
Mychailo Antonovitch Denysenko, noto come Filarete “patriarca” ed ex-metropolita di Kiev è morto venerdì 20 marzo. Era nato il 23 gennaio 1929 nella regione del Donbass.
Ha attraversato il secolo delle rivoluzioni e delle guerre mondiali in ruoli ecclesiali di primo piano. Praticamente ignoto al mondo mediatico attuale è stato una figura molto discussa e decisiva in ordine alla nascita della Chiesa autocefala in Ucraina.
Alleato fondamentale del presidente Petro Porochenko nel suo sforzo di indipendenza da Mosca e di promotore della richiesta a Bartolomeo I di Costantinopoli del tomo per l’autocefalia della Chiesa è stato poi messo in disparte mantenendo tuttavia un peso di influenza non irrilevante.
Patriarca, almeno a Kiev
Seminarista a Odessa diventa prete nel 1951, vescovo nel 1962, arcivescovo di Kiev nel 1966 e metropolita nel 1968. Grande organizzatore e abile politico è a capo di numerose missioni diplomatiche in Occidente, utile ed efficace strumento per la polizia del KGB. Uno dei migliori come lo ha definito l’allora responsabile russo per il consiglio degli affari religiosi Kostantin Khartechev.
Si propone come patriota sovietico contro gli indipendentisti ucraini e contro i greco-cattolici soppressi per legge. La Chiesa ortodossa ucraina custodisce non solo le radici del cristianesimo russo ma rappresenta una delle comunità più numerose all’interno dell’Unione Sovietica e quella più ricca di clero e di vocazioni. Alla morte del patriarca di Mosca, Pimen, si candita alla successione, ma perde le elezioni. I vescovi si pronunciano per il più spirituale Alessio II. Un fallimento che lo trasforma in un convinto sostenitore dell’indipendenza dell’Ucraina e dell’autocefalia per la sua Chiesa.
Il crollo dell’Unione Sovietica lo favorisce, ma il sinodo di Mosca chiede le sue dimissioni nel 1992. Sembra disposto, ma in realtà si mette a capo di una Chiesa anti-moscovita (con la scomunica di Mosca), comincia a predicare in ucraino e non in russo e avvia un “patriarcato” alla cui testa mette prima Stepan Mstyslav, appena liberato dalle prigioni, e poi Vasyl Romaniouk.
È rimasta celebre la “battaglia di santa Sofia”, il tafferuglio con decine di feriti che oppone la folla alla polizia. L’allora governo filorusso (Leonid Kutchma, 1995) non vuole che il “patriarca” Romaniouk sia sepolto nella cattedrale. Nel mezzo degli scontri alcuni scavano davanti all’entrata una fossa dove viene sepolto il gerarca e dov’è tuttora. Filarete diventa “patriarca” nel 1995.
Un titolo non riconosciuto dalle altre Chiese ortodosse. In relazione alla crescente distanza critica della popolazione ucraina dalla Russia post-sovietica e per le sue capacità organizzative la sua Chiesa cresce e assomma diverse centinaia di parrocchie.
Il tomo e il dispiacere
Nel momento in cui le “rivoluzioni colorate” (2004, 2014) il potere politico (Porochenko), l’intero parlamento e un’ampia parte dell’opinione pubblica spingono per una Chiesa ortodossa nazionale autonoma, Filarete è della partita. Bartolomeo I (Costantinopoli) che ha dovuto subire l’affronto della Chiesa russa e il suo rifiuto al concilio di Creta (2016) avverte come necessario il riconoscimento dell’autocefalia per ricondurre a unità una comunità ortodossa divisa in diverse obbedienze (filo-russa, Filarete, Chiesa ortodossa in diaspora).
Lo fa dopo la richiesta di un concilio locale il 6 gennaio 2019. Filarete compie il gesto generoso di far confluire le sue comunità nella nuova Chiesa autocefala, ma, secondo i critici, nell’attesa di essere chiamato lui a presiederla. Invece Bartolomeo e i gerarchi scelgono il giovane Epifanio, suo vicario generale. Indispettito, Filarete rifiuta (inutilmente) di conferire i beni alla nuova Chiesa e, in ragione dei limiti posti all’autocefalia da parte di Bartolomeo, avvia un’altra famiglia ecclesiale con un paio di vescovi e poche comunità. Senza successo.
Censurato come scismatico a Mosca, guardato con sospetto da Costantinopoli ed emarginato dai suoi conferma il suo ruolo pubblico innestandosi con precisione nelle crepe che si aprono e chiudono nel complicato gioco delle fedi e delle Chiese nel paese in guerra con la Russia dal 2022 (per alcuni dal 2014).
Tragica e complessa
A chi lo accusava di compiacente presenza nei servizi segreti del KGB e nel sostegno al governo sovietico rispondeva: «Tutti i membri del clero avevano contatti con il KGB. Io non facevo eccezione […] Nessuno diventava vescovo senza l’assenso dei servizi segreti».
A chi lo accusava di avere moglie e figlie – una voce che girava a Mosca già negli anni ‘70 – non ha mai risposto e faceva spallucce. Anche lo stimato e noto prete dissidente, Gleb Iakunin, non insisteva sulla seconda accusa e invece enfatizzava la prima. Uno dei suoi più accesi accusatori, il giornalista Alexander Nejnv, gli riconosceva una sincera scelta religiosa nella sua stagione giovanile, quando essere credenti e diventare preti rappresentava un pericolo, ma aggiungeva: «Poi Filarete ha deviato e ha utilizzato la religione come strumento di potere».
La sua discussa figura resterà come emblematica di un certo modo di vivere il servizio episcopale nei decenni oscuri della persecuzione sovietica e dovrà essere riconosciuta come l’anello che ha permesso, in particolare dopo il riconoscimento di Costantinopoli, la continuità della tradizione apostolica della Chiesa autocefala ucraina.





