
Questo contributo nasce in esplicita continuità con l’articolo Castellammare di Stabia, un luogo teologico, pubblicato su Settimananews il 25 maggio 2025. Se quel primo testo individuava nella città e nelle sue fratture uno spazio generativo di interrogazione teologica, il presente lavoro intende proseguire lo stesso percorso, approfondendone le implicazioni a partire dal tema delle periferie.
La continuità non è soltanto tematica, ma metodologica: il testo prende forma dall’intreccio tra esperienza pastorale, ascolto delle storie concrete e riflessione teorica. Non si propone una lettura esaustiva delle periferie, né tantomeno l’elaborazione di soluzioni operative immediate. L’intento è piuttosto quello di sostare dentro una domanda, lasciandosi interrogare da ciò che le periferie – urbane, sociali ed esistenziali – rivelano della condizione del soggetto contemporaneo e della forma che oggi può assumere l’annuncio evangelico.
La tesi di fondo che attraversa queste pagine è che la periferia non sia soltanto uno spazio esterno, geografico o sociale, ma una configurazione psichica e simbolica che intercetta il modo in cui il soggetto si costituisce, soffre e cerca senso nel nostro tempo. Per questo motivo, il discorso sulle periferie non può limitarsi a categorie sociologiche o assistenziali, ma esige un ascolto più profondo delle dinamiche interiori, del legame sociale e della crisi delle mediazioni simboliche.
I focus
Nel primo passaggio, Periferia e soggetto: tra esclusione e produzione di senso, verrà messo a fuoco il rapporto tra marginalità e soggettività. La periferia sarà letta come luogo in cui il soggetto sperimenta l’esclusione dal riconoscimento simbolico, ma anche come spazio in cui emergono tentativi, spesso fragili e contraddittori, di dare forma al senso. In questa prospettiva, l’esclusione non è solo subita, ma diventa una condizione che plasma il modo di desiderare, di parlare e di stare in relazione.
Il secondo passaggio, Marginalità, legame sociale e nuove forme di sofferenza, approfondirà le conseguenze di questa esclusione sul piano del legame. Verranno esplorate le nuove forme di disagio che attraversano le periferie contemporanee: sofferenze meno riconducibili a categorie cliniche tradizionali e più legate alla dissoluzione dei riferimenti simbolici, alla fragilità dell’appartenenza e alla difficoltà di iscrivere la propria esperienza in una narrazione condivisa. La periferia apparirà così come uno specchio amplificato della crisi del legame sociale che attraversa l’intero corpo sociale.
Nel terzo passaggio, La periferia non solo come mancanza, ma come spazio generativo: Donald Winnicott, lo sguardo si sposterà dalla diagnosi alla possibilità. Attraverso il pensiero winnicottiano, la periferia verrà riletta come luogo potenziale, capace di generare soggettività e senso laddove si creano spazi sufficientemente buoni di accoglienza, di contenimento e di parola. Questa prospettiva consentirà di pensare la pastorale non come intervento correttivo, ma come pratica di presenza capace di riattivare il desiderio e il legame.
La conclusione, La periferia come luogo di interrogazione, non offrirà una sintesi risolutiva, ma rilancerà la domanda. La periferia verrà riconosciuta come una soglia che interroga la Chiesa, la teologia e la prassi pastorale, chiedendo non tanto risposte rapide quanto uno stile di ascolto, di decentramento e di fedeltà all’umano concreto. In questo senso, la periferia non è il luogo dove il Vangelo manca, ma il luogo in cui esso chiede di essere continuamente riscoperto nella sua forma più essenziale.
Periferia e soggetto: tra esclusione e produzione di senso
Scrivere oggi delle periferie non è un esercizio neutro. Nel contesto quotidiano della vita e del ministero pastorale, la periferia non si presenta anzitutto come un oggetto di analisi, ma come una presenza che insiste e interpella: volti segnati, storie interrotte, parole trattenute o pronunciate quando ormai sembrano non avere più destinatario. Ciò che colpisce non è solo la molteplicità delle forme di disagio, ma una fatica più radicale: quella di dare parola all’esperienza, di iscriverla in una trama simbolica capace di restituirle senso. Per questo la periferia si impone, prima ancora che come questione sociale o urbanistica, come questione psichica e antropologica.
