Chiesa cattolica in Africa

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Dal 25 al 29 gennaio 2026, la città di Yamena, capitale del Ciad, ha ospitato la 13ª Assemblea dei vescovi membri dell’ACERAC (Associazione delle Conferenze Episcopali della Regione dell’Africa Centrale). Questo importante incontro ecclesiale si è svolto sotto il tema: «Le sfide della Chiesa-Famiglia in Africa: 30 anni dopo Ecclesia in Africa», segnando così un momento privilegiato di rilettura, discernimento e proiezione pastorale.

A trent’anni dalla pubblicazione dell’esortazione apostolica Ecclesia in Africa di Giovanni Paolo II (1995), i vescovi dell’Africa centrale (Ciad, Camerun, Gabon, Congo-Brazzaville, Repubblica Centrafricana, Guinea Equatoriale) hanno voluto misurare il cammino percorso e interrogarsi sull’attualità del modello della Chiesa-Famiglia di Dio, che rimane uno dei contributi più fecondi del primo Sinodo africano.

Infatti, in un contesto caratterizzato da profondi mutamenti sociali, politici, economici e culturali, questa Assemblea ha offerto uno spazio di libero e fraterno dialogo per ascoltare le realtà concrete vissute dai popoli della regione.

I lavori hanno messo in luce le sfide persistenti che la Chiesa deve affrontare: conflitti armati e insicurezza cronica, povertà strutturale, spostamenti massicci di popolazioni, fragilità della cellula familiare, corruzione, manipolazione dell’identità e perdita dei riferimenti etici. A queste realtà si aggiungono nuove sfide come la globalizzazione culturale, la crescente influenza dei media digitali, l’ascesa delle sette e l’esaurimento di alcune strutture pastorali tradizionali.

Di fronte a queste sfide, i vescovi hanno ribadito con forza che la Chiesa-Famiglia non può essere una semplice metafora, ma una realtà viva da incarnare: una Chiesa in cui ciascuno si senta accolto, ascoltato, riconosciuto e responsabile; una Chiesa che cura le ferite, riconcilia le comunità divise e si avvicina ai più vulnerabili. Particolare enfasi è stata posta sulla sinodalità, sulla corresponsabilità dei laici, sul ruolo delle donne e dei giovani, nonché sulla formazione integrale degli agenti pastorali.

L’Assemblea ha anche sottolineato la necessità di un’inculturazione sempre più audace del Vangelo, capace di dialogare con i valori africani autentici purificandoli alla luce di Cristo. In questa prospettiva, la Chiesa è chiamata ad essere una forza profetica, impegnata per la giustizia, la pace e la salvaguardia del creato, senza lasciarsi ridurre al silenzio dalla paura o dalla compiacenza.

A conclusione dei lavori a Djamena, i vescovi dell’ACERAC hanno espresso la loro speranza: quella di una Chiesa africana fedele alla sua vocazione di famiglia di Dio, umile e coraggiosa, capace di testimoniare il Vangelo nel cuore delle sofferenze e delle aspirazioni dei popoli. A trent’anni da Ecclesia in Africa, il messaggio rimane attuale: l’Africa non è solo un continente da evangelizzare, ma anche una terra portatrice di doni per la Chiesa universale.

Papa Leone XIV e i vescovi africani aprono un nuovo capitolo

Sabato 17 gennaio ha segnato una data significativa nella storia recente della Chiesa africana. Per la prima volta dall’inizio del suo pontificato, papa Leone XIV ha concesso un’udienza al Comitato permanente del Simposio delle Conferenze Episcopali dell’Africa e del Madagascar (SECAM). Questo incontro, sobrio ma intenso, riveste un’importanza simbolica e pastorale fondamentale: manifesta chiaramente l’attenzione del nuovo pontefice verso il continente africano, le sue speranze, le sue ferite e il suo ruolo crescente nella vita della Chiesa.

Guidata dall’arcivescovo di Kinshasa e presidente del SECAM, il cardinale Fridolin Ambongo Besungu, la delegazione dei vescovi africani ha portato a Roma la voce di un continente giovane, credente, ma profondamente provato dai conflitti armati, dall’instabilità politica, dalle ingiustizie economiche e dalle fratture sociali. Fin dai primi scambi, papa Leone XIV ha mostrato un ascolto attento e rispettoso, confermando il suo desiderio di un pontificato caratterizzato da vicinanza, discernimento e reale sinodalità.

