddetta feudalità e l’istanza riformatrice del cluniacesimo: attraverso i monaci neri, lo spirito della riforma religiosa dell’XI secolo va penetrando tra i rappresentanti del ceto nobiliare, dell’episcopale e degli abati monastici che si erano opposti ai gruppi estremisti del movimento riformatore europeo.[7]

Da parte sua, il settimo papa Leone appare molto attivo sia nei rapporti con re e principi dell’età che fu sua, sia con quelli stabiliti con gli abati dei venerandi cenobi di Fulda, di Subiaco, di Tours[8] e di Cluny: si tratta di veri e propri “motori” di riforme, in cui sono subentrati, per prepotenza o usucapione, dei nuovi dominatori.

In una Lettera papale dell’anno 938 a Guidone di Lion e ai vescovi suoi suffraganei, si lamenta la decadenza disciplinare rispetto a quanto Odone aveva introdotto nel monastero di Fleury, dove sorgeva la famosa abbazia benedettina di Sain-Benoit-sur-Loire (Orléans).[9]

Leone VII chiama a Roma Odone di Cluny, allo scopo di concludere la pace tra Ugo, re d’Italia (che aveva iniziato l’assedio di Roma) e Alberico, principe di Roma: il matrimonio di Alberico con la figlia di Ugo porterà appunto al trattato di pace.

Intanto, muore Enrico, re di Germania, definito da Leone VII «decoro della religione cristiana» per aver convertito i Danai, i quali praticavano ancora sacrifici umani (quindi il regno passa a Ottone).

Papa Leone considera figli e amici sia Ugo sia suo figlio Lotario: lo ricorda la cronaca del già citato Flodoardo, narrando appunto che, a papa Giovanni, fratello di Alberico, succede papa Leone VII, il quale media la pace tra Ugo e Alberico (figlio di Ugo), e sotto il cui pontificato muore Enrico, re di Germania, che aveva convertito al cristianesimo popoli che praticavano ancora sacrifici umani, lasciando erede suo figlio Ottone, non dissimile dal padre per devozione e forza militare.

Tuttavia, continua la fonte, in quel tempo Manasse, vescovo di Arles – auto-proclamandosi erede del principe degli apostoli (che era contemporaneamente in possesso delle chiese di Roma, Antiochia, Alessandria) – invade dei territori non suoi.

Età feudale significa tutto questo, ma anche stagione di riforma del monachesimo di ascendenza benedettina. Nel 909, in Francia, era stata fondata l’abbazia di Cluny, dalla quale si originerà un movimento di riforma della vita monastica nella Chiesa. Quell’abbazia godeva della protezione diretta del papa, che essa rivendica proprio ai tempi di papa Leone VII (si può parlare di richiesta di esenzione).

Tra gli scopi di quel cenobio riformato c’erano i seguenti: orientarsi verso l’aldilà (extra mundum), promuovere la liturgia solenne e il silenzio, liberarsi dal dominio da parte dell’aristocrazia feudale, ricuperare il diritto di eleggere l’abate, assumere come monaci non più gli “oblati” (che erano bambini e ragazzi offerti direttamente dalle famiglie, come vedremo all’opera ancora ai tempi di Tommaso d’Aquino che sarà oblato dai genitori al cenobio di Monte Cassino), ma persone che veramente volevano farsi monaci.

Si comprende, allora, come il papato di Leone VII si collochi in un crocevia decisivo: esso non crea ancora un sistema riformatore compiuto, ma stabilisce premesse essenziali per ciò che, nel secolo seguente, diventerà il grande movimento riformatore dell’XI secolo.

Anche i monasteri-figli di Cluny riconoscevano al monastero-madre una certa centralizzazione, il cui nucleo principale era, appunto, l’abate di Cluny, tuttavia, come risulta dagli atti della cancelleria di Leone VII, ancora senza un capitolo generale e senza neppure un sistema di visite regolari delle abbazie, come uno strumento di vigilanza. Come accennato, nella prima metà del secolo X, cioè nella stagione del settimo Leone – di cui si conservano bolle, privilegi e decreti –, alcuni di essi riguardano l’area germanica, che appare sempre più come vivere un’età di trapasso, di nuovi mutamenti, spesso radicali, che modificheranno profondamente l’assetto e gli ambiti degli stessi poteri pubblici e signorili.