Nel dibattito pubblico e pastorale, il rischio ricorrente è quello di ridurre la periferia a un contenitore di bisogni: povertà economica, marginalità educativa, devianza, emergenza. Sebbene tali dimensioni siano reali e non eludibili, una simile riduzione finisce per oscurare la complessità soggettiva che le periferie custodiscono. Esse non sono semplicemente “fuori” dal centro, ma rappresentano il luogo in cui ciò che il discorso dominante non riesce a integrare viene espulso e, al tempo stesso, ritorna sotto forma di disagio, rabbia o sintomo. In questo senso, la periferia non è solo uno spazio abitato, ma una condizione che può essere interiorizzata, fino a diventare una modalità dell’essere nel mondo.
La psicoanalisi offre una chiave di lettura particolarmente feconda per comprendere questa dinamica. Freud ha mostrato come ciò che viene rimosso non scompaia mai definitivamente, ma continui a insistere, cercando vie alternative di espressione[1]. La rimozione non elimina il conflitto, ma lo sposta, lo rende opaco, lo trasforma in sintomo. Il soggetto non coincide mai pienamente con se stesso: è attraversato da un’eccedenza che non controlla, da un “altrove” che lo costituisce. Là dove questa eccedenza non trova parola, essa ritorna in forme spesso enigmatiche e perturbanti.
Jacques Lacan radicalizza questa intuizione collocandola sul piano del linguaggio e del legame sociale. Il soggetto, per Lacan, esiste solo nella misura in cui è preso dentro un ordine simbolico che lo precede e lo struttura[2]. Quando questo ordine si indebolisce, quando la parola perde la sua funzione di mediazione e di riconoscimento, ciò che è stato escluso dal simbolico non resta inerte, ma ritorna nel reale. Il reale non è qui ciò che è semplicemente materiale, ma ciò che non può essere simbolizzato, ciò che irrompe come trauma, come eccesso, come rottura del senso. In questa prospettiva, le periferie urbane e sociali possono essere comprese come luoghi in cui il legame simbolico si è spezzato o impoverito, e in cui il disagio fatica a trovare una forma narrabile.
In tali contesti, l’esclusione non si limita alla mancanza di risorse o di opportunità, ma incide profondamente sulla costruzione dell’identità. Quando il soggetto non incontra uno sguardo che lo riconosca, una parola che lo nomini, una trama simbolica che lo preceda e lo attenda, egli fatica a percepirsi come degno di parola e di desiderio. L’esclusione diventa allora simbolica: esperienza di non avere un posto nel discorso dell’Altro. Il corpo, spesso, si trasforma nel luogo privilegiato di espressione di questo scarto: agiti impulsivi, violenza, ritiro, autosabotaggio possono essere letti non solo come comportamenti devianti, ma come tentativi estremi di dare forma a ciò che non riesce a essere detto.
E tuttavia, proprio questa posizione eccentrica può diventare anche uno spazio ambivalente di produzione di senso. Là dove il discorso dominante non arriva, o arriva in modo normativo e violento, il soggetto è costretto a inventare. Questa invenzione può assumere forme differenti: creatività, resistenza, legami informali, ma anche acting out o chiusure difensive. In ogni caso, si tratta di tentativi di iscrivere la propria esistenza in un orizzonte di significato, di affermare una presenza là dove l’invisibilità sembra totale. La periferia si configura così come un luogo paradossale: spazio di negazione del soggetto e, insieme, laboratorio fragile di soggettivazione.
