Movimenti ecclesiali: educare alla fede, dare forma al movimento

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Giubileo dei movimenti e delle associazioni: veglia di Pentecoste.

Giubileo dei movimenti e delle associazioni: veglia di Pentecoste

Ad alcuni decenni di informazione “bulimica” sui movimenti ecclesiali (anni ‘80-‘90) è succeduta una stagione informativa “anoressica”. Ma i movimenti ecclesiali continuano la loro vita e attività. Anche se la spinta espansiva sembra affievolirsi, almeno in Europa, la loro presenza è ormai un dato permanente nella vita della Chiesa.

Esplosi all’indomani del Vaticano II (fatta eccezione dei Focolari) hanno conosciuto la loro consacrazione e il massimo riconoscimento con Giovanni Paolo II. Nella Pentecoste del 1998 li qualifica come «uno dei frutti più significativi di quella primavera della Chiesa già preannunciata dal Concilio». L’anno successivo, riprendendo l’immagine della nuova Pentecoste, il papa riconosce «nello sviluppo dei movimenti e delle nuove comunità un motivo di speranza per l’azione missionaria della Chiesa», pur ricordando anche gli interrogativi, i disagi e le tensioni diffusi nelle Chiese locali.

Il card. J. Ratzinger ne disegna il quadro teologico affermando che la natura e il compito dei movimenti è quello di comprendersi direttamente in riferimento al ministero universale del papa. Divenuto papa li designa come «strumento provvidenziale per un rinnovato impulso missionario» e li riconosce capaci di rispondere adeguatamente alle sfide della secolarizzazione.

Vent’anni dopo papa Francesco conferma un giudizio positivo ma richiama con energia alcuni punti. Parlando ai neocatecumenali (18 marzo 2016) invita all’unità di tutte le espressioni della Chiesa contro le tentazioni delle chiusure e delle divisioni.

E nell’incontro coi ciellini l’anno precedente aveva parlato del carisma come un dono alla Chiesa e non al singolo movimento: «Il centro non è il carisma, il centro è uno solo, è Gesù, Gesù Cristo! Quando metto al centro il mio metodo spirituale, il mio cammino spirituale, il mio modo di attuarlo, io esco di strada. Tutta la spiritualità, tutti i carismi nella Chiesa, devono essere “decentrati”: al centro c’è solo il Signore».

Un tempo di “fondazione” che ha permesso lo sviluppo e la recezione del carisma o dono spirituale loro proprio, secondo i criteri enunciati nella lettera del dicastero per la dottrina della fede Iuvenescit ecclesia (2016): irrinunciabilità (tali sono i doni dello Spirito per la vita e le missione ecclesiale), co-essenzialità (fra doni gerarchici e carismatici), permanenza (anche oltre la vita del movimento che l’ha espresso) e riferimento al ministero petrino.

Una stagione che, al di là delle critiche e dei dissensi, ha sedimentato un giudizio positivo nei loro confronti sia nel magistero papale che nella vita delle Chiese locali. È oggi opportuno presentare il loro itinerario alla fede e le dinamiche formative che li attraversano.

Dallo statu nascenti alla fondazione

Parlare oggi dei movimenti e delle associazioni impone di registrare un passaggio importante dallo statu nascenti alla formalizzazione giuridica. Il venir meno del fondatore e della fondatrice ne rappresenta il segnale più evidente; Chiara Lubich (Focolari) 1920-2008, don Luigi Giussani (CL) 1922-2005, Carmen Hernandez (cofondatrice dei neocatecumenali con Kiko) 1930-2016, gli iniziatori del Rinnovamento nello Spirito (per l’Italia: don Dino Foglio 1922-2006 e p. Mario Panciera 1929-2005).

All’apparire delle seconde e terze generazioni si è via via chiarita la distinzione fra movimenti, prevalentemente laicali, e nuove fondazioni o comunità nuove più vicine alla forma della vita consacrata. I primi fanno riferimento al Dicastero per i laici, le seconde sono invece indirizzate al Dicastero per la vita consacrata.

I movimenti più noti, a grande maggioranza composti da laici e laiche, sono i Focolari, Comunione e liberazione, Neocatecumenali (di questi parleremo in seguito), Comunità di sant’Egidio, Cursillos, Rinnovamento nello Spirito, Equipe Notre Dame ecc.

Le nuove fondazioni che vengono chiamate “famiglie religiose” sono molte, ma con un numero di sodali più ridotto e fortemente compattate attorno a consacrati e consacrate. Alcune fra queste: Beatitudini, Das Werke, Schőnstatt, Foyers de charité ecc. Esso sono numerosissime. Nel Primo censimento delle nuove comunità, Giancarlo Rocca ne ha censite oltre 800. Ma molte, peraltro con pochi membri, sfuggono alle rilevazioni perché legate alle singole diocesi (che sono 3.000 ca).

Fra i testi che maggiormente hanno caratterizzato l’incipiente stagione “istituzionale” c’è il già citato documento Iuvenescit ecclesia, che precisa la distinzione e la compenetrazione fra carisma e istituzione come due dimensioni co-essenziali alla vita della Chiesa e i conseguenti criteri: rispetto della peculiarità carismatica delle singole aggregazioni ecclesiali e l’adeguamento al regime ecclesiale comune con un ordinato riferimento ai doni gerarchici.

Altro testo importante è la lettera apostolica Authenticum charismatis (1 novembre 2020) che vincola l’avvio anche diocesano delle fondazioni al consenso della Santa Sede. Coerente sviluppo è rappresentato dal decreto del Dicastero dei laici pubblicato l’11 giugno 2021 (Decreto del Dicastero che disciplina l’esercizio del governo nelle associazioni internazionali di fedeli, private e pubbliche, e negli altri enti con personalità giuridica soggetti alla vigilanza del medesimo Dicastero), che prevede una disciplina comune per la governance e per la scelta del moderatore o presidente, con una mandato elettivo (non per cooptazione) di non più di 5-10 anni (a parte il fondatore).