Nel 907, presso Presburgo, in una rovinosa offensiva contro gli Ungari, erano morti molti grandi di Baviera, che erano anche dei vescovi. In seguito, tra il 944/45, l’esercito di Berengario d’Ivrea tenterà di tornare in Italia dalla Svevia, in cui si era rifugiato, con lo scopo di partecipare alla lotta contro il re italico, Ugo di Provenza: il ruolo politico-militare risulta assunto anche da alcuni alti prelati.

Anche papa Leone VII ha a che fare con queste e simili situazioni, per esempio quando il vescovo Manasse di Arles – uno dei principali arbitri nella lotta tra Ugo e Berengario, come registra il Migne nella sua notizia storica circa Leone VII –, addirittura analogandosi al principe degli Apostoli, invade territori di Chiese non sue.[10]

I non molti atti di papa Leone settimo tengono, in particolare, a liberare certi monasteri da qualunque intervenuto “dominato” di persone (sia laici che canonici e perfino di abati non autorizzati), incoraggiando, piuttosto, l’azione di difesa promossa da Ugo e da suo figlio, ribadendo spesso che «Romanæ tantum sedi, sicut in testamento bone memoriæ Guillelmi continetur, ita sit subjectum».

Anche il Privilegio papale diretto all’abate del monastero di Subiaco e ai suoi successori – provocato dal principe e senatore Alberico – viene affidato in reggenza al monastero di Sant’Erasmo in Cælio monte.[11] Il documento descrive, pertanto, analiticamente, confini e pertinenze del monastero, contro ogni avverso tentativo di appropriazione indebita.

Nos qui vicem apostolicam retinemus, et quibus cura omnium ecclesiarum commissa est… Leone VII: papa consapevole del proprio ruolo.

Di questi difficili tempi di afflizioni e perturbazioni, possediamo, dunque, diversi testi di epistulae, privilegia, bullae, alcuni particolarmente significativi perché redatti in favore di monasteri, come quello del santo Salvatore di Fulda ai tempi dell’abate Adamaro,[12] o del cenobio di san Benedetto in Subiaco ai tempi del presbitero e monaco-abate:[13] un sito, questo, che era stato distrutto dal fuoco e dall’assalto delle genti saracene, con la distruzione di suppellettili e di oggetti, ma soprattutto di tutti gli atti notarili cartacei, contenenti atti di donazione da parte dei sommi Pontefici o di persone cristiane, che li avevano liberamente rogati in sconto dei propri delitti; oppure quelli redatti in favore del cenobio di Cluny ai tempi dell’abate Odone che, come c’informa la Bolla di Leone VII, era stato istituito nell’anno 910 e ad esso, per autorità dei romani Pontefici, erano stati “aggregati” molti altri monasteri.[14]

Se ne evince una fitta rete di relazioni, anche con implicazioni feudali, per cui il papa si può autodefinire negli atti come “colui che occupa la successione apostolica” e a cui, quindi, è stata conferita «cura omnium Ecclesiarum».

È uno dei punti più alti della consapevolezza ecclesiale di quel secolo: il papa non si percepisce come un signore feudale tra altri signori, ma come colui che custodisce l’unità visibile della Chiesa, anche in mezzo a poteri frammentati e spesso belligeranti.

Dal privilegio dell’anno 926, a vantaggio del cenobio di Fulda, si ricava che esso aveva chiesto di porre quel monastero esclusivamente sub jurisdictione sanctæ nostrae Ecclesiae. Cosa voleva dire giurisdizione esclusiva nei canoni del tempo?

Ricordiamo che, nel 628, papa Onorio I aveva già concesso al monastero di Bobbio un privilegio per cui i vescovi non avrebbero potuto esercitare la loro giurisdizione sul detto monastero: era questo, forse, il primo esempio di un’esenzione dei religiosi dalla potestà dei vescovi.[15]

Bisogna notare che, all’epoca di Leone VII, non esisteva un sistema uniforme di esenzione: ciascuna esenzione era, per così dire, un atto amministrativo singolare per un caso unico. Comunque, mentre nei secoli precedenti il controllo dei vescovi sui monasteri era cresciuto, man mano il papa limita questo controllo tramite esenzioni, sottomettendo i monasteri, come avviene appunto in diversi casi, soltanto alla sua autorità.