Questa ambivalenza è stata colta con particolare lucidità da Massimo Recalcati, quando interpreta le periferie come luoghi segnati da una crisi profonda delle funzioni simboliche capaci di orientare il desiderio[3]. Non si tratta semplicemente di un venir meno delle regole o dell’autorità in senso normativo, ma di una più radicale esperienza di abbandono simbolico. Là dove manca una parola che riconosca e attenda, il desiderio si impoverisce o si deforma, oscillando tra consumo compulsivo, trasgressione sterile e ritiro depressivo. Il disagio che attraversa le periferie può essere allora letto come la traccia di una domanda che non riesce a diventare parola.
In questa luce, la periferia non appare come il luogo dell’assenza di senso, ma come lo spazio in cui il senso è drammaticamente cercato. È una frontiera psichica in cui il soggetto è esposto al rischio della dissoluzione, ma anche alla possibilità di una rinascita simbolica. Proprio per questo, la periferia si rivela come uno dei luoghi privilegiati per interrogare il nostro modo di intendere il soggetto, il legame sociale e la responsabilità nei confronti dell’altro.

Marginalità, legame sociale e nuove forme di sofferenza
La marginalità non si limita a descrivere una collocazione spaziale o una condizione socioeconomica svantaggiata; essa agisce come un vero e proprio dispositivo di produzione della sofferenza. Nelle periferie contemporanee non è in gioco soltanto l’assenza di risorse, ma una trasformazione profonda delle modalità attraverso cui il soggetto fa esperienza del legame, del limite e della mancanza. La sofferenza che emerge in questi contesti non coincide più con le forme classiche del disagio, ma assume configurazioni nuove, spesso difficilmente decifrabili, che interrogano tanto la clinica quanto la riflessione teologica.
La marginalità, infatti, non produce semplicemente esclusione, ma una progressiva erosione delle mediazioni simboliche che rendono abitabile l’esperienza umana. Là dove il legame sociale si indebolisce o si riduce a mera funzionalità, il soggetto non è più sostenuto da una rete di significati condivisi, ma si trova esposto a una solitudine strutturale. Non si tratta della solitudine come esperienza occasionale, bensì di una condizione stabile in cui l’altro non è più percepito come interlocutore affidabile, ma come presenza intermittente, opaca o minacciosa.
Freud aveva mostrato come la sofferenza nevrotica fosse inscritta all’interno di un conflitto simbolico: il soggetto soffriva perché desiderava ciò che la legge gli interdiceva, e il sintomo costituiva un compromesso tra desiderio e proibizione[4]. Oggi, nelle periferie, si assiste sempre più spesso a una sofferenza che non nasce dal conflitto, ma dalla dissoluzione stessa delle coordinate che rendono possibile il conflitto. Il problema non è più tanto “non posso desiderare”, quanto “non so cosa desiderare” o “non c’è nessuno a cui rivolgere il desiderio”.
Jacques Lacan, soprattutto nel suo ultimo insegnamento, ha colto questa mutazione parlando di un indebolimento del legame simbolico e di una prevalenza del reale non mediato[5]. In tale scenario, la marginalità diventa il luogo in cui il soggetto è consegnato a un reale senza parola: un reale fatto di corpi esposti, di eccitazioni senza limite, di vuoti improvvisi. Le nuove forme di sofferenza non si organizzano più attorno al senso di colpa o all’angoscia di castrazione, ma attorno a vissuti di insignificanza, di discontinuità dell’esistenza, di impossibilità di tenere insieme i frammenti della propria storia.
Questo spiega perché nelle periferie emergano con forza fenomeni come le dipendenze, i passaggi all’atto, le condotte autolesive, il ritiro sociale radicale. Tali manifestazioni non vanno lette solo come comportamenti patologici, ma come tentativi di sopravvivenza psichica in un contesto in cui il legame non offre più contenimento. Il soggetto soffre non tanto per un eccesso di legge, quanto per la sua assenza; non per una parola troppo esigente, ma per la mancanza di una parola che tenga.
Massimo Recalcati ha descritto questa condizione come una forma di sofferenza legata alla caduta delle funzioni simboliche della trasmissione e della testimonianza[6]. Nelle periferie, tale caduta non è un evento teorico, ma un’esperienza quotidiana: adulti senza parola, istituzioni percepite come estranee, comunità incapaci di generare appartenenza. La sofferenza assume così la forma di una domanda muta, che non riesce a diventare domanda rivolta all’altro e che, proprio per questo, si esprime attraverso il corpo o l’agito.