Un successivo convegno (giugno 2024), che ha riunito 200 persone in rappresentanza di 117 associazioni internazionali di fedeli, ha collocato il passaggio istituzionale nel contesto proprio della sinodalità ecclesiale. La dimensione sinodale della Chiesa entra a definire il sistema di governo anche dei movimenti. Il carisma, l’evangelizzazione e le dinamiche istituzionali vanno declinati «entro il contesto del processo sinodale in cui è convocato tutto il popolo di Dio. Non si tratta semplicemente di essere coinvolti e farsi attivamente coinvolgere in esso, né soltanto di offrire un contributo specifico. Si tratta di discernere, accogliere e implementare la “cosa nuova” che Dio sta facendo con il suo popolo» (P. Coda).

Prendono forma diversa anche i criteri di ecclesialità variamente elaborati nei decenni precedenti e che Iuvenescit ecclesia così fissa:  – il primato della vocazione di ogni cristiano alla santità; – l’impegno alla diffusione missionaria del Vangelo; – la confessione della fede cattolica; – la testimonianza di una comunione fattiva con tutta la Chiesa, sia universale che locale; – il riconoscimento e la stima della reciproca complementarietà di altre componenti carismatiche nella Chiesa; – l’accettazione dei momenti di prova nel discernimento dei carismi; – la presenza di frutti spirituali, come la preghiera, la vita sacramentale, le vocazioni al matrimonio, alla vita consacrata e al sacerdozio; – la dimensione sociale dell’evangelizzazione.

Carisma e norma

Un passaggio di istituzionalizzazione tutt’altro che tranquillo per la vischiosità di permanenza dei gruppi fondativi, la complessità di gestire macchine complicate per numeri e stratificazioni e gli scontri interni, come nel caso attuale dei ciellini e nel prevedibile shock del dopo-Kiko.

Il cuore del passaggio è come custodire e alimentare il carisma entro un quadro istituzionale che ne impedisca l’implosione. Il carisma infatti «può deteriorarsi quando ci si chiude o ci si vanta, quando ci si vuole distinguere dagli altri. Perciò bisogna custodirlo» attraverso l’unità umile e obbediente.

Solo respirando nella Chiesa e con la Chiesa, assomigliamo ad essa e non la trasformiamo in «uno strumento per noi: noi siamo Chiesa» (papa Francesco ai neocatecumeni nel 2015). La fecondità della testimonianza ha bisogno del ministero e della guida dei pastori.

«Anche l’istituzione è un carisma, perché affonda le radici nella stessa sorgente che è lo Spirito Santo». Il riferimento al carisma è uno dei luoghi più citati dal papa, in particolare per i religiosi, ma viene evocato spesso anche per i movimenti. Nel 2015, parlando al movimento di Comunione e liberazione, ha detto: «Il centro non è il carisma, il centro è uno solo, è Gesù, Gesù Cristo! Quando metto al centro il mio metodo spirituale, il mio cammino spirituale, il mio modo di attuarlo, io esco di strada. Tutta la spiritualità, tutti i carismi nella Chiesa, devono essere “decentrati”: al centro c’è solo il Signore… Fedeltà al carisma non vuol dire “pietrificarlo”… (significa piuttosto) tenere vivo il fuoco e non adorare le ceneri».

Movimento dei Focolari

Nell’ottobre del 2025 il movimento dei Focolari ha pubblicato un documento di una quarantina di pagine sulla formazione interna (Formazione permanente e integrale nel movimento dei Focolari). A questo testo attingo per indicare alcune tracce relative alla formazione spirituale di quanti entrano o appartengono a questa famiglia ecclesiale.

La scoperta che Dio è amore è la pietra angolare per una vita evangelica che si sviluppa come risposta all’Amore. Non si tratta di un sentimento astratto e generico quanto di un impegno concreto: l’incontro con le persone è anche un incontro con Gesù che chiede e aspetta di essere amato. L’educatore per eccellenza è Dio-Amore che accompagna ciascuno in tutta la vita facendo sperimentare la forza che viene dal sapersi amati e riconosciuti come fratelli e sorelle.

C’è quindi uno stretto legame tra pensiero e vita, un continuo impegno a uscire da sé stessi per lasciarsi guidare da chi presiede alla formazione e dalla voce di Dio a cui si risponde in libertà. C’è continuità fra la formazione spirituale, la vita nella comunità dei fratelli e sorelle e l’impegno sociale e politico per il bene comune.

Fra i soggetti della formazione e i formatori vi è un terzo fondamentale elemento, quello della relazione di comunione in cui la crescita è condivisa dagli uni e con gli altri e dall’insieme del gruppo. Un processo educativo e spirituale ad un tempo pieno e graduale che promuove il pieno protagonismo della persona in reciprocità con gli altri. Questo comporta un particolare attenzione a che i ruoli di educatori e di maestri/e spirituali non si irrigidiscano interrompendo la relazione educativa e esponendosi al pericolo di abusi.

12 punti-7 aspetti. Ci sono nella spiritualità focolarina 12 punti cardine e 7 aspetti della vita che rimontano direttamente alla fondatrice (Chiara Lubich). Fra i primi ricordo: Dio è amore; la Parola di Dio vissuta e condivisa; Gesù eucaristia; Gesù crocifisso e abbandonato; Maria madre dell’unità; lo Spirito da ascoltare; Gesù in mezzo. Fra gli aspetti pratici dei secondi ricordo: la comunione dei beni, la testimonianza, la spiritualità, la vita fisica, l’ambiente, lo studio, la comunicazione. C’è una particolare sottolineatura della “regola d’oro”: «E come volete che gli uomini facciano a voi, così anche voi fate a loro” (Lc 6,27) che trova un sorprendente parallelo nell’ebraismo, nell’islam e nell’induismo.