Si tratta di un atto con implicazioni anche feudali e territoriali, dal momento che, fin in dall’VIII secolo si era diffusa la prassi che l’autorità ecclesiastica o civile affidasse i monasteri a una persona esterna che, in tal modo, otteneva il diritto di ricevere dei redditi (la formula era, in commendam), per cui veniva designato un abate commendatario, il quale integrava i redditi del monastero nelle strutture di potere dell’epoca e lo avrebbe dovuto proteggere contro attacchi e avversari.

L’atto di Leone VII stabilisce che nessuno, a meno che non sia stato invitato dall’abate del monastero, possa ivi celebrare delle solennità, essendo il monastero e le sue pertinenze, dunque anche i redditi e le decime, soggette direttamente alla sede apostolica (evidenti implicazioni con le prassi di vassallaggio del tempo).

Ricordiamo che, nel 962, Ottone il Grande sarà coronato Imperatore, dando il via alla fase del Sacro Romano Impero Germanico, con nuova prassi e tentativi d’incidenza feudale sui monasteri, all’interno dei quali nascono dei veri e propri movimenti di riforma che, in Francia nel 1098, porteranno alla fondazione del monastero di Citeaux, dal quale nascerà l’Ordine cistercense, che considera Roberto di Molesme suo fondatore (anche Bernardo di Clairvaux entrerà nel monastero di Citeaux, nel 1112).

Saranno, questi, gli effetti di una ventata di rigore disciplinare e morale, di cui troviamo già come le avvisaglie nel Privilegio di Leone VII al monastero di Fulda, nel quale, fra l’altro, s’interdice a qualsiasi femina [sic] di entrare in monastero, vietando anche a coloni o lavoratori non designati dall’abate di accedervi, non senza regolare l’elezione dell’abate secundum regulam sancti Benedicti, e concedendo e ordinando al solo abate Adamaro di poter predicare.

Dalla citata Bolla al monastero di Cluny si ricava un ulteriore fattore tipico dell’organizzazione feudale. Si fa cenno, infatti, ai comitatus, cioè alla contea, ovvero a delle unità territoriali omogenee anche culturalmente (prefigurando quasi un Land, ovvero uno stato regionale di tipo moderno), oppure a un amministratore dei beni o un comando militare dei coloni presenti, affidati a un conte.

Insomma, a partire dal secolo X, si fa più marcata la tendenza alla localizzazione dei poteri, testimoniata sia dal collegamento che appare ora nei documenti tra il nome del comitatus e analoghe strutture amministrative, sia nella sottolineatura dei poteri giudiziari esercitati dai conti.

L’abate di Cluny aveva chiesto a Leone VII che, nella contea di Macconnel, venisse riconosciuto che la corte (cioè una grande proprietà accentrata, ovvero una realtà economica uguale, o molto simile, a quella che, nel secolo IX, veniva definita come villa), era stata donata al monastero mediante una serie di chartulae. «Sao ko kelle terre per kelle fini que ki contene trenta anni le possette parte Sancti Benedicti», ricorda anche il placito cassinese (detto anche capuano, perché se ne ha notizia nell’archivio arcivescovile di Capua) dell’anno 960, considerato tra i primi documenti del volgare italico.

Le chartulae notarili, evocate dalla cancelleria di papa Leone VII, attestano la reale proprietà, per cui anche il papa, con la sua bolla, può vietare qualsiasi invasionem, vel molestiam, aut inqietudinem facere, pena anathematis vinculo innodatu.

Del resto, la proprietà implicava una serie di beni agricoli ed edilizi: la curtis – di cui, nell’atto di Leone VII, conosciamo anche il nome: Escutiola –, insieme con un suo ventaglio di chiese, case, terre, prati, campi [nel gergo feudale, si trattava di dotazioni di terre grandi o piccole], pascoli, boschi, salici, alberi da frutta o infruttiferi di vario genere, pozzi, sorgenti, ruscelli perenni, con tutte le adiacenze e pertinenze, sia coltivate che non, non senza implicare tutte le altre persone addette (i famuli), sia maschi che femmine della contea/diocesi di Mâcon (oggi una diocesi soppressa).[16]