È qui che il fondo teologico diventa imprescindibile. La Scrittura conosce bene questa forma di sofferenza che nasce dalla rottura del legame e dalla perdita della parola. Il grido dei Salmi, il lamento dei profeti, l’esperienza dell’esilio non sono semplicemente espressioni religiose di un disagio, ma forme di simbolizzazione del dolore là dove il legame sociale si è spezzato. Il Dio biblico non risponde cancellando la marginalità, ma entrando in essa come parola che ascolta e che chiama per nome[7].
Nell’esperienza cristologica, questa dinamica raggiunge il suo punto estremo. Gesù non incontra la sofferenza dal punto di vista del centro, ma dalla periferia: tocca i corpi esclusi, ascolta parole disarticolate, attraversa l’abbandono. La croce non è solo il luogo della redenzione, ma il luogo in cui la sofferenza umana appare nella sua forma più radicale: non tanto il dolore fisico, quanto l’esperienza di un legame che sembra venire meno (“Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?”). In questa prospettiva, la sofferenza delle periferie non è estranea alla rivelazione, ma ne costituisce uno dei luoghi privilegiati di intelligibilità.
La marginalità, allora, rende visibile una verità scomoda: quando il legame sociale non è più capace di sostenere il soggetto, la sofferenza non scompare, ma si radicalizza. Essa diventa meno dicibile, meno trattabile, più esposta al rischio della distruttività. Proprio per questo, le periferie interrogano in modo radicale ogni pratica di cura, clinica o pastorale, costringendola a misurarsi non solo con i bisogni, ma con la qualità del legame che è in grado di offrire.
In questo senso, le nuove forme di sofferenza che emergono nelle periferie non sono un’anomalia, ma il sintomo di una crisi più ampia del legame umano. Esse chiedono di essere ascoltate non come rumore da contenere, ma come parola ancora informe che attende un luogo in cui possa risuonare senza essere immediatamente normalizzata o espulsa.
La periferia come spazio generativo
Leggere la periferia esclusivamente come luogo di mancanza rischia di ridurre la complessità della sua sofferenza a un mero deficit. Se è vero che le periferie sono attraversate da privazioni materiali, carenze simboliche e relazioni fragili, è altrettanto vero che la loro specificità non si esaurisce nell’assenza. La periferia interroga le condizioni che rendono possibile – o impossibile – l’integrazione dell’esperienza soggettiva e la costruzione di senso. In questo contesto, il pensiero di Donald Winnicott offre strumenti teorici decisivi per rileggere la marginalità non solo come deficit, ma come spazio potenzialmente generativo, capace di trasformare il vuoto in occasione di soggettivazione e di desiderio[8].
Al centro della riflessione winnicottiana vi è il concetto di holding, termine che non indica semplicemente il gesto concreto del tenere in braccio il bambino, ma una funzione complessiva dell’ambiente. L’holding rappresenta la capacità di con-tenere l’esperienza, cioè di sostenerla, reggerla e darle continuità nel tempo[9]. Con-tenere non significa eliminare la fragilità né colmare immediatamente la mancanza, ma prevenire che l’angoscia disintegrante soppianti la possibilità di un’elaborazione simbolica.
L’holding è funzione simbolica prima ancora che affettiva. Permette al soggetto, nelle fasi precoci dello sviluppo, di affrontare la discontinuità dell’esperienza senza esserne travolto, integrando corpo, affetto e tempo nella costruzione di un sé coerente[10]. La sua assenza o fragilità, come spesso avviene nelle periferie urbane, produce forme specifiche di sofferenza: l’esperienza dell’abbandono precoce, la difficoltà a tollerare l’incertezza e l’angoscia di non avere un luogo in cui l’esperienza possa sostare. I soggetti periferici, in altre parole, hanno spesso dovuto “tenersi da soli”, sviluppando strategie di sopravvivenza che possono essere creative, ma anche difensive e autodistruttive.
