
Angela Berners-Wilson, prima donna ordinata nella Chiesa di Inghilterra
L’articolo di Marco Bernardoni sulle “conversioni” (termine inadeguato) del clero anglicano al cattolicesimo, mi rimanda a quell’evento storico, al quale partecipai con grande emozione.
L’11 novembre 1992, il Sinodo generale della Chiesa d’Inghilterra approvò la legislazione che introduceva l’ordinazione delle donne al sacerdozio della Chiesa d’Inghilterra. Il 22 febbraio 1994 il Sinodo generale della Chiesa d’Inghilterra approvò formalmente gli emendamenti alla legge canonica, che consentiva di ordinare le donne al sacerdozio.
Il 20 gennaio 1994, al Lambeth Palace di Londra, incontrai per la seconda volta l’arcivescovo di Canterbury, George Carey. Gli rivolsi una domanda precisa: «Nei documenti dei vescovi cattolici riguardante gli anglicani che passano alla Chiesa cattolica si legge che il vero problema è l’autorità nella Chiesa e non il problema della donna prete. È vero? E, se non è vero, come si spiega il passaggio alla Chiesa cattolica?».
La risposta: «Il clero anglicano che sta pensando di passare dalla Chiesa d’Inghilterra alla Chiesa cattolica romana è spinto da molteplici ragioni. Per alcuni è una questione di autorità, poiché mettono in discussione il fatto che la Chiesa d’Inghilterra abbia il diritto di prendere una tale decisione all’interno dei suoi organismi collegiali. Altri possono credere che ci sono delle ragioni teologiche fondamentali, per cui le donne non possono essere ordinate, che fanno riferimento alla dottrina di Dio oppure alla nostra comprensione della natura di Cristo. Altri, ancora, sono dell’idea che la Bibbia proibisca alle donne di esercitare la loro guida sugli uomini. L’opinione generale all’interno della Chiesa d’Inghilterra è che la natura di questa particolare decisione non escluda la possibilità per la Chiesa di prendere una sua posizione».
All’interno della Chiesa d’Inghilterra è risaputo che c’è un’ala anglo-cattolica, che guarda con simpatia alla Chiesa cattolica. Carey si mostrò consapevole della presenza di quest’ala: «Gli anglo-cattolici all’interno della Chiesa d’Inghilterra restano un gruppo importante che può contribuire molto alla vita della Chiesa. Certamente, la maggior parte di coloro che vogliono aderire alla Chiesa cattolica romana sono anglo-cattolici, ma anche appartenenti ad altre tradizioni che, nel quadro dell’anglicanesimo, hanno compiuto questo passo».
Gli rivolsi una domanda, alla quale rispose dopo lunghi attimi di silenzio. «Che cosa prova vedere l’esodo verso la Chiesa cattolica di vescovi, pastori, singoli fedeli, gruppi, comunità?». «Sarebbe inappropriato parlare di un esito di massa. I numeri complessivi sono esigui. Da quanto hanno riferito i vescovi cattolici in Inghilterra e nel Galles, mi risulta che sono stati interpellati soltanto da 15 preti, su un totale di circa 3.000, per parlare della possibilità di passare alla Chiesa cattolica. Spero di riuscire a rivolgermi a queste persone con adeguata generosità, sensibilità, e, in alcune occasioni, con tristezza. Mi rendo conto che ognuno deve compiere il suo personale cammino spirituale e che, in certi casi, questo cammino lo porta a passare da una comunione all’altra. Un senso di tristezza mi coglie quando amici che conosco da tanti anni passano da una comunità all’altra. Anche in questo caso auguro loro ogni bene e spero che la loro vita spirituale possa prosperare nello stesso modo in cui lo spero per le persone che passano dal cattolicesimo all’anglicanesimo, mosse da una ragione o da un’altra. A un vescovo, un pastore, un fedele, un gruppo, una comunità, che vogliono passare alla Chiesa cattolica, auguro che si comportino con sensibilità nei confronti di amici e conoscenti con cui sono in rapporto e che intendono continuare a far parte della comunione che hanno lasciato».