Nella formazione spirituale dei focolari vi è un passaggio da una spiritualità di tipo individuale (io-Dio) ad un’altra con una connotazione comunitaria radicata nel rapporto io-fratello/sorella-Dio. Su questo convergono la pratiche interne formative come il patto d’amore reciproco (una sorta di promessa di fedeltà e aiuto), la comunione d’anima (la comunicazione dei moti spirituali interiori), la Parola condivisa e rapportata alla vita, la “ora della verità” e cioè la correzione fraterna (riconoscimento del percorso e degli eventuali limiti) e il colloquio con i responsabili.

Richiamo in particolare il tema della Parola di Dio. Essa entra nella pratica quotidiana del fedele cristiano e ha lo scopo di favorire il dialogo con Dio e di imprimere un salto di qualità nella vita quotidiana. Ogni parola del Vangelo contiene la Verità e tutti la possono vivere in qualsiasi condizione di vita e di età. La Parola di Dio parla del suo amore e favorisce le scelte concrete.

Come sottolinea Chiara Lubich: «Vivere la Parola ha rappresentato senz’altro a suo tempo e in un certo modo una novità, ma è stato piuttosto il mettere in comunione le esperienze che si facevano su di essa per evangelizzarci e santificarci insieme che ha caratterizzato il nostro movimento». La Parola spinge a fare delle esperienze che vengono condivise e portano ad aumentare la conoscenza dell’amore di Dio e a realizzare l’unità. Il Vangelo si va così scoprendo come libro contenente parole di vita uniche, universali, sperimentabili, vere, rispondenti alle attese degli uomini di tutti i tempi perché in esso è contenuta la vita stessa di Dio calata nella vita degli uomini. La prassi di vivere la Parola e comunicarla agli altri, si rivela di grande importanza formativa anche per quanti si riavvicinano dopo anni alla fede.

Il focolare. La struttura di base è il focolare (femminile e maschile, in legame con gli sposati che hanno fatto promessa evangelica) attorno a cui si formano le comunità locali che diventano di fatto comunità educative alla maturità e alla fede dei partecipanti e delle generazioni più giovani. Il focolare guarda come modello alla famiglia di Nazaret e si presenta come una convivenza di persone vergini e coniugate di tutte le estrazioni sociali.

I partecipanti rispondono a una chiamata del Signore e si donano a Lui secondo il proprio stato di vita, mettendosi al servizio della diffusione del Vangelo e offrendo il proprio contributo nella promozione della concordia e dell’unità fra i popoli. Ogni focolare è formato almeno da quattro focolarine/i a vita comune con voti e da due focolarine/i sposati con promesse. C’è un preciso percorso per i sodali con voti e vita comunitaria (tre anni di preparazione, voti privati e personali per almeno cinque anni, poi voti perpetui), ma i percorsi formativi comuni hanno scadenze diverse (settimanali, mensili, per avvenimenti ecc.) e sono ispirati al principi della comunità educante.

Mariapoli. Se il focolare è la struttura di base, il momento più aperto e condiviso è l’appuntamento della Mariapoli, iniziativa che è partita negli anni ‘50 del secolo scorso. Per alcuni giorni persone di ogni età e provenienza condividono una sorta di laboratorio di fraternità alla luce dei valori universali del Vangelo. Sono giorni in cui migliaia di persone sperimentano la possibilità di vivere una esperienza di unità nel quotidiano, ponendo alla base di ogni rapporto l’ascolto, la gratuità, il dono e la gioia.

L’approfondimento della spiritualità e i temi di attualità sono parte del “pacchetto”. Dalla esperienza degli anni Cinquanta sono nate poi le Mariapoli stabili come quella di Grottaferrata a Roma e di Loppiano a Firenze, poi figliate in vari paesi del mondo.

All’interno delle Mariapoli permanenti vi sono i centri Mariapoli, veri e propri poli formativi che attraverso, corsi, convegni e congressi, anche in collaborazione con altre realtà ecclesiali, formano i membri del movimento. Al momento pubblico della Mariapoli si affiancano tutti i percorsi formativi e di vissuto secondo le vocazioni specifiche e le branchie di appartenenza. Le più note sono legate alle diverse tappe giovanili nei movimenti Gen.

Molte altre le agenzie educative che il movimento ha fatto crescere come la “scuola Abba” per l’elaborazione della dottrina contenuta nel carisma dell’unità o l’ampia attività editoriale di Città Nuova oggi presente in 35 nazioni.

Fra le agenzie formative va ricordato l’Istituto universitario Sophia (Loppiano). La sua missione è di conferire una visione aperta e articolata dei saperi, la capacità di rapportare tra loro le diverse scienze mettendone in dialogo i metodi e integrandone i risultati. L’attività accademica si è sviluppata anche in America Latina e nei Caraibi.

Numerose scuole per formare alla pace e alla speranza sono nate in paesi che hanno conosciuto o conoscono la guerra come i paesi balcanici o il Libano, la Bolivia, il Venezuela, la Colombia e altri, fino al Congo, alle Filippine e all’India. Un cenno merita l’Università popolare mariana, le molte scuole di formazione, i percorsi finalizzati alle famiglie, i centri che lavorano per i Gen e le molte iniziative per il dialogo e per l’Europa. Meritano un cenno anche i programmi formativi on-line per educatori, giovani, famiglie, volontariato internazionale.

Parola e vita. Riprendo l’attenzione su alcuni strumenti di formazione alla spiritualità collettiva. Anzitutto la Parola di vita. Si sperimenta che le parole del Vangelo sono vere e che le promesse ivi contenute si possono realizzare, cogliendone i frutti nel quotidiano. E proprio l’attenzione ai frutti è un’altra dimensione della portata formativa della Parola.