Nel suo intervento, il Santo Padre ha ricordato che l’Africa non è solo un «continente di problemi», ma una terra di promesse per la Chiesa e per il mondo. Ha sottolineato la vitalità delle comunità cristiane africane, il loro senso della fede, la loro creatività liturgica e la loro capacità di resistenza di fronte alle avversità. In questo senso, l’udienza non è stata un semplice atto protocollare, ma un vero e proprio scambio ecclesiale, in cui l’Africa è apparsa non come una periferia da assistere, ma come soggetto attivo della missione.

La questione della pace, e in particolare la drammatica situazione nella Repubblica Democratica del Congo, ha occupato un posto centrale negli scambi. Il cardinale Ambongo ha insistito sull’urgenza di un dialogo sincero, coraggioso e inclusivo, capace di rompere le logiche di violenza e sfruttamento che insanguinano la parte orientale del Paese. Papa Leone XIV ha espresso la sua profonda preoccupazione per le sofferenze delle popolazioni civili e ha ribadito il ruolo insostituibile della Chiesa come mediatrice, sentinella della dignità umana e voce dei senza voce.

Al di là della RDC, questo incontro ha permesso di ribadire la missione profetica della Chiesa in Africa: annunciare il Vangelo impegnandosi risolutamente per la giustizia, la riconciliazione e il bene comune. Il papa ha incoraggiato i vescovi a non cedere alla paura né allo scoraggiamento, ma a rimanere pastori vicini ai loro popoli, capaci di denunciare il male senza perdere la dolcezza della speranza cristiana.

Questa prima udienza tra Leone XIV e la SECAM apre così un nuovo capitolo nelle relazioni tra la Santa Sede e la Chiesa in Africa. Traccia le linee di un pontificato attento alle periferie, preoccupato per la pace e risolutamente orientato verso un dialogo autentico, in cui la Chiesa si fa artefice di comunione in un mondo frammentato. Per l’Africa, questo momento rimarrà un segno forte: quello di una Chiesa universale che ascolta, accompagna e crede nel suo futuro.


Relire Ecclesia in Africa, trente ans après

Du 25 au 29 janvier 2026, la ville de Djamena, capitale du Tchad, a accueilli la 13ᵉ Assemblée des Évêques membres de l’ACERAC (Association des Conférences Épiscopales de la Région de l’Afrique Centrale). Cette rencontre ecclésiale majeure s’est tenue sous le thème : “Les défis de l’Église-Famille en Afrique : 30 ans après Ecclesia in Africa”, marquant ainsi un moment privilégié de relecture, de discernement et de projection pastorale.

Trente ans après la publication de l’exhortation apostolique Ecclesia in Africa de saint Jean-Paul II (1995), les Évêques de l’Afrique centrale (Tchad, Cameroun, Gabon, Congo-Brazza, République Centrafricaine, Guinée Equatorial) ont voulu mesurer le chemin parcouru et interroger la pertinence actuelle du modèle de l’Église-Famille de Dieu, qui demeure l’un des apports les plus féconds du premier Synode africain.

En effet, dans un contexte marqué par de profondes mutations sociales, politiques, économiques et culturelles, cette Assemblée a offert un espace de parole libre et fraternelle pour écouter les réalités concrètes vécues par les peuples de la région.

Les travaux ont mis en lumière les défis persistants auxquels l’Église est confrontée : conflits armés et insécurité chronique, pauvreté structurelle, déplacements massifs des populations, fragilisation de la cellule familiale, corruption, manipulation identitaire et perte des repères éthiques. À ces réalités s’ajoutent de nouveaux enjeux tels que la mondialisation culturelle, l’influence croissante des médias numériques, la montée des sectes et l’essoufflement de certaines structures pastorales traditionnelles.

Face à ces défis, les Évêques ont réaffirmé avec force que l’Église-Famille ne saurait être une simple métaphore, mais une réalité vivante à incarner : une Église où chacun se sent accueilli, écouté, reconnu et responsable ; une Église qui soigne les blessures, réconcilie les communautés divisées et se fait proche des plus vulnérables. L’accent a été particulièrement mis sur la synodalité, la coresponsabilité des laïcs, la place des femmes et des jeunes, ainsi que sur la formation intégrale des agents pastoraux.