Passaggio che rappresenta un passo indietro nel movimento ecumenico? «Non rappresenta né un passo in avanti né un passo indietro. Fa parte, come le ho già detto, del pellegrinaggio personale di singole persone».
«Le dà sollievo sapere che vi sono sempre più teologi cattolici che si dicono favorevoli all’ordinazione delle donne?». Mi rispose sorridendo: «Certamente, mi sento incoraggiato da quei teologi cattolici che sono favorevoli. Penso che sia importante rendersi conto che, all’interno della Chiesa cattolica romana, c’è altrettanta varietà di opinioni quanto all’interno della Chiesa anglicana. Personalmente spero che le strutture autoritative della Chiesa cattolica romana possano svilupparsi in modo tale che i suoi membri si sentano incoraggiati a esprimere opinioni differenti più vigorosamente di quanto forse fanno attualmente. Rispetto la necessità di avere chiare strutture autoritative, ma sono anche convinto che la teologia debba essere esercitata in uno spirito di apertura e di dialogo. L’autorità nella Chiesa cattolica romana assume una forma più lineare rispetto alla Chiesa anglicana, dove l’autorità si riferisce, in modo più dispersivo, alle tre grandi fonti di verità: le Scritture, la Tradizione e la ragione. Agli occhi di osservatori esterni tutto questo può apparire come un insieme inorganico, ma molte persone al suo interno apprezzano enormemente l’apertura di questo approccio».
Al Sinodo generale (1992) prese la parola l’arcivescovo Gorge Carey con accenti toccanti, che fecero grande impressione per il tono accorato: «Che il coraggio e la fede siano la parola d’ordine anche per noi, membri del Sinodo generale, nel momento in cui ci congediamo oggi dalla Church House, consapevoli che, pur avendo partecipato a un’assemblea che, di sicuro, è di portata storica, davanti a tutti noi c’è una sfida di maggiore portata. La sfida di collaborare a esprimere – ognuno alla sua maniera – quella guida di cui la Chiesa ha bisogno in questo momento di prova, una guida il cui fine deve essere unire tutti coloro che serviamo nel più grande servizio di Dio. Non saremo così sciocchi da attenderci che le settimane e i mesi che verranno saranno facili; non ci attendiamo di sbrigare le nostre faccende in modo pulito e ordinato, viste le forti emozioni che molti provano. Sappiamo, tuttavia, che, per quanto i nostri disaccordi siano profondi, è nostro obbligo continuare a portare i pesi gli uni degli altri ed essere riconciliati gli uni con gli altri in Cristo».
Il commento dei vescovi cattolici d’Inghilterra e del Galles
La Conferenza episcopale d’Inghilterra e del Galles si riunì nel novembre del 1993 per discutere e approvare la dichiarazione sull’ingresso degli anglicani, pastori compresi, nella Chiesa cattolica.