La comunione delle esperienze è un secondo elemento della formazione spirituale comune. Il narrare le proprie esperienze aiuta chi le ha vissute a coglierne più profondamente la portata, arricchisce chi le ascolta e contribuisce a creare la relazione fra chi dà e chi riceve. Fa parte del camminare assieme la “comunione d’anima” attraverso cui si condividono intuizioni, comprensioni e quanto di più profondo abita il cuore.

E ancora, l’ora della verità. Consiste nell’offrire ai fratelli con amore quanto possiamo aver osservato nello loro azioni di negativo o di positivo per correggersi reciprocamente e incoraggiarsi. Infine il colloquio personale che chi è più avanti nel cammino. Un’opportunità di maturazione nel pieno rispetto dei ruoli e con attenzione ad evitare possibili abusi di autorità o spirituali.

In termini di numeri il movimento è diffuso in 180 paesi del mondo. I membri “attivi” (consacrati e membri) sono circa 140.000, gli “aderenti” arriverebbero a un milione e mezzo. Con i “simpatizzanti” si raggiungerebbero i tre milioni. 25 le “cittadelle”, circa 17.000 i non cattolici e non credenti che ne fanno parte.

Comunione e liberazione

Dopo il commissariamento dei Memores Domini (settembre 2021), le dimissioni del presidente Julian Carrón, la nomina pontificia di un presidente ad interim, poi confermato (Davide Prosperi), il prefetto del dicastero dei laici card. Kevin Farrel scrive al movimento di Comunione e liberazione una severa lettera (10 giugno 2022) per facilitare il passaggio da un «sistema ereditario» del carisma a un modello «collegiale o sinodale» dello stesso. A novembre 2025 la diaconia centrale ha annunciato la nomina di mons. Ivan Maffeis, vescovo di Perugia, a consigliere spirituale della Fraternità, pur non avendo mai fatto parte del movimento.

I punti in discussione sembrano tre: una concezione del carisma come proprietà del gruppo originario e dei collaboratori più vicini al fondatore (Luigi Giussani); l’esposizione politica e civile che ha prodotto nei decenni scorsi una serie di gravi scandali (Formigoni, anzitutto); il pericolo che la nuova dirigenza venga delegittimata a priori. A novembre 2025 la diaconia centrale ha annunciato la nomina di mons. I. Maffeis, vescovo di Perugia, a consigliere spirituale della Fraternità, pur non avendo mai fatto parte del movimento. Il nuovo statuto (2025) scritto sulla falsariga delle indicazioni del dicastero vaticano ha un taglio normativo e regolativo abbastanza diverso dai precedenti.

Recepisce le indicazioni vincolanti rispetto alla partecipazione di tutti alla nomina del presidente e al limite temporale del suo servizio e di quanti entrano nella “diaconia centrale”. Contestualmente rafforza il controllo centrale sugli organi periferici (diocesani). Mentre in passato essi venivano indicati dalle fraternità con la successiva vidimazione del vescovo, oggi si prevede la designazione da parte della diaconia centrale. Il tono formale del testo e la forzatura centralizzante ha fatto emergere una vivace dialettica interna che rimonta al passaggio tra don Luigi Giussani e don Julian Carron e alla sostituzione di quest’ultimo con Davide Prosperi: Carron che pensava al carisma come dono ereditabile dal fondatore aveva allontanato figure di rilievo interno come Giancarlo Cesana, mons. Massimo Camisasca, Giacomo Tantardini, mons. Luigi Negri e altri.

Un orientamento direttivo che se da un lato gli ha permesso di “aggiustare” l’indirizzo del movimento in ragione delle richieste più spirituali e meno politiche di papa Francesco, dall’altro si è scontrato con le spinte più militanti e con le richieste di maggiore autonomia ad es. delle “memores Domini”. Il suo successore, Prosperi, favorito – secondo le voci interne –  dai ciellini “vaticani” come Andrea Tornielli, Stefania Falasca, Gianni Valente, ha solo in parte recuperato le interlocuzioni passate e viene osteggiato dall’ala più “politica” e dalle figure ancora ai margini (supportate dal sito Silere non possum).

Una dialettica interna che arriva felpata alle periferie, mentre il processo di canonizzazione del fondatore ha registrato la chiusura positiva dell’istruttoria diocesana il 19 febbraio. Il processo continua ora al dicastero dei santi in ordine alla beatificazione prima e alla canonizzazione poi.

Fraternità. La formazione cristiana del “ciellino comune” avviene dentro la fraternità di CL un gruppo di adulti il cui riferimento è il carisma e l’insegnamento di don Luigi Giussani. Sono gli adulti di alcune famiglie che si radunano in genere una o due volte a mese nella casa di qualcuno o altrove dove siano ospitati per la “scuola di comunità”. Si inizia con una preghiera e più spesso con un canto a cui segue la lettura di un testo e la discussione sul testo. Il responsabile conclude con una ipotesi di sintesi e con gli avvisi utili per tutti.

Ciò che caratterizza l’insieme sono i canti, i testi e gli avvisi (in relazione all’attività del movimento). Chi guida la scuola ha un ruolo importante ed è chiamato a comunicare una esperienza di fede adulta, capace di sorprendersi come un bambino e di affrontare la realtà come un adulto. Il suo compito è di aiutare a capire il senso profondo delle parole della fede e la loro corrispondenza con i desideri e i bisogni dell’uomo.

Le fraternità sono chiamate a ritiri mensili e in particolare per l’Avvento e la Quaresima e per gli esercizi annuali (fatti a livello nazionale). Noto è l’impegno estivo per il meeting di Rimini. Va detto che ogni fraternità è invitata ad alimentare volontariamente e mensilmente un fondo comune. E inoltre che le fraternità si impegnano nella cosiddetta “caritativa”. Sono spesso coinvolte in ferie estive comuni. Canti, testi e avvisi sono prodotti dentro l’attività di CL.