Il segno del pallio e l’armonia della Chiesa di fronte a donne ed ebrei

Si legge in un testo dell’allora Congregazione per i vescovi: «Il pallio è il simbolo di un legame speciale con il papa ed esprime, inoltre, la potestà che, in comunione con la Chiesa di Roma, l’arcivescovo metropolita acquista di diritto nella propria giurisdizione. Secondo il diritto canonico (CIC can. 437 § 1), un metropolita deve chiedere il pallio entro tre mesi dalla sua nomina ed è autorizzato ad indossarlo solo nel territorio della propria diocesi e nelle altre diocesi della sua provincia ecclesiastica. Il pallio degli arcivescovi metropoliti, nella sua forma presente, è una stretta fascia di stoffa, di circa cinque centimetri, tessuta in lana bianca, incurvata al centro così da poterlo appoggiare alle spalle sopra la pianeta o casula e con due lembi neri pendenti davanti e dietro, così che – vista sia davanti che dietro – il paramento ricordi la lettera “Y”. È decorato con sei croci nere di seta, una su ogni coda e quattro sull’incurvatura, ed è guarnito, davanti e dietro, con tre spille d’oro e gioielli (acicula)».[17]

Domenica 29 giugno 2025, Leone XIV ha presieduto la celebrazione eucaristica in San Pietro, durante la quale ha benedetto e imposto personalmente il pallio agli arcivescovi metropoliti nominati nel corso dell’anno: «Nella gioia di questa comunione, che il cammino dei santi Pietro e Paolo ci invita a coltivare, saluto i fratelli arcivescovi che oggi ricevono il pallio. Carissimi, questo segno, mentre richiama il compito pastorale che vi è affidato, esprime la comunione con il vescovo di Roma, perché, nell’unità della fede cattolica, ciascuno di voi possa alimentarla nelle Chiese locali a voi affidate».[18]

Uno dei documenti – esattamente un’Epistula – della cancelleria di papa Leone VII riguarda appunto il conferimento del pallio.[19]

Il testo di papa Leone VII richiamava già la vigilanza del gregge da parte dei pastori: «con quanto sudore, con quanta cura, dobbiamo noi essere oltremodo vigili noi, che siamo detti pastori delle anime». Il monito era quello di farvi attenzione e di mostrare che si è ricevuto il segno di un ufficio che riguarda la “custodia e la vigilanza” del gregge: «attendamus, et susceptum officium exhibere erga custodiam».

Il segno del pallio, che sarà indossato in tutte le principali celebrazioni liturgiche, richiama, insomma, a una vita santa e irreprensibile.

Nell’epistola del 938 di Leone VII al re dei Franchi e abate (evidentemente commendatario) del monastero di San Martino di Tours[20] (il notaio Teodoro ci offre le coordinate temporali dell’atto: in mense Januario, et indictione undecima, Ludovico Francorum rege) ritorna, significativamente, il tema teologico della Chiesa associata a Cristo nel sangue di lui, da cui viene ricavata, già a quei tempi, una bella – e attuale – riflessione sull’unità del corpo ecclesiale: associando a sé la Chiesa, Cristo Signore, infatti, dispose le diverse membra in un sol corpo, di cui egli stesso si degnò di divenire il capo, conferendogli un ordine mirabile: «alcuni adornandoli in modo più eccellente, di modo che, come tra le membra di un corpo alcune sono più degne e adatte al proprio compito, altrettanto nella Chiesa: sia chi è più eccellente, sia chi è inferiore, svolga convenientemente ciascuno il suo ruolo, secondo quanto disposto dal suo autore, di modo che, in linea con quanto afferma l’apostolo in 1Cor 15,[1, Altro è lo splendore del sole, altro lo splendore della luna e altro lo splendore delle stelle] perché una stella differisce da un’altra stella in splendore».

Certo, queste vere e proprie perle di tenore biblico e teologico non ci possono far parlare di tempi precursori di quelli moderni, ma neppure di tempi bui altomedievali.

Quella di Leone VII era ancora una stagione in cui si pensava quasi tutto al maschile e, peraltro, in ottica interreligiosa, con una logica di antitesi rispetto a ciò che denominiamo oggi ministerialità della donna, oppure rispetto a quello che chiameremmo, dopo il Vaticano II, dialogo interreligioso.