L’Assemblée a également souligné la nécessité d’une inculturation toujours plus audacieuse de l’Évangile, capable de dialoguer avec les valeurs africaines authentiques tout en les purifiant à la lumière du Christ. Dans cette perspective, l’Église est appelée à être une force prophétique, engagée pour la justice, la paix et la sauvegarde de la création, sans se laisser réduire au silence par la peur ou la complaisance.

En clôturant leurs travaux à Djamena, les Évêques de l’ACERAC ont exprimé leur espérance : celle d’une Église africaine fidèle à sa vocation de famille de Dieu, humble et courageuse, capable de témoigner de l’Évangile au cœur des souffrances et des aspirations des peuples. Trente ans après Ecclesia in Africa, le message demeure actuel : l’Afrique n’est pas seulement un continent à évangéliser, mais aussi une terre porteuse de dons pour l’Église universelle.

Une rencontre fondatrice : le Pape Léon XIV et les évêques d’Afrique ouvrent un nouveau chapitre

Le samedi 17 janvier marque une date significative dans l’histoire récente de l’Église d’Afrique. Pour la première fois depuis le début de son pontificat, le Pape Léon XIV a accordé une audience au Comité permanent du Symposium des Conférences épiscopales d’Afrique et de Madagascar (SCEAM). Cette rencontre, sobre mais dense, revêt une portée symbolique et pastorale majeure : elle manifeste clairement l’attention du nouveau pontife au continent africain, à ses espérances, à ses blessures et à sa place croissante dans la vie de l’Église.

Conduite par l’archevêque de Kinshasa et président du SCEAM, le cardinal Fridolin Ambongo Besungu, la délégation des évêques africains a porté à Rome la voix d’un continent jeune, croyant, mais profondément éprouvé par les conflits armés, l’instabilité politique, les injustices économiques et les fractures sociales. Dès les premiers échanges, le Pape Léon XIV a laissé transparaître une écoute attentive et respectueuse, confirmant son désir d’un pontificat marqué par la proximité, le discernement et la synodalité réelle.

Dans son intervention, le Saint-Père a rappelé que l’Afrique n’est pas seulement un “continent de problèmes”, mais une terre de promesses pour l’Église et pour le monde. Il a souligné la vitalité des communautés chrétiennes africaines, leur sens de la foi, leur créativité liturgique et leur capacité de résistance face à l’adversité. En ce sens, cette audience n’a pas été un simple acte protocolaire, mais un véritable échange ecclésial, où l’Afrique est apparue non comme une périphérie à assister, mais comme un sujet actif de la mission.

La question de la paix, et en particulier la situation dramatique en République Démocratique du Congo, a occupé une place centrale dans les échanges. Le cardinal Ambongo a insisté sur l’urgence d’un dialogue sincère, courageux et inclusif, capable de rompre les logiques de violence et d’exploitation qui ensanglantent l’est du pays. Le Pape Léon XIV a exprimé sa profonde préoccupation face aux souffrances des populations civiles et a réaffirmé le rôle irremplaçable de l’Église comme médiatrice, sentinelle de la dignité humaine et voix des sans-voix.

Au-delà de la RDC, cette rencontre a permis de redire la mission prophétique de l’Église en Afrique : annoncer l’Évangile tout en s’engageant résolument pour la justice, la réconciliation et le bien commun. Le Pape a encouragé les évêques à ne pas céder à la peur ni au découragement, mais à demeurer des pasteurs proches de leurs peuples, capables de dénoncer le mal sans perdre la douceur de l’espérance chrétienne.

Cette première audience entre Léon XIV et le SCEAM ouvre ainsi un nouveau chapitre dans les relations entre le Saint-Siège et l’Église en Afrique. Elle trace les lignes d’un pontificat attentif aux périphéries, soucieux de paix et résolument tourné vers un dialogue vrai, où l’Église se fait artisan de communion dans un monde fragmenté. Pour l’Afrique, ce moment restera comme un signe fort : celui d’une Église universelle qui écoute, accompagne et croit en son avenir.

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