I testi di riferimento sono i volumi a firma di L. Giussani che contengono le sue lezioni di introduzione al cristianesimo da lui proposte agli studenti dell’università cattolica a Milano: Il senso religioso; All’origine della pretesa cristiana; Perché la Chiesa. Tutti e tre sono compresi nel cosiddetto “PerCorso”. Quest’anno, ad esempio, tutte le fraternità leggono All’origine della pretesa cristiana, secondo un ritmo concordato. Non c’è spazio per altre letture se non del tutto occasionali come fu nel caso di alcuni testi di Giovanni Paolo II.

Le fraternità fanno capo a una diaconia locale (per l’Italia spesso coincide con la diocesi) che collabora con diaconie settoriale (adulti, universitari, giovani ecc.) che a sua volta fanno riferimento a una diaconia centrale: una quarantina di persone in cui sono rappresentati anche altri gruppi importanti di CL come i e le Memores domini, i preti-missionari di san Carlo, le suore, una comunità monastica e altri.

Il punto di vista di Dio. L’idea ispiratrice dell’intuizione pedagogica di don Giussani si fonda sul fatto che Dio ha rivelato all’uomo il suo “punto di vista”, ossia il suo disegno di amore, per coinvolgerlo come soggetto attivo. Lo ha fatto in modo sconvogente con l’incarnazione del Figlio.

Lo stupore di questa scoperta porta l’uomo a capire che ad essa tutto deve essere ricondotto, in essa tutto trova una spiegazione, sopra di essa tutto deve essere costruito. Cristo, redentore dell’uomo, centro del cosmo e della storia diventa così il criterio da cui partire per spiegare il valore di ogni realtà, il principio interpretativo dell’uomo e del suo inserimento nelle realtà create.

Il fenomeno che dà inizio alla vita cristiana non è l’insegnamento dottrinale ma l’incontro con una diversità umana che attrae e in cui si coglie una corrispondenza al bisogno del cuore dell’uomo. La scuola di comunità è il mezzo principale per capire l’esperienza dell’incontro e il riaccadere dell’avvenimento cristiano. Vi si trovano le ragioni dell’intuita corrispondenza tra la propria umanità e l’esperienza cristiana.

  • Il senso religioso ha come oggetto una disamina della capacità umana di cogliere l’Altro da sé, il divino. Se l’uomo si osserva quando ama, studia, si impegna nel sociale ecc. non può non scorgere in se stesso che egli è fatto di due realtà unite e irriducibili, cioè materia e spirito. Da solo non è in grado di dare una risposta a questo irresolubile problema e avverte una sproporzione strutturale tra le sue capacità limitate e l’ampiezza inesauribile delle domande spirituali. La stessa realtà, la materia, è segno d’altro che non si riesce ad afferrare appieno, ma di cui si percepisce l’inevitabile presenza: un esistente ignoto, irraggiungibile, cui tutto il movimento dell’uomo è destinato.
  • All’origine della pretesa cristiana riparte da qui per rivelare il mistero di Gesù Cristo. Lo sforzo umano di entrare in rapporto col mistero si affida alla ragione, ma è il mistero stesso che si rivela e muove verso l’uomo coinvolgendolo nella propria vita. Il mistero è l’uomo Cristo, rilevabile nella traiettoria storica degli eventi. Non è più centrale lo sforzo di una intelligenza e di una volontà costruttiva o di un complicato moralismo. È la semplicità di un riconoscimento come l’incontro con un amico. La pretesa del cristiano è di riconoscere nell’incontro con Cristo la strada definitiva per incontrare Dio. La domanda astratta se Dio c’è o no diventa quella sulla realtà storica dell’avvenimento, dell’avvento di Gesù. L’indagine della ragione si sposta sulla questione della storicità dei vangeli. Davanti a Cristo, attestato da quelli che l’hanno seguito, emerge lo spessore della realtà umana, che trova la sua ultima ragione nel suo essere in relazione con il Padre.
  • Nel terzo volume, Perché la Chiesa,  si indicano le condizioni per la comprensione di essa: convivere con la comunità, un vivo senso religioso, la Chiesa come certezza per raggiungere Cristo. È insufficiente la via razionalista come quella intimista. Il metodo più semplice per raggiungere una certezza su di lui è partecipare alla vita di quelli che credono in lui. La fraternità è quindi portata a sperimentare le fondamentali dimensioni ecclesiali: unità, santità, cattolicità, apostolicità.

I membri ufficiali del movimento sono 48.000, ma partecipano all’esperienza 60.000.  Sono diffusi in 64 paesi. Coi simpatizzanti si arriverebbe in Italia a 100.000.

Il cammino neocatecumenale

Nell’incontro con i responsabili del cammino neocatecumenale (19 gennaio 2026) papa Leone ha ripreso gli incoraggiamenti e gli ammonimenti di papa Francesco riconoscendo il «prezioso contributo per la vita della Chiesa» e l’anelito missionario, ma ricordando anche una sapiente capacità critica, il riconoscimento dei doni spirituali delle altre forze ecclesiali e il rispetto della coscienza di ciascuno. «Vi esorto a vivere la vostra spiritualità senza mai separarvi dal resto del corpo ecclesiale, come parte viva della pastorale ordinaria delle parrocchie e delle diverse realtà».

Qualche decennio fa sono stato invitato a presiede una celebrazione in una comunità neocatecumenale. Al sabato sera un gruppo di adulti si trovò davanti all’altare disposto in forma circolare. Mi colpirono i canti, tutti interni al movimento e tutti composti dal fondatore Kiko Argüello e un po’ gridati. Alcuni responsabili avevano disposto l’altare, i ceri e i vasi sacri (assai più ampi e ricchi di quelli normali).