Citando la tomba di san Martino arcivescovo di Tours, venerato sulla sua tomba perfino dagli Ungari, un documento di Leone VII non ometteva di ricordare, piuttosto, l’esclusione tassativa delle donne dai monasteri: perfino al tempo dei pagani, si legge, era alle donne vietato l’accesso in luoghi monastici, come appare da un antico muro pre-cristiano che era stato costruito non solo a scopo di difesa, ma appunto per vietare l’accesso alle donne: l’abate Ugo – insiste una Bolla già ricordata, pena la scomunica a chi desse il permesso –, dovrà dunque vigilare a che nessuna femmina abbia la licenza di fermarsi presso la tomba, anzi neppure di mettervi piede, nemmeno allo scopo di pregare.

Si tratta di norme che riflettono una cultura ancora fortemente difensiva, ma che, al tempo stesso, mostrano la preoccupazione per l’ordine sacro del monachesimo, percepito come spazio fragilissimo da preservare da indebite ingerenze laicali.

Non manca un rilevante accenno di tipo socio-religioso circa i rapporti dei vescovi del tempo con gli ebrei che, talvolta, vivevano e operavano affari coi cristiani – come ad esempio, in Germania, senz’aver ricevuto il battesimo.[21]

Un certo Friderico è stato inviato come legato papale nelle regioni dell’intera Germania, dove ha stabilito di espellere dalle città i Giudei, a meno che essi non accettino la fede cristiana, vietando altresì di battezzare coloro che non manifestassero la volontà di ricevere il battesimo.

La risposta pontificia, ricca di riferimenti biblici, scioglie come segue il quesito posto al papa: «utrum melius sit eos sacræ subjugare religioni, an de civitatibus vestris expellere». La risposta-precetto è tassativa: non bisogna smettere di predicare, con sagacia e prudenza, agli ebrei la fede nella santa Trinità e nel mistero dell’incarnazione del Signore; se essi vorranno con tutto il cuore credere e ricevere il battesimo, si rendano, con infinite lodi, grazie al Signore onnipotente; se, invece, essi non vorranno aderire alla fede cristiana, potranno, con l’autorità pontificia, essere espulsi dalle città cristiane: noi non possiamo avere frequentazione con i nemici del Signore, secondo quanto dice l’Apostolo [2Cor 6,14-15]: “Quae enim communicatio luci ad tenebras, aut quae pars fideli cum infideli?”.[22]

Non bisogna battezzarli senza la loro volontà, poiché sta scritto: «Nolite sanctum dare canibus, et nolite mittere margaritas vestras ante porcos, ne forte conculcent eas pedibus suis» (Mt 7,6).

Siamo molto lontani dagli esiti dei secoli successivi con i battesimi forzati degli ebrei fra XVI e XIX secolo: un fenomeno sociale e culturale di grande rilievo che si colloca all’origine di numerosi pregiudizi antisemiti.[23]

Contro i cattivi costumi dei cristiani laici e preti

Un’epistola di taglio disciplinare ai vescovi della Gallia, Germania, Bavaria, Alemannia,[24] ci ricorda il misero stato disciplinare di alcuni contesti cristiani dell’epoca.

Leone VII rispondeva a una serie di quesiti che gli sono stati posti, durante la visita ad limina apostolorum, dal vescovo Gerardo di Lauriac. Perciò colui che è successore di Pietro (si legge testualmente la citazione: «Tu es Petrus et super hanc petram ædificabo Ecclesiam meam» [Mt 16,18]), oltre a puntualizzazioni su alcune formule liturgiche, sull’uso improprio della preghiera del Padre nostro, sulla prasi da seguire, anche in ambito sessuale e coniugale in caso di matrimoni tra consanguinei, ricorda la penitenza e la mortificazione che occorre esigere a chi pratica auguri, indovini e magi; vieta tassativamente, pena l’anatema, ai ministri ordinati di condurre con sé in matrimonio o filiazione spirituale delle donne: «quod ne fiat, sacri canones per omnia vetant. Ut presbytera, díacona, monacha, vel etiam spirituali commatre, aut spirituali filia nullus utatur».

Severe sono le recriminazioni papali contro i Domini sacerdotes, che prendono pubblicamente moglie, contro i canoni del concilio di Nicea; è vietato non solo co-abitare con donne, ma multo magis ne copulari vel sociari mulieribus debeant.

