Sahel, laboratorio del jihadismo mondiale

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Miliziani di Ansar Al Dine, costola di Al Qaeda nel Sahel (Foto: Adama Diarra/Reuters)

Il confronto impostoci dai fatti è con un mondo ogni giorno più frammentato, avviato inevitabilmente alla atomizzazione se si procede a questa velocità e con questa determinazione. L’Africa rischia la deriva (secondo qualche analista) perché paradossalmente finisce per essere l’ultima sostenitrice di un ordine internazionale multilaterale basato sulle regole.

In realtà il continente ha da tempo messo in discussione il multilateralismo (così come lo abbiamo conosciuto) alla ricerca di nuove vie ancora tutte da individuare. Le strade fino ad ora intraprese si sono rivelate clamorosamente fallimentari. Un esempio arriva dal Sahel, che si riconferma una delle aree a più alto rischio di instabilità globale. I colpi di Stato militari in Mali, Niger e Burkina Faso (ispirati e sostenuti dalla Russia) hanno decretato il definitivo tramonto dell’influenza francese in una regione che nei fatti non ha mai conosciuto la decolonizzazione.

Qualche notista generosamente ottimista ha addirittura ravvisato in questi nuovi esecutivi elementi di “bonapartismo illuminato” in grado (seppur tra mille contraddizioni) di tirar fuori dalle secche dell’ordine mondiale nazioni inchiodate nelle ultime posizioni dell’indice dello sviluppo umano. La Russia (impaludata nella guerra ucraina) ha tardivamente compreso di non avere energie e mezzi sufficienti per essere una protagonista globale in grado di competere con le altre potenze.

Tra i principali addebiti mossi dai militari golpisti ai governi deposti, gli scarsi risultati conseguiti (anche con l’ausilio di uomini e mezzi dell’esercito francese) nel contrasto al terrorismo jihadista. Ma a distanza di cinque anni dai putsch in Mali, quattro in Burkina Faso e tre in Niger, la situazione sul campo è peggiorata: bisogna infatti fare i conti con il cambio di strategia adottato dalla galassia qaedista ispirato a una espansione sempre più aggressiva e ampia.

In Mali lo Jnim (Jama’at Nusrat al-Islam wal-Muslimin, sigla che significa “Gruppo di sostegno all’Islam e ai musulmani” e che raccoglie vari gruppi islamisti) applica dallo scorso settembre il blocco economico e dei trasporti intorno alle principali città. Nella capitale Bamako manca l’elettricità con ospedali in tilt e chiusura di tutte le scuole per due mesi. I prezzi del carburante al mercato nero è arrivato alle stelle.

Inutili i tentativi di rompere l’assedio con la forza promesso dal presidente-colonnello Assimi Goita che vede il suo potere boccheggiare, incapace di controllare il territorio (nonostante l’aiuto degli alleati russi degli Africa Corps) nei principali snodi di collegamento. Lo Jnim intanto ha portato a termine sette attacchi simultanei al confine con Senegal e Mauritania. Un’agonia che mira al lento collasso del regime, dopo aver digerito la lezione del 2012 che evidenziò l’incapacità dei jihadisti di controllare le aree urbane.

Nel vicino Niger i terroristi sono molto attivi ai confini e nel Sud-Ovest del Paese. Mentre nel Burkina Faso il governo del capitano Ibrahim Traorè controlla meno della metà del territorio nazionale, lasciando il resto all’influenza dei qaedisti. L’Alleanza degli Stati del Sahel (AES) promossa nel 2024 da Mali, Niger e Burkina Faso non ha mantenuto le promesse di dotarsi di esercito e moneta comune. Era nata in polemica con la Comunità economica degli Stati dell’Africa occidentale (Cedeao), accusata di essere un burattino nelle mani della Francia, una intesa cementata da accordi con Mosca e dalla cacciata dei soldati francesi dalle rispettive nazioni.

L’instabilità politica in Benin e Togo lascia ampi spazi al gruppo Jnim (il più strutturato) che a ottobre ha portato a termine il suo primo attacco anche in Nigeria. Certo lo Jnim non possiede ancora la forza militare, politica ed economica per chiudere la partita a proprio vantaggio, ma la strategia dello strangolamento economico tende a costringere le giunte militari al potere all’apertura di trattative.

Le sconfitte degli eserciti governativi possono aprire gravi fratture interne, diffondere quel senso di ingovernabilità contestato in passato alla Francia mettendo in dubbio l’efficacia dell’intervento russo, in un primo momento accolto con favore dalle popolazioni perché interpretato come una liberazione da corruzione e schiavitù coloniale mascherata per troppi anni da regimi conniventi. In ogni caso il Sahel si conferma un laboratorio politico del jihadismo mondiale.

Enzo Nucci, giornalista, già corrispondente della RAI per l’Africa subsahariana. Pubblicato sulla rivista Confronti, 4 febbraio 2026

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