Una lunga introduzione da parte del catechista e una serie di spiegazioni per i singoli gesti. L’omelia fu di fatto appannaggio di un laico che spiegò le letture (al prete venne concesso poco tempo). Molto prolungato l’offertorio. Al canone, riservato al presbitero seguì la comunione facendo girare la pisside e il calice a cui tutti attingevano. Molto estese anche le raccomandazioni finali. Un clima assai intenso e partecipato in cui i ruoli sembravano confondersi, ma che in realtà erano molto precisi rispetto alla centralità del celebrante consueta nelle nostre celebrazioni. Non ho più avuto l’opportunità di ripetere l’esperienza ma mi è rimasta l’impressione di una cura molto evidente della liturgia e della Parola.

Il tripode. Parola-liturgia-comunità è il tripode su cui si costruisce il cammino neocatecumenale. Così si esprimeva Kiko nel 1998: «Che cos’è il cammino neocatecumenale? Una congregazione religiosa? Certamente no. Un movimento? In un certo senso, senza dubbio: il papa ha detto che anche la Chiesa è un movimento. Ma se vogliamo fare un riassunto di più di 30 anni di cammino in tutto il mondo, come dice il nome stesso dobbiamo dire che esso è un neocatecumenato, un nuovo catecumenato, un’iniziazione cristiana alla fede adulta».

Si tratta di far uscire la massa cristiana da una sorta di religiosità naturale per tornare all’origine delle piccole comunità e dell’annuncio diretto del kerigma. Un luogo di formazione per una autentica esperienza ecclesiale, sorretta da una teologia esperienziale che nasce dallo studio approfondito della Parola, in una liturgia dove la comunità è la protagonista e con un serio impegno missionario rivolto ai vicini come ai lontani.

Dal punto di vista strutturale al vertice del movimento c’è il fondatore assieme a un prete (Mario Pezzi) e una laica (María Ascensión Romero). Da essi dipende un collegio elettivo di un centinaio di membri espressi dalle comunità, dai seminari dalle equipes missionarie, dalle famiglie in missione e dalle varie articolazioni del movimento. Il riferimento successivo sono le centinaia di “catechisti itineranti” che rappresentano l’ossatura dei legami con le comunità locali (e i rispettivi catechisti).

Il percorso. Quando un parroco chiama i neocatecumeni si avviano le catechesi iniziali. Con quanti aderiscono si inizia il pre-catecumenato dopo una prima convivenza comunitaria. Il periodo dura due anni e poi attraverso uno scrutinio (il primo) si accoglie il neocatecumeno nel catecumenato. La comunità prosegue il proprio cammino studiando e celebrando le tappe della salvezza.

Segue un secondo scrutinio con cui si entra nel catecumenato vero e proprio che si sviluppa in tre tappe (tre anni): la preghiera dei salmi, lo studio del credo, la consegna del Padre nostro. Dopo un ulteriore convivenza avviene l’elezione che dura due anni. La nuova catechesi riguarda la coerenza della vita. Si chiude con un terzo scrutinio. La terza fase è la riscoperta dell’elezione (il rinnovamento delle promesse battesimali), è il tempo di illuminazione in cui la Chiesa insegna al catecumeno a camminare nella lode, inondato dalla luce della fede.

Un cammino lungo e complesso che sfocia nella riconsegna della comunità come parrocchia. L’intero percorso è un cammino che comporta dapprima la ridiscesa del credente nelle acque battesimali per deporre l’uomo vecchio che si corrompe dietro le passioni ingannatrici e la sua risalita per rinnovarsi nello spirito e nella mente per rivestire l’uomo nuovo creato secondo Dio nella giustizia e nella santità vera.

Oltre la religiosità naturale. Tre sembrano essere le lezioni fondamentali di questo lungo percorso celebrativo-formativo. La prima è l’affermazione dell’unicità di Dio che relativizza tutto il resto e sbugiarda i molti idoli della vita. La seconda è il processo di conversione e richiede la scoperta del proprio peccato, della propria povertà e della grandezza della misericordia di Dio. La terza lezione è quello chiamata la “croce gloriosa”, la vittoria sulla morte, cioè guardare alla croce come il luogo dell’incontro con Dio. Il Cammino illuminato dalla croce di Cristo risorto aiuta gli uomini a prendere coscienza della propria realtà esistenziale, di limite e alienazione, che verrà trasformata dalla fede nel Signore.

La sfida per il Cammino è quella di far superare la religiosità naturale e proporre attraverso le piccole comunità il cristianesimo delle origini. Il Cammino si pensa come un luogo di formazione per una autentica esperienza ecclesiale in cui si affianca alla teologia esperienziale che nasce dallo studio approfondito della Parola, una liturgia che vede l’assemblea come protagonista e un serio impegno missionario rivolto sia ai vicini che ai lontani. Il Cammino è un itinerario che si realizza all’interno delle parrocchie e le comunità neocatecumenali non si pensano come gruppi o parte di un movimento autonomo ma come un percorso che aiuta il credente a vivere un’esperienza più autentica di Chiesa.

I numeri delle comunità neocatecumenali sono 20.300 (con una stima complessiva di circa 400.000 persone). Operano in 1.392 diocesi e 139 nazioni. Hanno 116 seminari con 1.900 seminaristi. I preti formati sarebbero 3.200. 930 le famiglie in missione, mentre le equipe itineranti arrivano a 300.

Linee formative condivise

Per una valutazione complessiva sui percorsi formativi alla vita cristiana propria dei movimenti e delle associazioni sono debitore a Giuseppe Alcamo (Associazioni e movimenti ecclesiali. Formazione, catechesi e dinamiche educative). In queste realtà ecclesiali, pur non mancando pregiudizi, perplessità e rischi, sono presenti molti elementi di speranza e di attesa che portano a guardare insieme verso il futuro e che inducono a rendere lode a Dio.

