
Si è conclusa da poco l’83ma Mostra del Cinema di Venezia. L’attualità si è alla fine imposta con la proiezione del documentario NAZA a cui è stato assegnato il Premio speciale della giuria. Il film ricostruisce i sistemi di pianificazione degli attacchi aerei israeliani sulla Striscia di Gaza dopo il 7 ottobre 2023 basandosi sulle testimonianze di 24 tra ufficiali e soldati israeliani, toccando le coscienze.
Avendo assistito alla prima settimana del festival, mi limito qui a una semplice cronaca.
Il Leone D’Oro è andato al film danese Woman Unknown, storia di una donna dall’oscuro passato che nei giorni successivi alla liberazione dall’occupazione nazista lavora come domestica e bambinaia presso la dimora di un industriale di Copenhagen, vedovo. Il rapporto con il datore di lavoro si trasforma in una proposta di matrimonio, ma durante i preparativi delle nozze l’incontro inaspettato con Karl, figura legata alla vita precedente, rievoca i trascorsi che la donna aveva cercato di cancellare. In un clima nazionale segnato dalla caccia alle donne sospettate di aver avuto rapporti intimi con i militari tedeschi durante l’occupazione, la sua vicenda rischia di essere scoperta, mettendo in pericolo la posizione raggiunta. Si tratta di un film decisamente ben fatto, grazie anche all’interpretazione della protagonista Mathilde Arcel, che che si è aggiudicata la Coppa Volpi quale miglior attrice. Due premi, forse, sono un po’ troppi per un film dall’impostazione molto classica, ma il lavoro merita la visione.
Il Gran premio della giuria è andato a Possible Love del regista coreano Lee Chang-Dong, ispirato al decimo episodio del Decalogo di Kieslowski. Il film narra di un operaio licenziato da poco, in preda alla disperazione, e di sua moglie: i due accettano di fare da “soggetti” per una documentarista che vorrebbe girare un film sulle lotte sindacali. Per poterli riprendere, questa si immette sempre più a fondo nelle loro vite, e con lei anche il marito facoltoso imprenditore, da cui la moglie dell’operaio si trova, suo malgrado, attratta. A mano a mano che i mondi delle due coppie si sovrappongono, emergono le crepe in entrambi i matrimoni. È un film sulle differenze sociali e sulle ipocrisie familiari.
A mio modesto avviso, non è il miglior film migliore del regista coreano, ma è comunque un film capace di cogliere tante sfaccettature di umanità delle coppie, così lontane socialmente, ma in realtà così vicine.
John Malkovich ha conseguito il Premio del miglior attore per la sua superba interpretazione nel film Wild Horse Nine di Martin McDonagh, regista già presente a Venezia con Tre manifesti a Ebbing Missouri e Gli spiriti dell’isola. Il regista irlandese si è confermato soprattutto quale ottimo sceneggiatore.
Il Premio Mastroianni è andato alla giovane Malou Kebhizi per il film 15/18 di Cedric Kahn, che si introduce nelle vicende di un reparto di neuropsichiatria per adolescenti. È un film dall’impronta neorealista, ottimamente interpretato da giovani protagonisti.
Nessun premio, purtroppo, per il film Look Back, ultima fatica di Hirokazu Koreeda, tra i migliori visti nella prima settimana del festival. Qui Koreeda racconta l’amicizia di due ragazze che diventano disegnatrici di fumetti manga. È un film molto poetico, struggente e visivamente bellissimo.
Tra gli altri lavori visti, vorrei segnalarne un paio, perché narrano le difficoltà di vivere, rispettivamente in Iran e in Israele. Si tratta di film girati clandestinamente. Il primo si intitola Moragheb – Falling House. Alla periferia di Teheran, una povera famiglia rischia di perdere la casa destinata alla demolizione da un progetto di riqualificazione. Il padre – già guardia carceraria sospesa con l’accusa di corruzione – scopre che la figlia maggiore intende lasciare l’Iran per fare la modella all’estero. Deciso a impedirglielo, trasforma la difficoltà sociale familiare in uno scontro sul controllo, l’autonomia e il futuro, determinando la reclusione di fatto, in casa, delle donne. È un film tesissimo, che rispecchia la quotidianità dell’Iran riguardo al patriarcato e all’emancipazione femminile, con un finale amaro eppure liberatorio.
Conversation with the sea presenta la vita di un sessantenne, dal passato irregolare, che a Gerusalemme riceve dal tribunale israeliano l’ordine di saldare un ingente debito previdenziale intestato al figlio Wael. Wael è annegato nel Mar Rosso decenni prima, benché non ci sia alcuna registrazione ufficiale del decesso. L’uomo segue perciò l’unico indizio per scoprire che cosa sia accaduto a suo figlio e, in tal modo, cercare di ripristinare i rapporti con la figlia, che lo ha disconosciuto. Nonostante le ombre sul suo passato e il suo difficile carattere, il protagonista raggiunge quella «verità» che gli è stata negata. È un film, anche questo, molto amaro sulla realtà israeliana, ma pure, a suo modo, ottimista, in un paese in cui le persone e le famiglie devono fare i conti con un passato che pesa costantemente sulle spalle.
I film prodotti in Italia, nonostante qualche buon lavoro, escono dal festival senza particolari riconoscimenti. In totale sono stati presentati una ventina di film italiani, ma i 5 in concorso sono rimasti senza premi. Solo uno nella sezione Orizzonti – I figli della scimmia – ha ottenuto due premi, per l’interpretazione maschile e la sceneggiatura.
Nanni Moretti ha fatto un film molto «alla francese». Paolo Strippoli ha realizzato un «metahorror» abbastanza interessante. Il cinema italiano ha evidentemente molta difficoltà ad essere competitivo. Deludenti La ragazza con la Leica di Alina Marazzi, poco riuscita biografia dei fotografi Gerda Taro e Robert Capa, complice la debole interpretazione dei protagonisti.
Nessun dolore di Gianni Amelio è un pasticcio moralista che non funziona a livello di sceneggiatura, e The echo chamber di Andrea Pallaoro, basato su una sceneggiatura di Bernardo Bertolucci, si “inceppa” dopo una buona prima mezz’ora.
L’assenza del cinema statunitense, con poche eccezioni, alla fine non si è palesata. La media del Festival si è rivelata abbastanza buona, con poche patenti delusioni e molti film «medi». Un festival del cinema ha il compito di far scoprire Paesi, mondi, storie che riflettono il presente e vicende del passato che non devono essere dimenticate. Il linguaggio cinematografico è ormai stato sviscerato già dal cinema muto ad oggi: ora devono vibrare le storie di umanità.