Questi ammonimenti non sono sfoghi moralistici, ma l’espressione di un sentire ecclesiale che percepiva nell’incontinenza del clero non solo un problema etico, ma una minaccia diretta all’identità sacramentale della Chiesa.

Non mancano parole di fuoco, sulla base di 1Tm 4) contro coloro che devastano luoghi sacri. Il settimo Leone chiede anzi al potere regale (nel caso specifico al duca di Baviera) di prestare aiuto nell’azione di ripristino della rettitudine e dell’originario decoro della Chiesa.

Emerge netta una precisa volontà di riforma della Chiesa nelle sue dimensioni fondamentali: far crescere ogni giorno di più la vita cristiana dei fedeli; adattare meglio alle esigenze del tempo le istituzioni soggette a mutamenti; incentivare in modo speciale la riforma e la promozione della liturgia.

Diceva papa Francesco: «Ogni istanza di riforma della Chiesa è sempre questione di fedeltà sponsale: la Chiesa Sposa sarà sempre più bella quanto più amerà Cristo Sposo, fino ad appartenergli totalmente, fino alla piena conformazione a Lui».[25]

Conclusione

La figura di Leone VII, pur cresciuta in un secolo agitato da poteri feudali, invasioni, frammentazioni e tensioni tra regni e diocesi, emerge oggi con una sorprendente nitidezza. Non fu un riformatore sistematico, e nondimeno preparò le condizioni interiori e giuridiche perché la Chiesa potesse affrontare l’XI secolo con maggiore chiarezza apostolica.

La sua istanza teologica della Chiesa “acquistata col sangue di Cristo”, lungi dall’essere un mero richiamo devoto, diverrà principio di governo: nella storia concreta, nei conflitti territoriali, nelle discipline monastiche, nelle relazioni con re e vescovi-conti.

Il suo papato testimonia che anche le epoche più oscure possono diventare luogo di luce quando l’autorità non abdica al proprio compito, ma lo vive come servizio alla comunione e alla santità del popolo di Dio.

Nel rigore delle sue lettere, nella fermezza delle sue bolle, nel ristabilire confini, diritti e doveri, Leone VII non difende privilegi, ma custodisce l’ordine evangelico della Chiesa terrestre.

Così, nell’ordito complesso della sua epoca, si sente davvero il “ruggito del leone”: non quello di un potere mondano, ma quello del pastore che veglia, lotta e protegge perché la Chiesa rimanga la Sposa bella, fedele e libera, acquistata una volta per sempre dal sangue del suo Signore.


[1] Costituzione dogmatica del Concilio ecumenico vaticano secondo sulla Chiesa Lumen gentium (21.9.1964), n. 9: https://www.vatican.va/archive/hist_councils/ii_vatican_council/documents/vat-ii_const_19641121_lumen-gentium_it.html [18.9.2025].

[2] Ilario di Poitiers, Tractatus Mysteriorum, I, 3.

[3] PL 132, col. 1065: che riprende la Notitia historica ex Mansi (Conciliorum ampl. collect., tom. XVIII, p. 375).

[4] CEI, Benedizione degli Oli e Dedicazione della chiesa e dell’altare, LEV, Città del Vaticano 1980. In merito, cfr. Giuseppe Falanga, L’Immacolata Concezione nella liturgia, “Rivista di letteratura e di storia ecclesiastica” 28 (2022) – Nuova serie 2022, n. 2, pp. 115-136.

[5] Tommaso di Carpegna, Feudalità ecclesiastica, in Dizionario Storico “La Chiesa in Italia” (Associazione Italiana dei professori di storia della chiesa in Italia), vol. I: https://www.storiadellachiesa.it/glossary/feudalita-ecclesiastica-e-la-chiesa-in-italia/ [19.9.2025].

[6] Aurelio Musi, Il feudalesimo nell’Europa moderna, il Mulino, Bologna 2007; Feudalità laica ed ecclesiastica nell’Italia meridionale, a cura di A.M. Noto – A. Musi, Associazione Mediterranea, Palermo 2011.

[7] Cf. Nicolangelo D’Acunto (a cura di), Papato e monachesimo “esente” nei secoli centrali del Medioevo, Firenze University Press, Firenze 2003.