  • Una tensione per la fedeltà al Vangelo e all’uomo. Accomuna tutti i percorsi la fedeltà viva e dinamica al Vangelo e il desiderio di autenticità e verità che l’uomo coltiva per una vita buona.
  • Verso una storia vissuta come kairos. Educano i loro membri a mettere insieme dimensione teologica e dimensione caritativa, spiritualità e pianificazione pastorale, servizio ecclesiale e ricerca della santità personale.
  • Il desiderio di vivere dentro la vita della Chiesa locale. Oggi i movimenti hanno una maggiore consapevolezza che non sono alternativi o giustapposti, ma complementari dentro la totalità della vita diocesana.
  • Uno stile pastorale semplice e familiare. Rispondono al bisogno umano di intessere relazioni semplici, immediate e di tipo familiare, dove ognuno si sente riconosciuto e accolto. Attorno alla parola di Dio e alla vita sacramentale.
  • A servizio dei più poveri. Movimenti e associazioni si propongono di rendere presente la Chiesa nelle pieghe più dolorose e oscure della società di oggi per portare quella luce e quel conforto che solo il Vangelo può offrire.
  • La promozione di un laicato adulto e responsabile. C’è urgenza di formare laici cristiani dalla identità chiara e forte, con una convinta e pubblica adesione al Vangelo.
Derive profonde

Dopo il rapido scorso sui processi formativi nei Focolari, in Comunione e Liberazione e nel Cammino neocatecumenale si possono aggiungere tre note esplicative: la dialettica ecclesiale e le diverse sensibilità fra movimenti e associazioni, il dramma degli abusi e l’emersione di nuovi movimenti in particolare in America Latina.

Sarebbe troppo schematico contrapporre le sensibilità ecclesiali e sociali dei movimenti a quelle delle associazioni perché le differenze in realtà sono trasversali. In ordine alla sensibilità democratica i Focolari o Sant’Egidio non sono distanti dall’Azione cattolica né sul versante delle battaglie civili vi è lontananza significativa fra CL e il movimento per la vita e i neocatecumenali. Così la cura per la Parola di Dio accomuna Focolari, ACI e neocatecumeni rispetto a Cursillos e CL.

Non è casuale la firma convergente di molti alla lettera-appello Abbiamo a cuore la democrazia pubblicata in occasione della Settimana sociale del 2024 (Trieste 3-7 luglio). Restano tuttavia distanze profonde che rimontano ai decenni scorsi e alla storia del mondo cattolico fra ‘800 e ‘900.

Solo come esempio riprendo le osservazioni del teologo Marco Vergottini sui rapporto fra Azione cattolica e CL a commento del discorso del presidente del consiglio, Giorgia Meloni, al Meeting di Rimini del 2025. Alla differenza storica e d’origine si somma una diversa declinazione sull’unica e assoluta relazione con Gesù.

Per l’AC lo si incontra nel sacramento, nella Parola, nella vita della Chiesa, nella carità. Non ci sono folgorazioni ma un cammino pazientemente assimilato. Per CL è un fatto improvviso che accade nella comunità. Gesù è visibile nella “compagnia”, una certezza esistenziale. A questo si aggiunge un diverso approccio alla Parola. Per l’ACI è importante la lectio, la liturgia vissuta, la fede pensata. Luce e discernimento per la coscienza. Per CL è una lettura immediata ed esistenziale. Suona più come conferma che risultato di assimilazione. È la vita che dà senso alla Parola più che la Parola illumini la vita.

La distanza si vede in particolare nell’impegno testimoniale nel mondo. Per l’ACI siamo chiamati a essere nel mondo senza essere del mondo. L’impegno è vissuto nella comunità civile e politica, nelle istituzioni, nella cultura, nella professione secondo criteri di laicità e discernimento. Le responsabilità civili sono personali e non coinvolgono l’associazione e la Chiesa. È la “scelta religiosa” entro uno stato democratico e laico con i suoi partiti e le sue istituzioni e una società largamente secolarizzata. CL ha invece puntato tutto sulla “presenza” come gruppo nelle scuole, nelle imprese, dentro i partiti. Una presenza visibile, forte, provocatoria, alternativa. Ma con il possibile fraintendimento fra fede e politica, fra interessi del movimento (e dei singoli) e interessi delle istituzioni e dei cittadini.

Sinteticamente in nodo cruciale è quello di come recepire l’eredità del concilio Vaticano II sul rapporto della Chiesa con il mondo moderno, onde mettere fine alla stagione dell’intransigente rifiuto della modernità, intesa come ricettacolo di errori e deviazioni. Prendere sul serio il “soggetto” per chiedere una crescita di coscienza e un rinnovato legame-appartenenza alla Chiesa, alimento per il “noi” sociale.

Scandalo abusi

Il tema abusi si è imposto negli ultimi decenni. Abusi sessuali, ma in particolare abusi di potere e abusi spirituali. La questione ha attraversato il cielo di molte Chiese locali, la vita consacrata e anche i movimenti (più che le associazioni). Difficile valutare la profondità delle ferite che ha inferto al popolo di Dio e alla credibilità del cristianesimo. Ha attraversato i movimenti ecclesiali, ma soprattutto le nuove fondazioni e le famiglie spirituali di recente avvio.

Scorrendo le testimonianze anche ufficiali degli ultimi decenni del ‘900 si resta senza fiato per la credibilità riconosciuta a figure che hanno poi mostrato gravi limiti: dai fratelli Philippe, Thomas e Marie-Dominique, a Jean Vanier, da Luis Fernando Figari a Marcial Maciel. Una devastazione che ha provocato lo scandalo e lo stupore attonito di molto gente che con sincerità faceva parte di quelle fondazioni. Uno tsunami che ha costretto tutte le Chiese a prendere provvedimenti molto severi e a mettere mano a riforme assai profonde.