Winnicott amplia il concetto di holding attraverso la nozione di spazio potenziale o area transizionale, che costituisce il luogo di mediazione tra mondo interno e mondo esterno[11]. Lo spazio potenziale è ciò che consente al soggetto di inventare, giocare, creare significati e relazioni, pur restando vulnerabile. La periferia, in questa prospettiva, può essere letta come un luogo in cui lo spazio potenziale è spesso negato, ma dove, se anche minimo, può assumere un valore straordinariamente generativo: ogni gesto di riconoscimento, ogni relazione affidabile, ogni parola che ascolta senza giudicare, diventa occasione di ricostruzione simbolica e di risveglio del desiderio.
È importante sottolineare che, per Winnicott, holding e spazio potenziale non equivalgono a controllo né a saturazione di senso. Un ambiente che anticipa tutto, che spiega ogni esperienza o riempie ogni vuoto non sostiene il soggetto, ma lo intrude[12]. Con-tenere implica lasciar emergere l’esperienza senza forzarne il significato, consentendo al soggetto di sviluppare creatività e capacità di soggettivazione. Questa dinamica mostra come la sofferenza periferica non sia solo problema da eliminare, ma materia attraverso cui possono emergere nuove forme di senso e di relazione.
La lettura teologica arricchisce questa prospettiva. La Bibbia presenta un Dio che accompagna l’umano senza eliminare la prova, sostenendolo nel vuoto e nella precarietà[13]. Il Dio dell’Esodo non elimina il deserto, ma rende possibile l’attraversamento; il Dio di Gesù non evita la croce, ma la abita insieme all’uomo. In questa luce, il holding winnicottiano diventa figura dell’agire divino: un accompagnamento discreto, capace di sostenere senza invadere, di permettere la risposta senza imporla. La fede stessa può essere interpretata come esperienza di con-tenimento: la possibilità di abitare l’incertezza senza esserne travolti, lasciando emergere la domanda di senso senza saturarla.
La periferia, così riletta, diventa spazio generativo, non perché idealmente fertile, ma perché costringe il soggetto a confrontarsi con la fragilità, la mancanza e l’assenza di supporti simbolici. Là dove il con-tenimento diventa possibile, anche in forme minime, si riattivano processi di integrazione psicologica e di apertura relazionale. La mancanza non è più un vuoto sterile, ma un terreno da abitare, un luogo in cui la soggettività e la relazione possono rinascere. In questa prospettiva, la periferia non è solo un luogo di esclusione, ma uno spazio di possibilità, dove l’azione pastorale e teologica può misurarsi con la realtà concreta del soggetto, aprendosi a nuove forme di cura, riconoscimento e desiderio.

La periferia: luogo di interrogazione
La periferia, così come è emersa lungo questo contributo, non può essere ridotta né a un oggetto di analisi sociologica né a un semplice campo di intervento pastorale. Essa si configura piuttosto come un luogo di interrogazione permanente, in cui convergono questioni antropologiche, psichiche e teologiche che mettono in crisi categorie consolidate e costringono a ripensare i linguaggi della cura, della relazione e della fede. Parlare di periferia significa, in ultima analisi, esporsi a una domanda che non ammette risposte immediate né soluzioni preconfezionate.
Le nuove forme di sofferenza che attraversano le periferie contemporanee mostrano con particolare evidenza il venir meno di quelle strutture simboliche capaci di con-tenere l’esperienza umana. Non si tratta soltanto di povertà materiali o di esclusione sociale, ma di una fragilità più profonda, che investe la possibilità stessa del soggetto di riconoscersi come unità nel tempo. In questo senso, la marginalità non è solo una condizione esterna, ma una esperienza interna di discontinuità, di perdita di legami e di fatica a stare nel mondo.
