Gossip, maldicenza o informazione ecclesiale?

silenzio

Il pettegolezzo ecclesiastico non abita più soltanto sacrestie e corridoi di curia. Ha imparato a digitare: oggi si presenta come indiscrezione, retroscena, pubblicazione di lettere riservate. Chi frequenta con qualche assiduità la rete ecclesiale italiana sa di che cosa stiamo parlando.

Ci sono siti e blog che – in nome di una conclamata trasparenza, nonché della responsabilità di «non poter tacere» o di spifferare su presunti intrighi e malaffari da svelare – non esitano a ergersi a censori del malcostume nella Chiesa e a paladini di un’informazione veritiera, ancorché scomoda.

Negli ultimi mesi abbiamo verificato una casistica tutt’altro che immaginaria: nomine episcopali anticipate rispetto alla comunicazione della Santa Sede; candidati dati per certi, favoriti o «bruciati»; cordate, veti e ambizioni personali attribuiti sulla base di fonti non identificabili; visite apostoliche trasformate in processi pubblici; vicende personali raccontate attraverso mezze notizie e allusioni.

Si è arrivati persino a fabbricare deliberatamente false nomine episcopali, utilizzandole come esca per smascherare chi avrebbe ripreso la notizia senza citarne la fonte. Non facciamo nomi: casi, date e testi sono tutti reperibili e verificabili. Non stiamo dunque combattendo contro fantasmi.

I panni sporchi

Nessuna nostalgia, sia chiaro, per l’omertà travestita da prudenza ecclesiale. Il giornalismo d’inchiesta è necessario anche nella Chiesa. Gli abusi devono essere denunciati, le coperture smascherate, le opacità economiche documentate, l’esercizio arbitrario dell’autorità criticato. Essere vescovo, cardinale, superiore religioso, rettore di seminario o teologo non conferisce alcuna immunità dalla critica. E invocare il bene della Chiesa per occultare comportamenti censurabili sarebbe la peggiore caricatura della comunione ecclesiale.

Proprio per questo, però, l’informazione deve rimanere informazione. Un fatto è un fatto; un’ipotesi è un’ipotesi; un’indiscrezione è un’indiscrezione. E l’intenzione di una persona non diventa un fatto perché qualcuno sostiene di conoscerla.

Qui si apre la zona grigia. Si parte da un avvenimento verificabile e si scivola quasi impercettibilmente verso il movente: costui ambisce, quello trama, l’altro prepara la propria ascesa, un altro ancora costruisce alleanze, cerca protettori, elimina concorrenti. La grammatica è semplice; la verifica un po’ meno. Per confermare un fatto occorrono prove. Per attribuire un’ambizione non può bastare un retroscena.

Il giornalismo accerta i fatti, mentre il gossip pretende talvolta di conoscere anche le anime.

Il toto-vescovi

Il fenomeno diventa particolarmente sgradevole quando riguarda le nomine episcopali. Da qualche tempo la previsione delle nomine di futuri vescovi sembra essere diventato una specialità del giornalismo ecclesiastico: candidati in pole position, candidature tramontate, veti incrociati, sponsor cardinalizi, promossi, bocciati, favoriti. Il discernimento, nel frattempo, può attendere.

Si dirà: è sempre accaduto. Certamente. Anche nei corridoi vaticani le indiscrezioni non sono nate con Internet. Ma la rete ha cambiato la loro natura: ciò che ieri rimaneva una confidenza fra pochi oggi viene pubblicato, indicizzato, rilanciato e consegnato indefinitamente alla memoria digitale. E qui nasce una questione che non riguarda soltanto la buona educazione.

Una candidatura episcopale ancora in esame è una realtà delicatissima. Pubblicare il nome di una persona, attribuirle appoggi, nemici, ambizioni o appartenenze può incidere sulla sua reputazione e sulla definizione della designazione stessa. Chi anticipa una nomina non sempre si limita a raccontarla: può diventare, magari volontariamente (?), uno degli attori del processo che sostiene soltanto di osservare. Non occorre pensare a complotti. Basta conoscere il funzionamento della comunicazione.

La reputazione non è un privilegio clericale

C’è poi la persona. Strano destino quello di chi ricopre un incarico ecclesiastico. Si direbbe talvolta che, acquistando notorietà, perda contemporaneamente il diritto alla reputazione. Il vescovo può essere criticato, naturalmente; ma può anche essere dileggiato? Il teologo può essere contestato; ma gli si possono attribuire intenzioni che non ha mai dichiarato? Un candidato all’episcopato può essere valutato da chi ne ha la responsabilità; ma può essere preventivamente consegnato alla rete come ambizioso, carrierista, protetto o inadeguato?

C’è inoltre un’asimmetria che la rete rende feroce. L’accusa occupa il titolo; la smentita, quando arriva, qualche riga. Il sospetto corre; la rettifica arranca. E soprattutto resta una traccia. Chiunque abbia avuto a che fare con i motori di ricerca sa che una domanda insinuata oggi può tornare fra cinque anni sotto forma di precedente: «Del resto, già allora si era parlato di…». Si era parlato. Da chi? Sulla base di che cosa? Con quale verifica?

Non importa più. Il sospetto ha ottenuto la cittadinanza digitale.

Non chiamiamola parresia

È a questo punto che la questione diventa propriamente ecclesiale e cristiana. La parresia evangelica non è il diritto di dire tutto ciò che si sa, tanto meno tutto ciò che si crede di sapere. Non gode dell’impunità della parola: se ne assume la responsabilità. La parresia ha un volto. La maldicenza preferisce il retroscena.

E non basta dire: «Ma la notizia era vera». Anche la verità possiede un’etica. Esistono il contesto, la proporzione, la rilevanza pubblica, il rispetto della vita privata, il diritto al contraddittorio. Soprattutto esiste la persona della quale stiamo parlando. Dire la (supposta) verità può ferire. Ma ferire qualcuno non è una prova che si sia detta la verità. Perché la parola può uccidere una reputazione senza versare una goccia di sangue.

Naturalmente esistono fonti che devono essere protette. L’anonimato può essere indispensabile per consentire a una vittima di parlare o a un testimone di denunciare fatti gravi senza esporsi a ritorsioni. Sarebbe irresponsabile negarlo. Ma proteggere una fonte è cosa assai diversa dal trasformare la fonte anonima in una licenza per insinuare qualsiasi cosa. Quanto più grave è l’accusa, tanto maggiore è l’onere della prova.

Non si tratta di parlare meno. Talvolta occorre parlare molto più di quanto abbiamo fatto. Si tratta nondimeno di assumersi la responsabilità di ciò che si dice. Il veleno non diventa acqua benedetta perché circola in ambienti ecclesiastici.

Si può controfirmare con il proprio nome o nascondersi dietro l’anonimato. Si possono invocare la trasparenza, il diritto di cronaca, la libertà d’informazione, persino il bene della Chiesa. Ma chi offende la dignità delle persone, deforma i fatti, inventa circostanze, manipola notizie e insinua colpe non documentate non esercita alcuna parresia. La menzogna, la calunnia e la maldicenza non diventano cristiane perché hanno per oggetto uomini e cose di Chiesa. E un simile modo di usare la parola non può fregiarsi del nome cristiano. Semplicemente.

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