Anche nei movimenti il fenomeno degli abusi ha attecchito costringendo tutti a dare un tempo preciso per i ruoli di responsabilità e soprattutto a definire con rigore la tradizionale distinzione tra foro interno e foro esterno (fra coscienza e comportamenti).

Per non disperdermi richiamo solo i cinque criteri formulati da mons. Franco Giulio Brambilla (Novara) per avvertire le possibili derive settaria e abusanti in atto nella Chiesa. Il primo è il rapporto fra carisma, istituzione e leadership. Quando il carisma diventa un possesso, le istituzioni si piegano al fascino dei leader e quando il fondatore non solo è seducente, ma anche seduttivo e seduttore bisogna stare attenti. Il secondo riguarda le parole e i gesti identitari. Quando si arriva a un linguaggio autonomo del gruppo e i gesti (anche devozionali) assumono una centralità indebita la deriva settaria è alle porte. Uno dei segnali importanti è quella di riservare la messa domenicale al proprio gruppo senza partecipare a quella della comunità parrocchiale.

Il terzo criterio riguarda il meccanismo di elezione e di esclusione. Quando si registra un reclutamento a tappeto attraverso tecniche di persuasione più o meno occulte e quando si innesta un processo vittimario interno (violenze, umiliazioni, isolamento con l’estero ecc.), quando da “eletti” si diventa “predestinati”, quando soprattutto si nega la validità delle altre vocazioni e degli altri cammini nella Chiesa c’è da cominciare a preoccuparsi.

Il quarto criterio è una visione dottrinale apocalittica che distingue chi è dentro e chi è fuori e il carisma diventa una visione dottrinale parziale e considerata definitiva. Infine, quinto criterio, quando l’etica che si pratica all’interno riserva piena libertà al fondatore e alle leadership e permette una doppia morale, vincolando i sodali al segreto.

Vale la pena ricordare le sapienti parole del card. C. M. Martini al sinodo del 1987 (sui laici): «In quello che oggi, forse con troppa facilità, si chiama carisma di un movimento o di un gruppo, occorre distinguere almeno quattro cose: le persone che compongono il gruppo, spesso generose e sacrificate; il germe ideale che ne sostiene l’azione, per lo più valido; l’ideologia o il sistema dottrinale che viene sviluppandosi attorno all’intuizione di fondo; e infine la prassi concreta: pastorale, formativa, liturgica, talora anche sociale economica e civile. Il discernimento dovrà tenere presente tutti questi aspetti, e non limitarsi alle intenzioni e alla bontà soggettiva delle persone, e verificare, ad esempio, se la prassi dà segni di esclusivismo, oppure è volentieri aperta alle imprese comuni; se realizza in pratica i valori evangelici dell’umiltà e della povertà, o se si lascia tentare da logiche di potere».

Oltre il quadrante europeo

I movimenti fin qui accennati sono nati tutti in Europa e nei paesi di antica cristianità, ma la trasversalità all’intero Occidente del Movimento carismatico suggerisce l’attenzione a nuove forme movimentiste che attraversano le Chiese non europee. È il caso dell’America Latina e le sue molteplici manifestazioni di fede. Ne ha parlato su SettimanaNews Manuel Lagos ricordando i “ritiri di Emmaus” diffusi in Venezuela, gli “incontri dei padri con Cristo” in Brasile. Nello stesso Paese si registrano i movimenti Emmaus e Campistas. In Colombia è molto attiva l’associazione laicale “Lazos de Amor Mariano”.

Tutti sono finalizzati al rinnovamento della vita cristiana, alla proposta verso i “lontani” e quanti sono ai margini della pratica religiosa. Si registrano spesso conversioni clamorose e cambiamenti radicali di vita. Ma non mancano le perplessità in ordine alla sintonia con la vita parrocchiale comune, al riconoscimento dei doni spirituali degli altri, alla serietà e continuità delle conversioni. «La vera maturità di questi carismi si dimostra quando la risposta del credente è libera e non condizionata, quando non si allontana dalla comunità ecclesiale universale e quando, invece di alimentare un segreto, alimenta una luce trasparente che non teme di essere esaminata. Solo così l’incontro con la persona di Cristo si traduce in un orientamento decisivo che trasforma tutta la vita e non si limita ad una emozione occasionale».

Per stendere queste note mi sono valso di quanto è apparso in questo decennio sul sito SettimanaNews. E di alcuni testi che ricordo: in primo luogo, G. Alcamo, Associazioni e movimenti ecclesiali. Formazione, catechesi e dinamiche educative, Paoline, Milano 2011; A. Favale, Segni di vitalità della Chiesa. Movimenti e nuove Comunità, LAS, Roma 2009; Pontificium consilium pro laicis, I movimenti ecclesiali nella sollecitudine pastorale dei vescovi, LEV, Roma 2000; Pontificium consilium pro laicis, Bellezza di essere cristiani. I movimenti nella Chiesa, LEV, Roma 2007; E. Fizzotti (a cura di), Sette e Nuovi movimenti religiosi, Paoline, Milano 2007; M. Faggioli, Breve storia dei movimenti cattolici, Carocci, Roma 2008; A. Rovello, La morale e i movimenti ecclesiali, EDB, Bologna 2013; G. Ronzoni, Le sètte “sorelle”. Modalità settarie di appartenenza a gruppi, comunità e movimenti ecclesiali, Messaggero, Padova 2016; F.G. Brambilla, “Derive settarie nella Chiesa di oggi? Cinque criteri per riconoscerle e prevenirle”, in Tredimensioni 1/2024, 37-50. Mi sono giovato anche di alcuni colloqui con teologi e appartenenti ai singoli movimenti.

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