Il dialogo con la psicoanalisi, in particolare con il pensiero di Donald Winnicott, ha consentito di mettere a fuoco come la sofferenza delle periferie sia spesso legata non tanto alla mancanza in quanto tale, quanto al fallimento di ambienti capaci di holding. Là dove l’esperienza non è stata tenuta, sostenuta, accompagnata, il soggetto si trova esposto a forme di angoscia che non trovano facilmente parola. Tuttavia, proprio questa esposizione radicale rende la periferia un luogo in cui la domanda di relazione, di affidabilità e di senso emerge in modo non mediato, sottraendosi a ogni retorica.
Da un punto di vista teologico, questa condizione interpella profondamente l’immagine di Dio e il modo in cui la Chiesa abita il mondo. La periferia non può essere pensata come lo spazio in cui “portare” Dio a chi ne sarebbe privo, ma come il luogo in cui la fede stessa viene interrogata nella sua capacità di con-tenere l’umano senza saturarlo. La rivelazione biblica mostra un Dio che non si impone come risposta immediata, ma che accompagna, sostiene, resta. Un Dio che non elimina la mancanza, ma la attraversa, assumendola fino in fondo nella vicenda di Gesù.
In questa luce, la periferia appare come uno spazio teologico privilegiato, non perché moralmente superiore o simbolicamente puro, ma perché espone senza difese la domanda fondamentale dell’umano: posso essere tenuto senza essere annullato? È una domanda che riguarda tanto i soggetti feriti quanto le istituzioni, le comunità e le pratiche pastorali. Essa chiede alla Chiesa di interrogarsi non tanto sull’efficacia delle sue strategie, quanto sulla qualità del suo stare accanto, sulla sua capacità di essere ambiente affidabile, non intrusivo, capace di tenere senza possedere.
Assumere la periferia come luogo di interrogazione significa, allora, accettare una postura teologica non difensiva, disposta a lasciarsi ferire dalle domande che emergono ai margini. Significa riconoscere che la fede non si gioca primariamente nella produzione di risposte, ma nella disponibilità a sostenere l’inquietudine senza chiuderla. In questo senso, la periferia non è il limite della teologia, ma uno dei suoi luoghi generativi: lo spazio in cui il pensiero credente è chiamato a rinnovarsi, a purificare i propri linguaggi e a riscoprire il Vangelo come buona notizia per un’umana fragilità che chiede, prima di tutto, di non essere lasciata cadere.
[1] S. Freud, Rimozione, in Metapsicologia, Opere, vol. VIII, Boringhieri, Torino 1976.
[2] J. Lacan, Il Seminario. Libro XI. I quattro concetti fondamentali della psicoanalisi, Einaudi, Torino 1979.
[3] M. Recalcati, Le nuove melanconie, Raffaello Cortina, Milano 2019; Id., Ritratti del desiderio, Raffaello Cortina, Milano 2018.
[4] S. Freud, Inibizione, sintomo e angoscia (1926), in Opere, vol. X, Bollati Boringhieri, Torino 1978.
[5] J. Lacan, Il Seminario. Libro XX. Ancora (1972-1973), Einaudi, Torino 1983; Id., Televisione, Einaudi, Torino 1978.
[6] M. Recalcati, L’uomo senza inconscio. Figure della nuova clinica psicoanalitica, Raffaello Cortina, Milano 2010. ; Id., Civiltà e disagio. Forme contemporanee della psicopatologia, Mondadori Milano 2006.
[7] W. Brueggemann, La spiritualità dei Salmi. Queriniana, Brescia 2004.
[8] D.W. Winnicott, Dalla pediatria alla psicoanalisi (1958), Martinelli, Firenze 1975, pp. 237-255.
[9] D.W. Winnicott, La paura del crollo (1974), in Sviluppo affettivo e ambiente, Armando, Roma 1980, pp. 89-96.
[10] Ivi, pp. 101-110.
[11] D.W. Winnicott, Gioco e realtà (1971), Armando, Roma 1974, capitoli su oggetto transizionale e area intermedia.
[12] Ivi, pp. 50-70.
[13] C. Theobald, Il cristianesimo come stile, vol. I, EDB, Bologna 2009, pp. 113-130.