[8] EPISTOLA LEONIS VII AD HUGONEM FRANCORUM REGEM ET MONASTERII S. MARTINI TURONENSIS Abbatem (Anno 938): PL 132, coll. 1072-1074.

[9] LEONIS VII EPISTOLA AD GUIDONEN LUGDUNENSEM e ai suoi suffraganei: PL 132, coll. 1077-1078), dove si parla testualmente di miserevole stato della Chiesa e della riforma disciplinare introdotta dall’abate Odone.

[10] PL 132, col. 1065: che riprende la Notitia historica ex Mansi (Conciliorum ampl. collect., tom. XVIII, pag. 375).

[11] Pl 132, coll. 1078-1079.

[12] PL 132, col 1065-1067.

[13] PL 132, coll. 1067-1068, desunta da Muratori: BULLA PRO COENOBIO SUBLACENSI (Anno 936:): Datum V Idus Julias per manum Nicolai primicerii summi apostolicæ sedis, anno primo domni Leonis sexti papæ.

[14] PL 132, coll. 1068-1069: BULLA PRO MONASTERIO CLUNIACENSI.

[15] Di nuovo, il regime di esenzione molto larga sarà confermato nel 1052 da papa Leone IX. con un altro privilegio, che aggiungerà analoghe precisazioni già presenti nel suo predecessore Leone VII: nessun vescovo avrebbe potuto pretendere parte delle offerte raccolte dal monastero, nemmeno in occasione delle due messe che vi doveva celebrare ogni anno il Lunedì dell’Angelo e il giorno di S. Pietro. Cf. Nicolangelo D’Acunto, I documenti per la storia dell’esenzione monastica in area umbro marchigiana: aspetti istituzionali e osservazioni diplomatistiche, in Papato e monachesimo “esente” nei secoli centrali del Medioevo, Firenze University Press, Firenze 2003, pp. 215-232.

[16] Privilegio di Leone VII per il medesimo monastero di Cluny e il suo abate Odone (anno 937): PL 132, coll. 1069-1071.

[17] La notizia è dell’anno 2019: http://www.congregazionevescovi.va/content/congregazionevescovi/it/attivita/pallio-arcivescovile.html [19.9.2025]

[18] OMELIA DEL SANTO PADRE LEONE XIV. Basilica di San Pietro. Domenica, 29 giugno 2025https://www.vatican.va/content/leo-xiv/it/homilies/2025/documents/20250629-omelia-pallio.html [19.9.2025].

[19] LEONIS VII EPISTOLA AD GERHARDUM LAUREACENSEM [Laureac] ARCHIEPISCOPUM. (Anno 937): PL 132, coll. 1071-1072

[20] PL 132, coll. 1072-1074,

[21] EPISTOLA LEONIS VII AD ADALDAGUM HANBURGENSEM EPISCOPUM (Anno 937-39): PL 132, coll. 1083-1085.

[22] Si ricorderà che anche l’enciclica Ecclesia suam di Paolo VI (6.8.1964, con paragrafi non numerati) ripeterà il brano paolino, ma a proposito della impellenza di dover educare i giovani a non condividere il modo di sentire di questo mondo “profano”: «Quibus de rebus Gentium Apostolus ita suae aetatis christianos hortabatur: Nolite iugum ducere cum infedelibus. Quae enim participatio iustitiae cum iniquitate? aut quae societas luci ad tenebras? … aut quae pars fideli cum infideli?»: AAS 56 (l964), pp. 609-659.

[23] Cf. Marina Caffiero, Battesimi forzati. Storie di ebrei, cristiani e convertiti nella Roma dei papi, traduzione di Lydia G. Cochrane, Viella, Roma 2004.

[24] LEONIS VII EPISTOLA AD GALLOS ET GERMANOS (Anno 937-39): PL 132, coll. 1085-1088.

[25] DISCORSO DEL SANTO PADRE FRANCESCO AI PARTECIPANTI ALLA PLENARIA DEL DICASTERO PER IL CULTO DIVINO E LA DISCIPLINA DEI SACRAMENTI. Sala Clementina Giovedì, 8 febbraio 2024: https://www.vatican.va/content/francesco/it/speeches/2024/february/documents/20240208-plenaria-culto-divino.pdf [19.9.2025].

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