Ne parlai con il cardinale Murphy O’Connor, arcivescovo di Westminster (Londra: «La prima dichiarazione (aprile 1993), molto equilibrata, riaffermava i principi fondamentali di adesione alla Chiesa cattolica. Era allora importante mettere in chiaro i principi della nostra Chiesa prima di passare all’attuazione pratica dell’accoglienza. Poi ci siamo rivolti con una lettera (maggio 1993) ai nostri fedeli cattolici, perché alcuni avevano manifestato riserve e perplessità sull’ingresso degli anglicani. Alcuni dicevano: “Perché entrano adesso a motivo dell’ordinazione delle donne e non sono entrati prima?”. Già allora si ribadiva che è necessario per gli anglicani, che intendono entrare nella Chiesa cattolica, accettare tutta la fede cattolica. La dichiarazione di novembre riguarda, invece, gli anglicani in difficoltà, incerti. Abbiamo preso in considerazione i loro problemi pratici, soprattutto la questione dei pastori sposati, affrontandola in modo approfondito. Con la seconda dichiarazione prendiamo in seria considerazione i problemi concreti del passaggio alla Chiesa cattolica. Ci sono alcuni punti della dichiarazione che sono di capitale importanza per l’ecumenismo. Ad esempio, là dove si parla del ministero esercitato dai pastori anglicani. Abbiamo detto chiaramente che il loro ministero è reale, che non metteremo mai questi pastori nella condizione di negare il valore del loro ministero precedente. Chiederemo quindi di accettare l’ordinazione nella nostra Chiesa come adempimento del loro ministero e piena integrazione nella successione apostolica. Quando entrano nella Chiesa cattolica non diremo che il ministero svolto prima non vale niente, benché ci sia il bisogno di un’ordinazione assoluta. Speriamo che il rito dell’ordinazione contenga il riconoscimento del precedente ministero».
Non ci furono tensioni all’interno della Conferenza episcopale. La dichiarazione venne approvata all’unanimità. Per la stesura della dichiarazione i vescovi non ebbero contatti con Roma, se non i normali contatti consueti con la Santa Sede. Non vi fu alcun genere d’interferenza. In quel tempo i pastori anglicani, che intendevano diventare preti cattolici, s’aggiravano sui 150-200.
Riguardo allo spinoso problema dell’ordinazione, il card. Murphy -O’ Connor così si espresse nei vari incontri che ebbi con lui: «Speriamo di arrivare al riconoscimento del rito dell’ordinazione del precedete ministero. Riconosciamo una vocazione divina nel ministero che hanno esercitato. Siamo pronti a presumere una continuità di ministero. Sarebbe la prima volta perché, chi entrava nella Chiesa cattolica come prete, doveva incominciare da zero. Per la Chiesa cattolica era come se non avesse fatto niente. Ma il concilio Vaticano II ha cambiato le cose. Non diciamo niente dell’Apostolicae curae di Leone XIII (1896) sull’invalidità degli ordini sacri anglicani. C’è una lettera del card. Willebrands (13 luglio 1985) inviata al vescovo anglicano Mark Santer e a me, co-presidenti dell’ARCIC II, nella quale si afferma la possibilità, da parte della Chiesa cattolica, di dare un giudizio nuovo sulla validità dei riti anglicani per quanto riguarda le future ordinazioni. La Chiesa di oggi è diversa da quella post-tridentina e di Leone XIII. I preti anglicani, che vogliono essere preti cattolici, saranno pienamente contenti se vedranno riconosciuto il loro precedente ministero».
Si studierà il rito per la riordinazione?
«È uno degli argomenti di ARCIC II. Uno dei nostri scopi è arrivare al riconoscimento dei ministeri. È necessario riesaminare i riti anglicani. Con questa dichiarazione abbiamo fatto il primo passo. A mio parere, il rito anglicano dell’ordinazione può essere ritenuto valido. Dipende dalla fede. Il noto teologo anglicano Henry Chaawich, membro dell’ARCIC, mi diceva: “La difficoltà non è di ordine dogmatico. Il problema è che siamo divisi da più di 400 anni”.
Il 3-4 dicembre 1993, Murhy-O’Connor, il cad. Hume di Westminster e i vescovi Clark e Nichols si recarono a Roma per incontrarsi con i cardinali Ratzinger e Cassidy, i vescovi Bovone e Duprey dell’allora Congregazione per la dottrina della fede, del Pontificio Consiglio per la promozione dell’unità dei cristiani e con il papa Giovanni Paolo II. «Siamo usciti dall’incontro molto contenti. Noi avevamo dato le nostre informazioni e il nunzio le sue. Gli interlocutori hanno manifestato flessibilità e generosità. Erano a conoscenza della situazione dei preti anglicani sia celibi che sposati. Giovanni Paolo II fu molto attento e flessibile».





